Intervista

Andrea Venanzoni: «Il movimento MAGA è in crisi. Vance? In netta difficoltà. L'unico stratega è Marco Rubio»

«La verità è che i movimenti non organicamente strutturati, privi di una architettura, di reali ideologi e di figure di vertice, eccessivamente appiattiti su una dimensione personalistica, quando la figura attorno cui si sono agglomerati e raccolti entra in crisi finiscono essi stessi per decadere. E mi sembra innegabile poter sostenere che in termini di politica interna la stella di Trump si sia molto appannata, per molti motivi.»
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Dalle divisioni della destra americana alle proteste contro ICE e interventi militari, il conservatorismo Usa, aldilà di semplificazioni e demonizzazioni di certa stampa, appare oggi come un mosaico complesso ricco di sfumature e contraddizioni. Comunitaristi, populisti, libertari e tecno-conservatori convivono in equilibrio instabile tanto complesso quanto determinante. Questo intreccio è ricostruito con rigore e acume da Andrea Venanzoni, docente, editorialista, giurista e pensatore, in “La destra americana contemporanea. Dalla New Right a Trump” (Giubilei Regnani, 2025), offrendo una chiave storica essenziale per comprendere il presente politico statunitense. Leggendolo si può conoscere una sismografia brillante delle mutazioni e dei movimenti interni alla right statunitense da Goldwater all’attualità che riesce a rivelare con cura e profondità i nodi del conservatorismo statunitense e le sue fibrillazioni. Per meglio chiarire questi aspetti abbiamo raggiunto il Professor Venanzoni nel suo studio romano.

-Lei dice “Trump non è un’eccezione. Trump è un tassello della storia del Partito Repubblicano e come tale inserito in una tradizione e in elementi concettuali, strategici e culturali precisi.” Che ruolo occupa il trumpismo nella storia della right americana? E quali sono le sue radici?

La prospettiva che ha portato a leggere in Trump un’eccezione rispetto alla storia del Partito Repubblicano è stata senza dubbio generata dalla centralità della comunicazione digitale e delle sue peculiarità. Peculiarità che hanno fatto scambiare l’esperienza politica MAGA al pari di un’eccezione. In realtà il populismo dinamico trumpiano, capace di adattarsi al contesto e mutare pelle a seconda delle esigenze, ha storici antecedenti; penso all’esperienza politica della New Right di Richard Viguerie, da cui sarebbe nata la Heritage Foundation, alla presidenza nixoniana, al Vicepresidente dello stesso Nixon (Spiro Agnew), ai Tea Party. C’è un filo comune concettuale nelle strategie, nei temi portati avanti, nella generale critica ai fondamenti del patto liberale che, in questa visione, avrebbe esaurito o tradito le proprie funzioni basiche. E questo filo comune ha cittadinanza in una parte del Partito Repubblicano, da anni. A me Trump appare la manifestazione aggiornata al tempo presente di questa evoluzione, puntellata da una serie di emergenti poteri nuovi, come quelli del digitale.

-Nel suo ultimo testo analizza la panoramica della destra contemporanea negli USA. Quali sono le anime e correnti che caratterizzano l’attuale scenario? E quali sono i suoi esponenti principali?

In questo momento, il movimento MAGA che sembrava aver egemonizzato il Partito Repubblicano sta iniziando a sperimentare la sua prima vera crisi. Qualcosa di non molto dissimile a quanto già avvenuto ai Tea Party. La verità è che i movimenti non organicamente strutturati, privi di una architettura, di reali ideologi e di figure di vertice, eccessivamente appiattiti su una dimensione personalistica, quando la figura attorno cui si sono agglomerati e raccolti entra in crisi finiscono essi stessi per decadere. E mi sembra innegabile poter sostenere che in termini di politica interna la stella di Trump si sia molto appannata, per molti motivi. Economici, di sicurezza interna, le vicende di Minneapolis, gli Epstein files, la scure ipotetica sui dazi della Corte Suprema, fermenti interni al Partito Repubblicano, uno spostamento verso linee quasi terzomondiste di una parte di influencer MAGA, ora coagulati nella dimensione ‘America First’. Fino a poco tempo fa qualcuno avrebbe mai potuto anche solo immaginare che una pasionaria MAGA come Marjorie Taylor Green avrebbe preso le distanze da Trump? Da gennaio il suo seggio parlamentare è vacante, lei in rotta con i MAGA. In questa prospettiva sta riprendendo corpo l’anima ‘classica’ del Partito Repubblicano, quella per la libertà di mercato, per solidi rapporti transatlantici, e oppositiva a Russia, Cina e Iran, e che in Marco Rubio vede il volto della speranza di far tornare il Partito a una dimensione distante dall’orbita MAGA. Il fenomeno della ‘Online Right’, etichetta dentro cui possiamo ricomprendere influencer e podcaster genericamente Alt Right e i Groyper di Nick Fuentes, ha importanza nel dibattito pubblico, ad esempio perché JD Vance per varie motivazioni la subisce e non riesce ad attaccarla frontalmente, ma in termini elettorali è tutto da dimostrare quale peso abbia. La stessa destra post-liberale, quella cattolica e che guarda con favore al ‘bene comune’, raccoltasi attorno a Vance, mi sembra in nettissima difficoltà, proprio a causa della debolezza dell’attuale vicepresidente. E c’è poi naturalmente la Tech Right, che mi sembra focalizzata soprattutto sulla dimensione ‘tecno’ e meno su quella politica.

-Nel suo splendido “Tecnodestra” aveva analizzato i nuovi paradigmi del Potere che intrecciavano reazione, tecnologia e libertarianismi. A quasi un anno dalla separazione tra Musk e Trump come valuto il rapporto tra complessi digitali e politica statunitense?

La Tech Right è nei fatti l’unico dispositivo ad oggi davvero vincente, soprattutto per essere divenuta architettura economica e tecnologica degli apparati pubblici americani. Mentre nell’arena pubblica e politica ci si scontra su elementi di policy, su provvedimenti legislativi, sull’ICE, le grandi società del Tech legatesi al trumpismo continuano a vendere i loro servizi digitali e a divenire la effettiva ‘ontologia’ degli apparati pubblici statunitensi. La missione storico-funzionale del DOGE si era esaurita, non nella prospettiva muskiana di lotta agli sperperi e di razionalizzazione degli uffici amministrativi, ma in quella molto più sottile e microfisica di apprensione e centralizzazione dei dati detenuti dai vari dipartimenti governativi. Ho sempre pensato che questa fosse davvero la ragion pratica del DOGE, come testimoniato peraltro dall’executive order trumpiano del marzo 2025 per superare le barriere informative tra uffici e il seguente contratto con Palantir del maggio 2025. Chiudere uffici, licenziare dipendenti, ha senso nella prospettiva di allineamento ideologico dell’apparato governativo, ma la vera partita politica si gioca sui dati e sul loro utilizzo come elemento di governo. E questo assetto può trascendere la stessa figura di Trump, andando oltre questa singola presidenza, divenendo nei fatti la reale forma di governo degli USA.

-In questo quadro molta attenzione ha ottenuto la figura di Vance. Come valuta lo standing attuale del vicepresidente e quali mondi rappresenta o tenta di rappresentare?

Come ho avuto modo già di sottolineare in una serie di articoli su Il Foglio, Vance è in nettissima ed evidente difficoltà. Paga il fatto di aver bruciato le tappe, di essere passato da semi-sconosciuto autore di un best-seller e di senatore dell’Ohio a Vicepresidente degli USA, senza aver potuto metabolizzare quanto avvenuto e strutturare di conseguenza una sua idea di politica. Vance è debole perché dopo la morte di Charlie Kirk è stato assorbito e risucchiato dal magma delle guerre culturali interne alla destra americana, perché non può prendere le distanze da realtà come una Heritage Foundation spostata su coordinate nazional-populiste, perché patisce l’interventismo in politica estera, come in Venezuela, e soprattutto perché essendo stato presentato come erede naturale di Trump agli occhi dell’attuale Presidente è divenuto una figura sospetta e potenzialmente pericolosa. Trump non accetta di avere attorno figure che possano metterlo in ombra. Nel 2017, licenziò Steve Bannon per qualcosa di molto simile. Non può licenziare Vance, ovviamente, ma le lodi a Rubio che Trump ha esplicitato sono assai indicative di forte malcontento.

-Sta facendo molto discutere il caso dell’Ice. Quanto il ricordo di Waco e di altri casi simili può aiutarci a capire l’attuale scenario? E secondo lei c’è il rischio che l’ice segua il destino del Atf?

Negli Stati Uniti è forte il sentimento localistico, ovvero quel vasto coacervo connesso alle prerogative storiche e culturali delle comunità territoriali. La destra repubblicana di Barry Goldwater aveva eretto il X emendamento, quello concernente la valorizzazione del federalismo, a propria tavola della legge. La militarizzazione delle agenzie federali è da sempre un processo visto come fumo negli occhi, proprio perché ha portato e continua a portare a ingerenze del governo centrale, sovente violente, nei singoli Stati. Ruby Ridge, Waco, sono stati gli esempi più clamorosi e brutali e che hanno scavato una profonda ferita nel cuore di una vasta parte delle comunità territoriali americane, ma la serie è molto più ampia. E così quando Trump invia ICE e Border Patrol in blocco, quando polemizza con i Repubblicani dell’Indiana per la ridefinizione dei collegi elettorali, quando parla di ‘nazionalizzazione’ delle procedure elettorali finisce per porsi in contrasto con la sensibilità di una parte non banale di quanti lo hanno sostenuto. L’ICE e la Border Patrol, per fortuna, ad oggi non risultano coinvolte in episodi anche solo lontanamente paragonabili a qualcosa come Waco. Ovviamente quanto avvenuto a Minneapolis è comunque gravissimo e questo lo ha capito molto bene lo stesso Trump che è stato costretto ad attuare una strategia di de-escalation, richiamando Bovino, sostituito da Homan, e allontanando centinaia di agenti della Border Patrol, che a mio avviso e come ho cercato di chiarire in un lungo articolo apparso sul mio Substack è più problematica, per funzioni, addestramento, compiti, rispetto l’ICE.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

-In molti parlano, specie in politica estera, di una rivincita dello spirito neocon nel Gop, accompagnata anche da una curiosa nostalgia per l’era Bush. Secondo lei dalle pressioni su Venezuela e Iran al nuovo protagonismo di Rubio, Washington riscopre la sua anima neocon?

Non parlerei di una rivincita neocon, quanto di una riaffermazione di uno spirito repubblicano ‘classico’. Ad oggi non ci sono stati regime change strutturati, portati avanti nel nome dell’esportazione della democrazia e dei diritti. Gli interventi si inseriscono in una generale prospettiva di sicurezza nazionale americana. In Venezuela, ad esempio, l’arresto di Maduro ha messo in moto un meccanismo virtuoso di slabbramento del regime e soprattutto ha posto un argine alle influenze cinesi e iraniane nello scacchiere sud-americano. Molto spesso siamo portati a sottovalutare quanto i proxy iraniani e i cinesi siano penetrati a fondo in realtà come il Messico, la Colombia, il Venezuela. Storicamente, i cartelli del narcotraffico messicano come il Cartello di Sinaloa o gli ormai scomparsi Los Zetas hanno organicamente cooperato con Hamas e Hezbollah. Dopo le grandi operazioni anti-droga in Colombia agli inizi degli anni duemila, il Venezuela è divenuto un hub narco-finanziario che ha attratto attori statali ostili agli USA, i quali hanno consolidato autentiche economie-ombra, utili spesso per aggirare sanzioni economiche internazionali. Marco Rubio in questo occupa un posto primario di stratega, e non c’è dubbio che sarà la figura che maggiormente capitalizzerà in chiave politica gli interventi in Sud America.

-Come valuta l’evoluzione del Maga, specie nella sua versione di Dark Maga, rispetto alle contraddizioni di questa nuova fase di governo?

Il Dark Maga nei fatti è confluito nella galassia Alt-Right dei Groyper, nella base ‘America First’ o in ciò che resta del Frogtwitter. Persino figure come BAP o Curtis Yarvin ormai vengono considerate mainstream e indigeste per questi settori più radicali. A mio avviso però dobbiamo distinguere tra movimenti politici digitali dotati di una qualche loro credibilità politica, per quanto estrema, e i puri grifter che cercano solo di monetizzare attraverso flaming e polarizzazione. Ritenere che figure come Andrew Tate, Myron Gaines, FreshPrinceCEO, WomanPropaganda, portino voti, in senso positivo, è grandemente illusorio. E questo lo penso anche di Nick Fuentes, che pure però arriva da una reale militanza nella destra radicale. Quel che spostano però è il ‘sentiment’, che dalla dimensione social può passare a quella politica, visto che questi podcaster e influencer esercitano influenza su molti giovani. Spostare il sentiment, facendo apparire Trump ormai istituzionalizzato e sgradito, può portare al non-voto, alla perdita di consenso, disilludendo molti giovani Repubblicani. In fondo Turning Point USA di Kirk cercava di operare proprio contro queste derive; avvicinare di nuovo i giovani al Partito Repubblicano e al contempo evitare queste infiltrazioni distruttive.

-Come si concilia il cosiddetto neomercantilismo trumpiano (fatto di dazi, abbassamento dei tassi  e deal spregiudicati) con le istanze libertariane pro mercato, quelle atlantiste e quelle del mondo digitale (forte di commesse militari importanti nei paesi Nato)? E quali cortocircuiti dobbiamo aspettarci?

Tecnicamente non si concilia. Non per caso Elon Musk ancor prima di lasciare il DOGE aveva criticato le politiche protezionistiche e i dazi, citando Milton Friedman. L’unione tra queste distinte e contraddittorie anime è matrimonio di interesse, propiziato soprattutto dalla funzione oppositiva a un progressismo caotico e anti-occidentale. La radicalizzazione di una vasta parte del Partito Democratico, specie dopo il 7 ottobre 2023, ciò che abbiamo visto nei campus, con la saldatura paradossale ma reale e pericolosa tra sostenitori di gruppi islamisti e sinistra dei ‘diritti’ e delle teorie critiche, hanno convinto anime diverse della destra a saldarsi e allearsi per evitare il peggio. Ovvio che la convivenza si basi poi su continui equilibrismi e compromessi. Sul protezionismo, dovremo valutare quando la Corte Suprema si esprimerà sui dazi. La sentenza tarda ad arrivare e non è difficile immaginare il tormento ‘politico’ dei giudici; sanno benissimo che una bocciatura in tronco potrebbe mettere a repentaglio la stabilità del governo e del Presidente. Bocciature parziali, ad esempio diacronicamente differite, aprirebbero scenari meno drammatici ma comunque non agevoli da gestire, specie in questa fase altamente problematica.

-In questo scenario Karp e Thiel che ruolo svolgono?

Direi che sono gli unici rimasti a fare ciò che facevano prima. Convegni, incontri, nel caso di Thiel i tour di letture e lezioni sull’Anticristo, affari, consolidare reti. Sono gli unici che nei fatti hanno davvero vinto, perché fanno politica in assenza di politica. Non partecipano, se non marginalmente, all’arena pubblica di politica politicante, non rimangono impigliati nelle strategie emerse di alleanze elettorali, nelle quali è facile bruciarsi, esternano poco sull’amministrazione Trump, e persino nei confronti dell’Unione Europea le critiche da loro formulate sono tendenzialmente sostanziali e condivise ormai anche da molti player europei. La necessità di semplificare e innovare, per dire, non la sostengono di certo solo loro. Però fanno politica, intrinsecamente, microfisicamente, con le loro società, vedasi quanto ho sostenuto a proposito di Palantir. Il gioco più politico in senso classico di Thiel è tendenzialmente la galassia del Rockbridge Network, una associazione di political advocacy molto simile a un PAC, nelle cui intenzioni originarie doveva esserci il consolidamento di Vance in previsione delle presidenziali del 2028. D’altronde il gruppo sarebbe stato fondato proprio da Vance, con Chris Buskirk, per coalizzare miliardari conservatori del Tech. Non sono però certo ad oggi che sia interesse dei miliardari conservatori della Silicon Valley sostenere un Vance in caduta quasi libera. D’altronde, se per Vance è valso il ‘da zero a uno’ di thieliana memoria, un cambiamento trasformativo emerso dal nulla, nulla esclude che il paradigma venga usato su qualche altra figura. Magari come nuovo vice di un Marco Rubio.

-Perché la destra americana non può accettare che la Cina abbia vinto? E quale futuro per l’imperium di Washington?

La Cina agli occhi degli americani rappresenta lo specchio perfetto del fallimento di una serie di politiche e di scommesse strategiche poste in essere dalle amministrazioni statunitensi nel corso degli anni, e che sono state delineate nella Strategia di sicurezza nazionale. L’idea di far sedere la Cina al banchetto del commercio internazionale, per democratizzarla, ad esempio. In questa prospettiva, la destra americana attualmente al governo prende atto che la Cina ha rappresentato una sorta di pirata della globalizzazione, rinforzata e arricchita da una serie cospirante di fattori, mentre l’America si impoveriva, diveniva stagnante, rifluiva nello scacchiere globale come potenza. Per questo, pur rifuggendo lo scontro diretto, gli Stati Uniti non possono permettersi di essere ‘isolazionisti’ nel senso classico. Il futuro sarà quello di ridefinire i propri parametri vitali, istituzionali e industriali, superando la bulimia burocratica, la farraginosità dei processi decisionali e concependo una dimensione nuova della deterrenza e dell’industria della difesa. Lo afferma in maniera molto nitida il CTO di Palantir, Shyam Sankar, presentando il suo libro che uscirà a metà marzo 2026, ‘Mobilize: How to Reboot the American Industrial Base and Stop World War III’. Peraltro sottolineo come in una recente intervista il nostro Ministro della difesa, Guido Crosetto, abbia espresso concetti simili, sostenendo che l’industria della difesa è cara e lenta e che si rende necessario un cambio culturale.

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