Intervista

Luciano Violante: «Il vero problema della democrazia italiana non è come vincere, ma come far votare. Quando vota meno del cinquanta per cento degli elettori, la legittimità si indebolisce. La politica deve ripensarsi, affrontare i problemi dei cittadini, offrire speranza.»

«Se la politica non è una comunità pensante e diventa un ascensore, un meccanismo di carriera, allora le persone si disinteressano e restano i più ambiziosi, o comunque quelli che non hanno interesse a riflettere sul futuro. Serve ricostruire luoghi di incontro e discussione, comunità che elaborano idee e non semplici comitati elettorali.»
Luciano Violante: «Il vero problema della democrazia italiana non è come vincere, ma come far votare. Quando vota meno del cinquanta per cento degli elettori, la legittimità si indebolisce. La politica deve ripensarsi, affrontare i problemi dei cittadini, offrire speranza.»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Luciano Violante è stato uno dei protagonisti silenziosi ma decisivi della Repubblica. Magistrato, professore di diritto penale, parlamentare per quasi trent’anni, ha attraversato i passaggi più duri della storia italiana: terrorismo, guerre di mafia, crisi del sistema dei partiti. Deputato dal 1979 al 2008 nelle file della sinistra, è stato presidente della Commissione Antimafia e della Camera dei deputati. Nel 1996, da Montecitorio, lanciò un appello alla riconciliazione nazionale ancora estremamente attuale. Oggi guida la Fondazione Futuri Probabili, che punta a far dialogare tecnologia e saperi umanistici per affrontare i nodi delle nuove generazioni e le principali questioni strategiche.

-Futuri Probabili ha presentato lo scorso anno il report “Per una strategia di sicurezza nazionale”. Di fronte all’espansione dei Brics e agli sconvolgimenti dell’era Trump quanto è attuale questo progetto?

Si tratta dell’unico rapporto di questo tipo prodotto in Italia. I nostri governi non hanno mai redatto un piano strategico di sicurezza nazionale. Altri Stati lo hanno fatto: Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Stati Uniti. Da noi purtroppo ciò non è mai successo. Credo che questa lacuna sia dovuta in gran parte all’instabilità dei governi, che ha impedito un’operazione di questo genere, che richiede tempo e omogeneità di vedute. Nel testo abbiamo indicato i settori strategici da presidiare con maggiore attenzione: alimentazione, mare, energia, terre vare, situazione idroegeologica e altri ambiti cruciali. Il nostro lavoro non sostituisce ovviamente quello del governo. Sarebbe però necessario che l’Esecutivo italiano si assumesse la responsabilità di un progetto su questi temi. Ora è difficile perchè siamo a fine legislatura mentre questi lavori si avviano di solito all’inizio. Ma è auspicabile che il prossimo governo, qualunque sia il suo colore, lo faccia.

-Tra i temi principali emergono il mare e i rapporti con l’Africa.

Il mare, le materie prime, lo stato idrogeologico del Paese: tutte questioni prioritarie.

-Su Fortune ha detto che ora come Fondazione state seguendo anche altri temi. Su cosa vi state concentrando?

Energia, fondali marini, spazio, povertà educativa. Abbiamo una ricerca in corso sulla povertà educativa in Lombardia, Piemonte e Nord-Ovest, cui attribuiamo grande importanza.

-Concentriamoci sull’energia.

Stiamo svolgendo audizioni di esperti e definendo un piano sulla necessità del nucleare.

-Perché?

Il nucleare è una categoria ampia, con diverse tipologie, anche con gradi di sicurezza energetica che altre fonti non hanno. Il rapporto sarà reso pubblico a metà anno e sottolineerà anche la necessità di un’educazione all’energia, che significa consapevolezza della questione energetica al di là di pregiudiziali ideologiche..

-Ovvero?

Le rinnovabili non bastano da sole, come allo stesso tempo bisogna ricordare che lo sviluppo del nucleare non esclude le fonti naturali (vento, sole o acqua). Anzi. È quindi necessaria una strategia capace di integrare queste fonti diverse, ma complementari per la vita di un Paese.

-All’interno del vostro rapporto sulla sicurezza cruciale è il Piano Mattei. L’Africa è tornata centrale nel dibattito.

Africa e Asia sono i continenti del domani. Europa e America restano centrali ma legate al passato. L’Africa soprattutto ha un’età media bassissima, enormi risorse e forti squilibri interni. Esiste oltre a quello dell’instabilità anche un problema religioso, specie nel Nord Africa. Ma ciò non può portarci a disinteressarci. In passato i fondi europei MEDA sostenevano quei Paesi, poi sono stati dirottati su altre priorità, generando forte risentimento nel Nord Africa . Oggi l’intera Africa richiede maggiore attenzione. Cina, Russia e Turchia sono molto presenti e influenti nel continente. Stupisce che l’Italia, pur essendo un paese al centro del Mediterraneo, non abbia, invece, una strategia complessiva. Il Piano Mattei va nella giusta direzione, ma forse servirebbe un impegno maggiore e un’azione più penetrante.

-Servono nuove sinergie euro-africane o italo-africane?

Sì, ma non si può parlare di Italia senza Europa. L’Europa dovrebbe, a mio avviso, rafforzare i rapporti con i paesi dei BRICS+ e del Sud globale. Questi Paesi chiedono la ristrutturazione delle istituzioni internazionali create dopo la Seconda guerra mondiale. Il mondo è cambiato rispetto al secondo dopoguerra. I BRICS superano il G7 per PIL, popolazione ed energie disponibili. Questi paesi pongono un problema giusto di revisione degli organismi internazionali per renderli più aderenti ai cambiamenti degli equilibri mondiali. L’Europa potrebbe farsi interlocutrice e portavoce di istanze di maggiore equilibrio internazionale. In questo senso l’apertura sul Mercosur è un segnale positivo.

-Come vede l’UE davanti a queste sfide?

Esistono due visioni: un’Europa soggetto unitario e una spinta a tornare verso i nazionalismi. Quest’ultima è alimentata dalle destre estreme e trova sponde nelle politiche statunitensi e russe. Serve un’alleanza di Paesi “volenterosi” che comincino ad occuparsi di difesa europea comune e di politica estera comune, che sono i nodi centrali. La somma della spesa per la difesa dei paesi della Ue è cinque volte superiore a quella Russia, ma non produce né sicurezza né deterrenza. 

-L’innovazione è un altro terreno critico per l’UE su cui serve maggiore attenzione…

Gli Stati Uniti hanno forti investitori privati, la Cina ha un ruolo massiccio dello Stato per finanziare l’innovazione. L’Europa non ha né l’uno né l’altro. I grandi capitali europei preferiscono moda e lusso alla tecnologia, mentre i singoli stati da soli non riescono a tenere il passo delle grandi potenze. Rischiamo la subalternità. Serve un piano tecnologico europeo per garantire autonomia. Non per competere subito con USA e Cina; anche perché non siamo pronti a raggiungerli nel breve periodo. Le intelligenze ci sono, ma per un risveglio dell’innovazione europea mancano, invece, i capitali.

-Quando divenne presidente della Camera, pronunciò a Montecitorio uno storico appello per la riconciliazione nazionale. Oggi l’Italia è più polarizzata?

Tutti i Paesi lo sono. Da una parte i social producono polarizzazione e impediscono il dialogo tra punti di vista diversi. Si tratta di una tendenza generale che rientra nel problema della più ampia crisi della liberaldemocrazia. Dall’altra i partiti non sono più comunità pensanti, ma macchine elettorali. È necessario ricostruire comunità politiche fondate sul dialogo e il confronto. Ciascun partito dovrebbe chiedersi perché esisto e quale idea di Paese propongo per il futuro. Nessuno sembra farlo.

-Lei ha scritto sulla crisi della liberaldemocrazia. Come affrontarla?

Servono risposte nuove a sfide cruciali e improrogabili. Non si può rispondere reiterando le “ammuffite” ricette del Novecento. Immigrazione, energia, tecnologia e rapporti con i Paesi post-coloniali vanno ripensati in una nuova chiave liberaldemocratica.

-Come valuta il problema del free speech nei social che porta a tensioni tra Londra e Bruxelles con Washington?

Si tratta di un conflitto valoriale che si basa su un bivio cruciale: garanzia dei cittadini o garanzia del mercato. La democrazia deve guardare ai cittadini, ma in modo nuovo. Le norme europee su digitale e intelligenza artificiale sono corrette. Sono sbagliati i divieti e le proibizioni. Serve, invece, una pedagogia digitale, soprattutto per gli insegnanti, che sono più a contatto con le generazioni giovani. Non si può lasciare tutto al mercato. Ciò non vuole dire demonizzare i privati, ma avere come priorità i cittadini.

-E sulla riforma elettorale?

Le leggi elettorali fatte per vincere hanno sempre fallito. Il vero problema della democrazia italiana non è come vincere, ma come far votare. Quando vota meno del cinquanta per cento degli elettori, la legittimità si indebolisce. La politica deve ripensarsi, affrontare i problemi dei cittadini, offrire speranza. I giovani ne hanno poca. Alcuni dicono di non volere figli perché vedono il mondo devastato. È un segnale grave. La politica deve ricostruire speranze possibili e valori condivisi. Quando ci sono valori reali, le persone partecipano. Quando vedono solo giochi di potere si ritraggono.

-In che modo si può ricostituire questo rapporto con i cittadini, questa risensibilizzazione? È sempre un problema pedagogico e culturale?

La politica ha un aspetto pedagogico, almeno per come l’ho vissuta io e la mia generazione. È spiegazione di ciò che accade, interpretazione, e capacità di far sentire i cittadini protagonisti di ciò che succede o di qualcosa di diverso da costruire. Oggi questo sforzo non c’è, o, per lo meno, io non lo vedo.

Per i progetti della fondazione incontro spesso gruppi di ragazzi che vogliono capire come ci si impegna, cosa si può fare. Ma se la politica non è una comunità pensante e diventa un ascensore, un meccanismo di carriera, allora le persone si disinteressano e restano i più ambiziosi, o comunque quelli che non hanno interesse a riflettere sul futuro. Serve ricostruire luoghi di incontro e discussione, comunità che elaborano idee e non semplici comitati elettorali.

-Come valuta la riforma Nordio e come si possono affrontare le polarizzazioni su questo tema?

La riforma Nordio, che non c’entra nulla con la giustizia, riguarda il nodo del riequilibrio tra politica e magistratura. Un tema a mio avviso necessario; lo scrissi già nel 1993, in piena Tangentopoli, quindi non mi scandalizzo. Ma qui lo si è fatto nel modo peggiore.

Io non sono contrario alla separazione; sono contrario a questa separazione. I pubblici ministeri diventano una “casta” autonoma, autogovernata: oggi, nel CSM su venti magistrati, i PM sono solo quattro; domani nel CSM dei pm separato dal CSM dei giudici, saranno solo i circa 2000 PM ad amministrare loro stessi, senza vincoli gerarchici o di indirizzo politico. Un sistema di questo genere non esiste in nessuna parte del mondo. Si crea un superpotere pericoloso anche per la politica. Lo trovo suicida.

È vero: una volta fatta questa scelta, e verificata concretamente la sua pericolosità, si dirà che serve un controllo politico, come in Francia, Spagna, Germania. Ma allora lo si dica apertamente, non si faccia questa riforma come anticamera mascherata.

-Un giudizio negativo quindi…

Ripeto. Io non sono contro la separazione delle carriere, sono contro questa separazione. Così si indeboliscono i diritti dei cittadini e soprattutto non si migliora lo stato della giustizia. Anzi.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

-Sulla crisi delle classi dirigenti: è una decadenza generale o riguarda soprattutto la politica?

Nel mondo dell’impresa vedo molti manager di grande livello, altri non lo sono, ma nonostante ciò non c’è una crisi paragonabile a quella politica.

-Ovvero?

Si tratta di un contesto diverso. Dirigenti politici esistono: Giorgia Meloni lo è, Renzi lo è, Schlein lo è, Conte lo è. Piacciano o no. Il problema è che dietro di loro non c’è una classe politica vera e propria. Ciò non vuole dire che non abbiano dei meriti. Schlein, ad esempio, ha portato il partito su percentuali più alte e ha l’intelligenza di mettere insieme le forze: si vedrà l’esito, anche rispetto al rapporto con i Cinque Stelle.

Ma nessuno di questi però si pone la domanda decisiva: “cosa voglio per l’Italia nei prossimi quindici anni?” Non vedo un pensiero sul domani, sul futuro prossimo. Ecco il vero problema. Io spero ad esempio che Giorgia Meloni riesca a fare finalmente un Partito Conservatore Italiano, liberandosi dei residui che fanno il saluto fascista. Sarebbe un risultato importante per il Paese, utile anche per il centrosinistra , che a quel punto capirà che per competere deve unirsi stabilmente.

-Pensa riuscirà a farlo a breve?

No. Meloni non può rifondare oggi, in un anno elettorale, un vero Partito Conservatore. Avrebbe potuto farlo tre anni fa, ma comprendo che all’epoca poteva essere estremamente complesso. Forse potrà farlo dopo il voto politico del 2027.

-Ci serve un Partito Conservatore?

Sì. Sarebbe importante: un partito conservatore aiuterebbe anche l’altra parte a costruire un partito democratico vero (capace di coagulare tutte le forze progressiste), e un confronto tra conservatori e democratici è ciò che serve al Paese.

Un partito conservatore potrebbe, inoltre, attrarre anche elettorati oggi dispersi riunendo un campo che va dalla destra al centro liberale, libdem e popolare. Non sarà mai il mio partito, ma è una necessità del Paese. Dall’altra parte, di fronte a un soggetto forte a destra, a sinistra si deciderà di non restare più frammentati: bisogna trovare un modo di stare stabilmente insieme.

-Come valuta l’intervento a Caracas del 3 gennaio e cosa dice del quadro globale?

Basta leggere il rapporto di sicurezza strategica (NSS) di Trump: parla di emisfero occidentale, poi in maniera separata di Europa. Ha disunito l’Occidente e ha considerato le Americhe come il “quartiere di casa” degli Stati Uniti. Del resto, la tradizione americana di interventi in Centro e Sud America esiste da tempo: non è una novità di Trump.

L’intervento è illegittimo dal punto di vista internazionale, su questo non c’è dubbio. Poi che il regime venezuelano non sia certo un modello, è evidente… Ma l’illegittimità resta. È importante che l’Europa e i “volenterosi” prendano posizioni chiare; e non condivido chi in Italia abbia sostenuto questa azione.

La copertura retorica è simile ad altre: come Putin in Ucraina, qui si parla di ordine di cattura, di lotta al crimine. Ma il punto vero sono le risorse del Venezuela, il gas e l’oro. Il petrolio pare sia di cattiva qualità ed abbia altissimi costi di estrazione.

-E sul narcotraffico?

Il Venezuela è più una piattaforma di transito, organizzazione e trasporto, non un produttore. E questo non è meno grave. Ma non c’entra nulla con la produzione. Non a caso l’attenzione di Trump è anche su Messico e Colombia. Ma sul narcotraffico, non è coerente: ha graziato un ex presidente honduregno, Juan Orlando Hernández, condannato per narcotraffico da Biden.

-Ultima domanda: siamo a inizio anno, tempo di propositi. Che speranze ha per il 2026?

Spero nella pace in Ucraina e a Gaza. Se Kiev e Gaza continuano a essere massacrate, c’è poco da fare. Siamo giustamente costernati per alcuni morti vicini e ignoriamo i morti lontani.

C’è un enorme problema umanitario: nel Mediterraneo, a Gaza, in Siria, nei Balcani, in Ucraina, nelle carceri e nelle repressioni. È un problema enorme. E non possiamo abituarci a questo dolore. Va rimesso al centro.

-Quindi serve più attenzione umanitaria come bussola?

Sì. L’Europa, unico continente davvero libero e democratico, deve porre il problema umanitario come grande tema. Non parlo di moralismo: parlo di priorità politiche, diritti umani e limiti alla violenza. Senza principi chiari, anche le alleanze si logorano e ogni crisi umanitaria diventa solo cronaca della Lacrima.

I più letti

Per approfondire

«La destra è radioattiva. Qualsiasi cosa piaccia alla destra diventa negativa agli occhi della sinistra, anche se è una cosa di sinistrissima»: mutazioni politiche nell'Italia odierna secondo il Professor Luca Ricolfi

Rispetto a qualche decennio fa, destra e sinistra sembrano essersi scambiate valori e basi sociali. In Italia e nel resto d'Occidente è occorsa una mutazione radicale, di cui per certi aspetti ancora non si ha totale contezza. Ne abbiamo parlato con il Professor Luca Ricolfi, docente e presidente della Fondazione Hume, che ha studiato approfonditamente il fenomeno.

Il cinquantunesimo Stato

L'Italia americana è una creatura di recente sviluppo. È solo negli ultimi anni, infatti, che è stato assorbito tutto ciò che arrivava da oltreoceano con una inconsapevolezza impensabile. È così che i fatti di casa loro sono diventati fatti di casa nostra. Ed è così che si saluta con gioia la cessione di propri comparti strategici, quale dovrebbe essere la Tim, per motivazioni puramente economiche e finanziarie, e non come tributo all’impero di cui gli italiani si sentono orgogliosamente parte.

Usa, storia di un amore contrastato

La storia di amore e odio tra Italia e Stati Uniti è attraversata dalle diffidenze spocchiose degli intellettuali e dalle facili simpatie pop. Libri, slogan e colonne sonore del più complicato dei nostri rapporti.

Pino Pisicchio: «Un paese non può vivere in una guerra civile politica permanente. Senza una terra di mezzo, la democrazia si impoverisce.»

«È fondamentale costruire una terra di mezzo che eviti lo scontro quotidiano. Un paese civile non può vivere in un clima di conflitto permanente tra destra e sinistra: una logica di delegittimazione quotidiana non funziona. Da qui l'ossessione per un centro che torna così ad acquisire attenzione, anche se al momento non ha ancora una piena consistenza.»

L’intellettuale di regime

Che fine ha fatto l’intellettuale? Categoria morta da anni, torna in auge grazie a Sabino Cassese: oggi è l’ideologo, il servo del potere dominante

Gruppo MAGOG