OGGETTO: La mitologia della pace in crisi
DATA: 30 Gennaio 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Analisi
L'illusione illuminista della pace perpetua si scontra con la realtà geopolitica contemporanea: il fallimento del diritto internazionale e l'incapacità europea di abbandonare ideali progressisti ormai svuotati di significato, permettono l'emersione della verità schmittiana di una guerra che non è mai cessata, ma solo mascherata dietro retoriche umanitarie e moralismi autoassolutori.
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La mitologia della pace, ovvero l’anelito della destituzione della guerra dall’ordine globale, sembra essere sempre più in crisi. Questo desiderio profondo insito nella cultura illuminista fin dalle sue più profonde origini, si trova in un nodo costitutivo, dove la sua finzione è accantonata o quasi. Stiamo fingendo che tale concetto ancora esista e che vada difeso o dobbiamo rimuovere la maschera e agire per i nostri spudorati tornaconti? Il giornalismo addita Trump di essere il deus ex machina di questo smascheramento, di averci costretto a osservare i più biechi “interessi” (parola chiave) americani ed europei e a farci rendere conto che essi non sono nella stessa direzione. Ma da dove nasce questa certezza? Dal vuoto dogmatismo di qualche giornalista con qualche pseudo base filosofica neopositivista e neo kantiana? Oppure c’è un fondo di realtà?

Trump è indubbiamente istrionico ma ancor più impressionante è la testardaggine europea nel rimanere ancorata in maniera pedissequa a ideali illuministi rivisitati o mal letti. La testardaggine europea radicata dietro ad un pensiero progressista à la Condorcet è la vera questione. Condorcet era convinto, in maniera quasi fantascientifica, di una continua evoluzione tecnologica e morale dell’umanità. Etica e scienza e nella loro interdipendenza condurranno l’umanità ad un costante miglioramento, e in maniera inversamente proporzionale, Condorcet sosteneva l’abbandono progressivo di fede e riti. Per l’Europa, aver vissuto la guerra appieno per secoli ha manifestato un nocciolo resistentissimo di contrasto filosofico al conflitto che soltanto dopo la fine del secondo conflitto mondiale, ha trovato la sua vera applicazione.

La linea della Massificazione dell’Intelletto è la comoda lezione giornalistica della pseudo paura, indipendentemente dalle appartenenze o dagli schieramenti delle penne, una forma di paura indotta intellettualmente con possibili rischi di perdita di diritto. La sospensione del diritto è forse la dinamica primaria che sottende la modernità, non la sua fine. L’emergenza perpetua del potere di perdersi. Ma affinché il diritto rimanga sospeso, occorre che esista e che ogni tanto ritorni per tranquillizzare. L’urlo continuo della perdita dei diritti è quel segnale di allarme intellettuale, quello “Stay Woke”, “stai attento!”, stai in allerta che “ti” vogliono togliere qualcosa. La partigianeria continua da tastiera. Una forma di obesità allarmistica è proprio quella del rimpinzarsi di nemici fittizi e soprattutto di capri espiatori.

L’allarme è la manifestazione dell’ansia che soggiace alla massa immensa di nevrotici che siamo come europei. Ma mai espiare l’autofagia dell’allarme stesso, perché costituisce la sospensione del giudizio in noi stessi. Una forma di partigianeria dell’inutile, un esercito di guerrieri, di vuoti ideali, pronti a guerre sante contro elevazioni a potenza di diritti già conquistati. Per questa massa, comoda da gestire per la sua attenzione deviata all’inutile, l’Europa si risveglia da un sonno dogmatico, una bella Europa sveglia e attenta nei confronti di Trump e dei soprusi del mondo. Il ritenere Trump qualcuno che pone l’Europa davanti a se stessa, la costringe alla solitudine e alla consapevolezza che il mondo come lo abbiamo conosciuto è finito, pone di fronte al rischio di rimanere invischiati nelle trame del fumetto di Captain America, portatore di libertà e pace perpetua, e di tutte le sue mitologie soggiacenti. Se ci si ritiene soddisfatti da questa visione, non ha senso proseguire oltre nel delirio dei sogni dell’addormentato. Attenzione però al monito di Elias Canetti nella “Provincia dell’Uomo”: 

Chi va dall’interprete di sogni butta via il maggior bene che possiede e merita la schiavitù in cui, in tal modo, immancabilmente cadrà.

Il risvegliato, colui che vuole essere il nostro interprete dei sogni canettiano perché lui stesso va dall’interprete, non è uno Zarathustra. Fondamentalmente è uno schiavo e gli piace esserlo perché non accetta i sogni per quel che gli appaiono, e vergognandosi di essi ha bisogno di un’interpretazione per accettarli. I “risvegliati” non differiscono in nulla da chi crede nella terra piatta o le scie chimiche nel loro sistema epistemologico. Dopo avervi ammorbato con tutte queste metafore sui risvegliati è utile citare un passaggio fondamentale:

Nel saggio Die Wendung zum diskrimierenden Kriegbegriff (1938), Carl Schmitt intendeva fornire una soluzione alternativa al declino definitivo dello jus publicum Europaeum. Con fondamenti di filosofia politica riguardanti il dualismo amico-nemico’, egli volle rivestire il ruolo di giurista impegnato ad elaborare una “dottrina impura del diritto” – a fronte della perdita delle maggiori conquiste della scienza giuridica moderna -, da opporre ancora una volta all’internazionalismo moralista di Hans Kelsen, che intendeva rimuovere il concetto di sovranità della forma-Stato in crisi, idealizzando la creazione di una Cosmopolis fondata sulla “pace perpetua”. In realtà, il pacifismo universalista non ha eliminato la possibilità della guerra, ma anzi ha provocato ulteriori conflitti senza limitazioni, condotti da coalizioni autodefinitesi umanitarie contro nemici da discriminare e, una volta vinti, da giudicare come criminali dell’umanità intera? Alla vigilia della seconda guerra mondiale, Schmitt si ritrova a dover constatare da una parte il dissolvimento dei “vecchi ordinamenti” dello jus gentium europeo e dall’altra l’assenza di qualsiasi proposta di un nuovo nomos che potesse in forma concreta riordinare lo spazio terrestre. Dunque “la storia del diritto internazionale è una storia del concetto di guerra”, o meglio di uno jus belli ac pacis tra popoli indipendenti ed organizzati su base statuale. Pensare la guerra giusta significa invece essere fautori di una guerra totale secondo la vana pretesa di imporre una giustizia universale, al fine di adempiere a ‘processi di positivizzazione giuridica e morale’.

– Pierpaolo Naso, L’Opposizione di Carl Schmitt al concetto di guerra giusta e di pace punitiva nel diritto internazionale

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Carl Schmitt aveva ben individuato nel crollo della Cosmopolis, nel fallimento del diritto “puro”, nell’appianamento totale della società alla superficie della giustizia, una componente fondamentale del secolo. Il ventunesimo secolo è una continua consapevolezza di irraggiungibilità pratica della Cosmopolis kelseniana, ovvero una città-mondo ideale dove la legge è purgata positivisticamente da ogni metafisica. L’Ordo Juris è scientifico e la teologia politica è purgata definitivamente. Il diritto internazionale non sembra funzionare come ci si aspettava, ma non importa, in quanto è una fede teologica (e teleologica) nella Cosmopolis con il fine di creare il cittadino del mondo. Non importa se funzioni ma che funzionerà prima o poi, non esiste una dimostrazione che falsifichi questa fede. Non esiste massacro o guerra che la fermi, né ingiustizia o falsità (vedi il caso Iraq, una guerra basata su false premesse). Sotteso a questo discorso rimane l’anelito kantiano, differente da quello kelseniano, poiché non pretende di purgare metafisicamente il desiderio della Pace Perpetua. Anzi, la metafisica ne costituisce un punto centrale: 

Anche più incerto è un preteso diritto internazionale fondato su protocolli secondo i piani ministeriali e che altro non è che una parola priva di senso, basata su trattati, i quali, nell’atto stesso in cui vengono stipulati, contengono la segreta riserva per la loro violazione. La soluzione, invece, del problema di una saggezza politica si presenta, per così dire, da se medesima e riesce a tutti evidente, rende frustraneo ogni raggiro, o conduce, inoltre, direttamente, allo scopo, ricordando tuttavia pur sempre la massima prudente, di non volerlo conseguire con precipitazione e per forza, ma di avvicinarvisi incessantemente approfittando delle circostanze favorevoli. Ciò, pertanto, significa: “Rivolgete, anzitutto, le vostre mire al regno della ragion pratica pura e della giustizia e il vostro scopo (il beneficio della pace perpetua), vi si presenterà da sè.” La morale, infatti, ha questa prerogativa, specialmente in rapporto ai suoi principii di diritto pubblico (e, in conseguenza, in relazione ad una politica determinabile a priori), che, quanto meno essa fa dipendere la condotta dallo scopo prefisso del bene fisico o morale, tanto più, in generale, vi si approssima: difatti, è la volontà di tutti che stabilisce a priori ciò che già diritto fra gli nomini, in un popolo, o fra i popoli in relazione reciproca; questa volontà di tutti, pertanto, se vuol essere conseguente nella pratica sarà del pari causa che l’effetto mirato sia prodotto, secondo il meccanismo della natura e si realizzi l’idea di diritto.

– I.Kant, Per la Pace Perpetua, Sonzogno, 1901

In Kant la metafisica costituisce un nucleo inscindibile dal Diritto e di conseguenza la morale, come Ragion Pratica, rimane la guida principale da seguire anche nell’organizzazione dello stato. In Kant non si pretende di rendere qualcosa di scientifico, qualcosa che non può esserlo. Non può esservi stato in una popolazione amorale. L’anelito kantiano alla Pace Perpetua è un qualcosa che supera la Pace nel Mondo, intesa come mera sommatoria di Stati in non diretto conflitto, supera persino la partigianeria schmittiana. Che già prevedeva l’avvento di uomini extraconvenzionali e della ricerca spasmodica di nemici politici da inabissare moralmente.

Lo sviluppo tecnico-industriale ha infatti potenziato le armi dell’uomo fino a farne mezzi di annientamento. Ciò conduce a una provocatoria sproporzione fra protezione e obbedienza: metà dell’umanità diventa ostaggio dell’altra metà, ossia dei potenti dotati di mezzi di distruzione nucleari. Questi mezzi distruttivi assoluti richiedono un nemico assoluto, se non vogliono apparire disumani. Ma non sono i mezzi di annientamento che annientano, bensì gli uomini che, con questi mezzi, annientano altri uomini. […] Questo significa, in sostanza, che armi extra-convenzionali presuppongono uomini extra-convenzionali. E li presuppongono non come postulato di un lontano futuro, ma come realtà già presente. L’estremo pericolo non risiede perciò neppure nell’esistenza dei mezzi di annientamento o in una premeditata malvagità dell’uomo. Risiede nella ineluttabilità di un obbligo morale. […] Devono bollare la parte avversa come criminale e disumana, come un disvalore assoluto. Altrimenti sarebbero essi stessi dei criminali e dei mostri. La logica di valore e disvalore dispiega tutta la sua devastatrice consequenzialità e costringe a creare sempre nuove e più profonde discriminazioni, criminalizzazioni e svalutazioni, fino all’annientamento di ogni vita indegna di esistere.

– Teoria del Partigiano, pg.129-131, Carl Schmitt.

La pace nel mondo, il miraggio della seconda metà del Novecento, ha sempre conservato in sé i semi del male che rifuggiva. Non è in crisi a causa di Trump, non c’è mai stata, al massimo ha riguardato l’Occidente, il quale ha sfruttato tutto il suo peso economico e politico per far sì che le guerre persistessero da altre parti purché non in casa. Lo smascheramento del nostro volto benevolo, dietro cosmografie giuridiche ideali, è tanto una sincera manifestazione di sogni quanto di un sonno dogmatico che ottenebra la capacità di giudizio. La Pace Perpetua kantiana è molto più vicina ad un Pax Vobiscum cristiano che ad una scientifica perequazione del diritto per adattare quest’ultimo all’inflazione morale occidentale. Finché l’autoassoluzione pervade le nostre menti, la pace perpetua è solo utopia.

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