La politica, per parafrasare Sir Michael Dobbs, è come il mercato immobiliare, più sei vicino al centro più alto sarà il valore della proprietà. Eppure se si guarda allo scenario attuale tutti sembrano volere un’opzione centrista (ancillare o maggioritaria che sia) ma dominano i partiti polarizzati, mentre moderati, liberali e popolari sono vittime di una dimensione partitica pulviscolare. Per affrontare il tema della mancanza di un centro di gravità permanente abbiamo intervistato Pino Pisicchio. Parlamentare democristiano, già sottosegretario ai lavori pubblici e presidente del più ampio gruppo misto della storia repubblicana nella scorsa legislatura, politologo e docente universitario, Pisicchio nei suoi ultimi libri – “L’ossessione del centro. La politica italiana alla ricerca di un equilibrio” e “La politica come mestiere. Idee, pratiche e vizi della classe dirigente” (entrambi editi Rubbettino) – ha riflettuto sul ruolo del centrismo nella storia politica italiana e sulla politica intesa come professione, tra competenze necessarie, crisi etica e responsabilità della classe dirigente.
-Professor Pisicchio, perché in questo contesto muscolarmente bipolare rinasce l’ossessione per il centro?
Viviamo in un contesto politico estremamente polarizzato dove assistiamo ad un bipolarismo conflittuale, in cui i due poli tendono a non riconoscersi reciprocamente in termini di piena legittimazione. In questa situazione diventa fondamentale costruire una terra di mezzo che eviti lo scontro quotidiano. Un paese civile non può vivere in un clima di conflitto permanente tra destra e sinistra: una logica di delegittimazione quotidiana non funziona. Da qui l’ossessione per un centro che torna così ad acquisire attenzione, anche se al momento non ha ancora una piena consistenza.
-Come siamo arrivati, dopo oltre un cinquantennio di governi a maggioranza democristiana, centrista o di centrosinistra, a una condizione che lei ha definito “pulviscolare”?
Le concause sono molte, storiche, antropologiche, culturali, ma io ho sempre insistito su una in particolare: il superamento del sistema elettorale primorepubblicano. La caduta del muro di Berlino ha ridimensionato l’approccio ideologico della forma-partito, ma la vera destrutturazione della forma-partito in Italia è avvenuta con l’introduzione del nuovo sistema elettorale nel 1993, dopo il referendum di Mario Segni. Agli italiani fu promessa una “democrazia compiuta”, basata sull’alternanza e la stabilità, attraverso il maggioritario, e gli italiani ci credettero. In realtà si è creato il mostro della fine della forma-partito e la nascita e diffusione di “partiti personali”. In quel contesto c’è stata sì l’alternanza, ma non abbiamo avuto né stabilità né prospettive coerenti.
-In che modo il sistema maggioritario ha inciso sulla scomparsa del centro?
Nel nuovo schema non c’era più spazio per la terra di mezzo. Alle elezioni del 1994, con il Mattarellum, la lista centrista il Patto Segni, che raccoglieva circa il 16% ottenne alla Camera solo 4 seggi nel maggioritario e pochi seggi proporzionali di recupero. Con un sistema proporzionale avrebbe avuto oltre 100 parlamentari. Questo avrebbe impedito la vittoria di Berlusconi e imposto governi di coalizione. Da quel momento il centro non ha più potuto svolgere il suo ruolo vero e forte di ammortizzatore del conflitto politico che ha sempre svolto. E abbiamo assistito a questo scontro muscolare permanente alimentato, tra l’altro, dall’avvicendarsi di sistemi elottorali deleteri.
-Come valuta lo scenario attuale del centro politico in Italia?
Oggi il centro non è coagulato, ma disperso. A destra Forza Italia svolge una funzione centrista nella coalizione di centrodestra, perché gli altri partiti si sono spostati più a destra. A sinistra il centro, invece, sopravvive in forme minoritarie. L’ultima vera esperienza significativa centrista fu la Margherita (che univa da Rutelli a Dini, dai popolari ai riformisti), una soggettualità politica interessante, poi confluita deludentemente nel Partito Democratico. Anche perché con quella confluenza è finita l’autonomia politica del centro.
-L’idea era quella di costruire un grande partito democratico, come Berlusconi cercò di fare un partito del centrodestra sul modello americano…
Sì, ma fu un abbaglio. In America il bipolarismo è consolidato da secoli e le leggi elettorali non sono mai cambiate. In Italia no: siamo la Repubblica dei partiti, con una Costituzione costruita dal pluralismo. Il bipolarismo spinto verso il bipartitismo non ha funzionato e non poteva funzionare per motivi storici, insiti nella genetica della nostra storia repubblicana. La storia recente ce lo conferma.
-Perché l’area liberaldemocratica è così frammentata e balcanizzata?
Perché in Italia chiunque si definisce liberale-democratico. È una definizione inflazionata e trasversale. I soggetti politici che si richiamano a questa tradizione sono tanti, ma quelli realmente significativi sono pochi: Calenda, Renzi e, in misura minore, +Europa. Insieme possono arrivare all’8%. Se sommati a Forza Italia e a una componente centrista presente nel PD, si potrebbe arrivare fantapoliticamente al 20%. Un partito del 20% oggi sarebbe centrale in qualsiasi maggioranza. Ma qui pesano aldilà delle differenze programmatiche (ben minori di quelle che hanno con le forze di destra e sinistra), soprattutto da un lato i vari protagonismi personali, dall’altro la mancanza di una figura unificatrice.
-E perché è scomparsa una “casa dei cattolici” in politica?
È importante sottolineare che la Democrazia Cristiana non era il partito dei cattolici, ma un partito fatto da cattolici. La sua fine fu purtroppo ineluttabile. Le conseguenze antropologiche del ’68 (che portò tra le altre cose alla decadenza dell’associazionismo ecclesiastico), la fine del proporzionale e la caduta del muro di Berlino sono le cause della dissoluzione del voto cattolico organizzato e le sue premesse politiche. Oggi poi non esiste più un’esigenza di rappresentanza politica confessionale. Da qui la fine di un soggetto capace di essere il maggiore referente del voto popolare. Basti pensare che anche Papa Francesco ha richiamato all’impegno sociale, non alla costruzione di un perimetro politico cattolico.
-Una possibile aggregazione terzoforzista potrebbe nascere attorno ai Berlusconi?
È una possibilità. Non so se hanno la volontà di farla. Sarebbe però l’unica vera novità dello scenario politico attuale. Marina Berlusconi sarebbe una leader naturale per un grande centro: ha una visione progressista, liberale in senso americano, non conservatrice, ma con una forte attenzione alle istanze imprenditoriali. Se si riuscisse a mettere insieme questa esperienza con Calenda e Renzi, si potrebbe costruire qualcosa di nuovo. Lo stesso Piersilvio Berlusconi potrebbe essere una variante più moderata di questo progetto, ma non per questo meno interessante. Però bisognerebbe superare protagonismi personali, egolatrie e narcisismi dei singoli capi. Ulteriore conferma del fatto che la politica italiana (ma non solo) andrebbe letta anche con gli occhi della psicanalisi…
-Esistono modelli europei a cui guardare?
Sì. Il modello tedesco delle grandi coalizioni e del centrismo dell’Unione Cdu/Csu, quello francese di Macron, oppure l’esperienza britannica. Starmer è un esempio interessante: ha riconosciuto i meriti del predecessore conservatore e ha riportato verso il centro il Labour, ottenendo una maggioranza enorme. Starmer che è un politico vero e pragmatico, come Blair può essere definito centrista. È un esempio di come istanze centriste possano nascere anche in sistemi bipolari.
-Nel suo “La politica come mestiere” lei analizza la crisi della formazione politica, e la deriva perciò politica e cultura spesso non sono più un binomio, ma un alternativa. Come vede oggi lo stato della formazione politica? Vede segnali di speranza?
No, non vedo segnali di speranza. L’Italia aveva un sistema di formazione unico in Europa. I partiti formavano la classe politica dirigente. Avevano le loro scuole: la DC la Camilluccia, il PCI le Frattocchie. Tramite esse il prodotto finito era una persona, generalmente giovane, che veniva formata nel modo più pieno, non solo alla politica politicante, ma alla politica teorica, filosofica, economica, internazionale e all’azione politica. E poi c’era un cursus honorum: era impensabile che un esponente di un partito potesse passare dalla scuola politica direttamente al Parlamento. Per fare il parlamentare dovevi prendere i voti. Quando sono entrato in Parlamento avevo 31-32 anni e ho preso 80.000 voti di preferenza. Ma avevo già fatto l’assessore al Comune di Bari, avevo cominciato con i gruppi giornalistici, avevo fatto scuola anch’io. Ormai dal 1994, invece, il proporzionale e il voto di preferenza sono stati cancellati ai livelli parlamentari favorendo lo smantellamento di queste impostazioni.

-E all’estero quali modelli di formazione politica vede?
Il sistema inglese è diverso: attinge direttamente dalle università. Anche il sistema francese è interessante tramite le grandi scuole: l’ENA, ad esempio, ha formato la migliore classe dirigente francese. Negli ultimi anni un solo presidente che io ricordi non è passato dall’ENA è Sarkozy. E alcuni più crudeli dicevano che si vedeva…
-Lei cita anche il modello tedesco.
Sì: i tedeschi hanno un sistema molto interessante, quello delle fondazioni politiche. A questi è deputata la formazione dei giovani e della classe politica e dirigente. Ed anche per questo vengono finanziate dallo Stato. Un modello del genere potrebbe essere ripreso dall’Italia. Ciò sarebbe anche in linea l’articolo 54 della Costituzione e la formula “disciplina e onore”.
-Ovvero?
È un passaggio sempre banalizzato. “Disciplina” viene dal latino discere, cioè imparare e restituire ciò che hai imparato al pubblico, ai cittadini. Questo ha un senso importante: chiede competenza, un fattore che oggi vedo un po’ perduto. Dobbiamo formare una classe dirigente anche per questo dovere costituzionale.
-Un ritorno della politica come mestiere potrebbe avvenire seguendo la scia tedesca, quindi con fondazioni come luogo formativo?
Sì, ma attenzione: in Germania ogni partito ha una sola fondazione. Non è che in Italia mettiamo fondazioni per ogni singolo politico o ex politico. Lo Stato riconosce il partito e la sua fondazione, e finanzia quella fondazione. In Italia sarebbe un’apertura straordinaria, una cosa nuova per rifondare la formazione politica alla luce della fine dei partiti.
-Temi moderati come Mediterraneo, Europa, sud globale vengono spesso ripresi in chiave retorica. Una bussola moderata dovrebbe riscoprire l’importanza di Mediterraneo e rapporto con l’Europa?
Ne sono assolutamente convinto. Ogni tanto sento parlare del “progetto Mattei”: va bene, mi fa piacere che la Presidente del Consiglio scopra Mattei, ma lo deve scoprire fino in fondo. Mattei è stato un grande partigiano che ha costruito una politica estera italiana fondata su una dimensione collaborativa con i Paesi in via di sviluppo: “non vengo a colonizzare, vengo a darvi tecnologie”, e sul petrolio un 50-50, contro le royalties irrisorie delle 7 sorelle.
-Crede che quella linea di politica estera andrebbe ripresa?
Sì perché è stata la linea che ha fatto la storia del nostro Paese. Da Mattei a Moro, ai governi democristiani, a Craxi, fino a Dini e a modo suo a Berlusconi. Parlare di “dottrina Mattei” senza questo è un approccio a spot, pubblicitario, superficiale. Anche perché Mattei era un rivoluzionario, capace di prese di posizioni coraggiose e autonome, non solo di giusta fedeltà agli alleati del nostro Paese.
-Quanto è importante una prospettiva euromediterranea?
È fondamentale. Dare senso all’idea del Mediterraneo come mare che unisce e non che divide. A partire dalla politica migratoria. Tramite un approccio costruttivo con i paesi del Mediterraneo allargato con lealtà verso gli alleati atlantici, ma anche con autonomia e indipendenza per ciò che è necessario all’Italia e all’Europa. L’Europa non può espandersi a nord: lo spazio necessario si chiama Mediterraneo, e l’Italia per motivi storici e geostrategici è quella che ha il dovere di agire e la migliore tradizione a cui fare riferimento.
-Con quali strumenti?
Dalla cooperazione economica all’impegno per cercare di costruire gli strumenti di formazione della classe dirigente mediterranea e di una burocrazia mediterranea. La burocrazia è l’elemento di continuità di ogni governo. L’idea è creare centri di formazione collaborativi tra Italia e capitali mediterranee (e africane), università e centri di ricerca. Così si seminano frutti per il futuro e per le giovani generazioni.
-Lei ha vissuto dall’interno i governi Conte e Draghi e gli scontri tra Lega e 5 Stelle. I populisti potevano recuperare una funzione moderata e di governo e hanno mancato l’occasione?
Sì, era possibile, ma servivano strumenti culturali per capire dove portano certi percorsi e certe scelte che a loro sono evidentemente mancati. Io ero presidente del gruppo misto e arrivai ad avere una novantina di deputati: una cifra abnorme, che non dovrebbe esistere. I partiti populisti furono spinti da una forza impattante nuova: il digitale. Il Movimento 5 Stelle era costruito sui meet-up di Grillo: non aveva l’ausilio delle televisioni, ma l’egemonia sui social media, grazie all’invenzione di Casaleggio, con Grillo come testimonial. Salvini fece lo stesso, con un apparato enorme sui social, la cosiddetta Bestia. Il digitale funziona finché sei nella fase distruttiva: attacchi, parole d’ordine, odio e entusiasmi. Riesce a mobilitare, ma fidelizza con grandissime difficoltà. Quando devi governare e mantenere confidenza con le istituzioni, non funziona così. E infatti dopo altalenanti e irregolari consensi ora entrambi i protagonisti di quella stagione sono passati da oltre il 30% a sotto il 9… Sono mancate le strutture politiche, gli strumenti culturali e le capacità per trasformare quella mobilitazione in fidelizzazione. Degli aspetti indispensabili per ridare credibilità alla politica e risolvere il problema della formazione.
-Mattarellum, Porcellum, Rosatellum, Italicum, ora “Melonellum”: come vede questa processione di riforme elettorali?
Da mesi sostengo che va evitato che chi vince le elezioni e si fa la maggioranza poi si faccia la legge elettorale che vuole. A parte che ciò è stato sempre nefasto per chi lo ha fatto… In secondo luogo la legge elettorale ha valenza costituzionale rilevantissima, ed anche se basta una maggioranza semplice per cambiarla, dovrebbe essere un terreno comune e condiviso. Cambiarla ogni anno è stato un grave errore delle forze politiche e un danno per la nazione. Nella Prima Repubblica nessuno contestava il proporzionale: “questo è il consenso che prendo e questi sono i parlamentari che porto a casa”. Nel maggioritario entrano adulterazioni: sbarramenti, premi, e si può modificare totalmente il quadro. La discussione sulla legge elettorale sembra spesso un assalto alla diligenza che si ritorce contro chi le promuove. Anche perché sono sistemi parziali che non hanno una vera legittimità e pertanto vengono sempre messe in discussione dalla maggioranza successiva. E infatti abbiamo avuto quattro leggi dopo il proporzionale, e ora arriveremo forse alla quinta.
-E che leggi…
Esattamente. Non a caso Giovanni Sartori, il più grande politologo italiano, disse che erano talmente brutte da meritare nomi da latinorum maccheronico e donabbondiano: Porcellum. Poi dall’Italicum in poi questa beffa si è trasformata quasi in una decorazione d’onore: Renzi battezzò Italicum una legge che, peraltro, è l’unica approvata e mai applicata perché bocciata dalla Corte Costituzionale. E poi c’è stato Rosatellum. Questo cambiamento compulsivo non esiste negli altri Paesi democratici: l’America ha la sua legge da secoli, gli inglesi grazie all’uninominale hanno stabilità da secoli. Solo l’Italia ha questa anomalia.
-E che spera per questa ultima legge elettorale?
Che sia l’ultima. Per raggiungere questo obiettivo dovrebbe essere condivisa oltre il perimetro della maggioranza con una vera condivisione di questo progetto con l’opposizione (o almeno parte di essa). Il migliore dei casi? Dovrebbe essere votata con la maggioranza qualificata e non con quella assoluta dopo una determinazione preliminare ampia e rigorosa in coinvolgimento con l’opposizione. Vedremo.
-Qual è, in conclusione, la strada possibile per l’Italia?
O un grande soggetto centrista capace di fare da perno. Oppure il rafforzamento di due partiti centristi forti, uno a destra e uno a sinistra, capaci di evitare uno scontro permanente, ammortizzando e filtrando il conflitto politico. Come abbiamo già detto in precedenza un paese non può vivere in una guerra civile politica permanente. Senza una terra di mezzo, la democrazia si impoverisce.