OGGETTO: Gli ingegneri del caos e le rivoluzioni colorate
DATA: 16 Dicembre 2025
SEZIONE: Politica
L’opinionismo politico contemporaneo è attraversato da una febbre interpretativa: ogni falò di protesta, corteo nutrito o slogan in inglese viene immediatamente archiviato come “Rivoluzione Colorata”. È il naturale trionfo di un concetto che, avendo spiegato adeguatamente troppo, oggi non spiega più niente.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Sì, abitiamo nell’epoca della post-verità. Ma ancora di più in quella della post-analisi: quando una categoria nasce per descrivere un’operazione di ingegneria geopolitica e finisce per diventare un jolly retorico da infilare in qualsiasi disordine sociale non gradito al potere locale o ai suoi protettori esterni. Eppure, la realtà resta meno monolitica delle nostre paure. Non ogni pietra lanciata contro un ministero è stata finanziata dal National Endowment for Democracy. Allo stesso modo, non tutti gli studenti con telefono e rabbia sono avatar inconsapevoli di Langley. L’effetto collaterale del vedere una trama sotterranea ovunque è semplice: quando la macchina si accende davvero, non la riconosciamo più. E magari ci travolge senza averla scorta in tempo. Serve quindi una bonifica del lessico e del riflesso condizionato. Non per assolvere l’Impero, ma per evitare che l’opposizione diventi una superstizione. Tracciamo una linea decente tra rivolta organica e “manovrata”.

Per capire l’abuso bisogna ricordare l’uso originario. In principio, la “Rivoluzione Colorata” non era un sospetto ma qualcosa di estremamente concreto e riconoscibile: rovesciare regimi autoritari – o semplicemente non allineati – riducendo al minimo la necessità di forza bruta e massimizzando quella delle telecamere. Il metodo, ormai codificato e noto, è quasi liturgico: si intercetta un disagio che – a ragion del vero – è reale (corruzione, brogli, stagnazione sociale, percepita irrilevanza della partecipazione), lo si incanala in strutture addestrate e spesso finanziate dall’Occidente, si costruisce un’identità visiva semplice e replicabile (un fiore, un simbolo trasversale e neutrale, un colore), poi si esaspera la pressione fino alla resa o alla fuga dell’élite governante. È successo in Serbia nel 2000, in Georgia nel 2003 e in Ucraina nel 2004. In questi esempi la definizione regge: la “società civile” funge da ariete per un riallineamento geopolitico integrale. È una guerra condotta con altri mezzi: le ONG e la copertura mediatica globale. Il guaio, tuttavia, nasce quando il modello interpretativo diventa una teologia. Oggi la categoria soffre di inflazione: per una parte degli osservatori – spesso animati da una comprensibile ostilità verso l’egemonia statunitense – vale un pigro riflesso pavloviano: ogni protesta in un governo non allineato è una rivoluzione colorata. Questa è una forma di narcisismo geopolitico rovesciato, giacché pone Washington come unico motore della storia. Le masse vengono ridotte a oggetti telecomandati, prive di volontà, desideri propri o rabbia giustificata o giustificabile. Si finisce a negare ai popoli perfino il diritto di essere stupidi, contraddittori o disperati senza regia esterna. Ma i governi cadono anche per ragioni banalmente umane: perché rubano, perché amministrano male, perché si esauriscono i cicli storici, perché le classi politiche non sono all’altezza delle sfide.

Per uscire dal pantano interpretativo possiamo e dobbiamo ritornare alla nozione di dominio del fatto. Chi è l’autore reale di un evento politico? Non solo chi riempie le piazze, ma chi può determinare tempi, esiti e soglie d’arresto. Una protesta diventa “Rivoluzione Colorata” nel momento in cui questo dominio è detenuto da un attore esterno. Non basta dunque il timido appoggio di un corpo diplomatico o i fondi di un’agenzia di sviluppo, certamente sono indizi ma non possono costituire una sentenza; la domanda, più secca, è “l’attore esterno è indispensabile alla sopravvivenza e alla forma della protesta?”

Da qui andrebbe fatta una necessaria distinzione: ci sono proteste endogene in cui il disagio è reale, l’innesco è locale e in cui un attore esterno può decidere di inserirvisi dopo, ma senza la guida del veicolo. In questo caso, ad esempio, se Washington si distraesse, la piazza resterebbe. Ci sono poi le proteste eterodirette in cui l’infrastruttura politica, logistica e mediatica è stata costruita dall’estero per anni. Senza sponsor, sostegno e copertura internazionale, il movimento collasserebbe rapidamente. Qui l’attore esterno non è un tifoso ma il direttore dell’operazione. Esiste anche una dimensione ibrida, quella della cooptazione: movimenti che nascono autonomi e vengono progressivamente espropriati

Per evitare di chiamare cospirazione ciò che è solo caos, ci sono una serie di segnali che possono aiutare a non scivolare dalla geopolitica alla cartomanzia. Se mancano, vale la pena riporre la teoria della rivoluzione colorata e tornare a studiare i fenomeni ulteriori del paese osservato: una rivoluzione colorata non è mai solo morale. Ha una direzione strategica, sposta gli equilibri internazionali. Se il Paese oggetto è marginale o se il governo contestato è già un potenziale partner dei registi, la probabilità di un’operazione colorata scende drasticamente.

Il vero test è il mattino successivo: se il nuovo esecutivo apre immediatamente a un cambio di rotta deciso, e.g. a rotture di trattati con rivali dell’Occidente, privatizzazioni accelerate, riallineamenti militari e finanziari, la diagnosi si fa più solida. Se invece l’orientamento strategico resta ambiguo o sostanzialmente invariato, si è probabilmente davanti a un collasso interno e non a un progetto esterno compiuto. Il caso del Nepal è emblematico: un governo favorevole alla multipolarità, impegnato in un difficile equilibrismo tra Cina e India, cade e viene sostituito da un altro governo altrettanto multipolare e impegnato nel medesimo equilibrismo. Manca totalmente il cui prodest geopolitico, ergo, non siamo di fronte a una rivoluzione colorata.

Altro segnale notevole: le rivoluzioni eterodirette vogliono rimozioni, non riforme. In un conflitto sociale ordinario, concessioni e compromessi possono spegnere il conflitto. Nelle operazioni colorate, le concessioni funzionano spesso come carburante: alzano l’asticella dello scontro e accelerano l’obiettivo di sostituzione completa dell’élite. In una rivoluzione colorata, i gestori del caos istruiscono la piazza a rifiutare qualsiasi compromesso che non sia la capitolazione totale del regime. In Indonesia o nelle Filippine, proteste anche vibranti si sono sgonfiate non appena il governo ha concesso minime riforme. Perché? Perché mancava la direzione esterna interessata a condurre la rabbia alle sue estreme conseguenze.

Un fenomeno pilotato manca totalmente di spontaneità, favola utile ai comunicati stampa. Le rivoluzioni colorate hanno sempre un volto spendibile o una classe dirigente pronta. Quando la piazza sembra priva di un “prescelto” o di un’alternativa istituzionale credibile già in standby, cresce la probabilità che si tratti di caos autentico.

Infine, nei cambi di regime pilotati, l’ambasciata raramente è un semplice ufficio. È un sensore operativo che produce pressioni sincronizzate al movimento, minacce di sanzioni mirate, segnali diplomatici di convergenza con le rivendicazioni della protesta, scenari già apparecchiati per la transizione. Tutto questo è spesso più eloquente degli slogan.

Qui si annida l’errore contemporaneo più diffuso: l’ondata di proteste a guida giovane in Africa e Asia viene talvolta letta con la lente automatica del “copione colorato” perché ripropone simboli simili, parole chiave in inglese, tattiche da flashmob e una grammatica digitale omogenea. Ma questo può significare una cosa molto più banale e molto più vera: la globalizzazione ha uniformato il vocabolario e l’estetica della rivolta, portando a scambiare i meme per finanziamenti. In diversi casi recenti mancano gli elementi strutturali. Tuttavia, ciò che confonde gli osservatori poco attenti è l’estetica: vedere gli stessi simboli, gli stessi slogan e le stesse coreografie in più continenti simultaneamente porta a teorizzare una direttrice centrale unificata. Tuttavia, la convergenza estetica si spiega molto di più con la globalizzazione dell’immaginario che non con quella del comando.

La categoria di “Rivoluzione Colorata” resta utile. Ignorarla significa sottovalutare la guerra ibrida e l’uso ingegneristico della società civile come leva di potere. Ma applicarla a tappeto la trasforma in feticcio pigro che risparmia lo sforzo di studiare le fratture interne. Lo strumento corretto per comprendere la portata di tali fenomeni è il dominio del fatto, se non si prende atto di ciò, si finisce per vedere spettri ovunque. E quando i demoni veri busseranno alla porta, si sarà troppo impegnati a interpretare il fumo per accorgersi dell’incendio.

I più letti

Per approfondire

Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

L’ombra lunga di Chávez sul tramonto venezuelano

Il Sud America, terra di rivoluzioni e carismi, trova nell’eredità di Hugo Chávez e nel suo successore Nicolás Maduro un esempio di come il populismo possa evolversi in autoritarismo. Dal sogno bolivariano al socialismo del XXI secolo, la leadership chavista ha alternato nazionalizzazioni e politiche economiche instabili, portando il Venezuela a una crisi economica e politica senza precedenti. Il regime di Maduro, tra repressione e sanzioni internazionali, continua a dividere il paese e a sconvolgere l’intera regione.

Può cambiare tutto

In ogni guerra – come la definiscono alcuni commentatori, anche se questa è decisamente meno eroica di quella convenzionale - ci sono vincitori e vinti, sommersi e salvati, furbi e fessi.

Un pensiero su Ilaria Salis

L'incidente politico di Ilaria Salis porta una sua riflessione sul rapporto tra movimenti giovanili di sinistra e istituzioni. Esaminando le decisioni strategiche e le candidature discusse, emergono interrogativi cruciali sull'equilibrio tra ideologia e immagine, suggerendo una possibile frattura tra politici di professione e militanti. Un'avvertenza sulla necessità di considerare le conseguenze del manipolare il fervore militante per fini politici, evitando di trasformare gli attivisti in pedine sacrificabili nel gioco del potere.

«Berlusconi è stato lo sciamano che ha messo in moto gli spiriti ancestrali del nostro Paese». L'arcitaliano secondo Pietrangelo Buttafuoco

Il racconto del più italiano fra gli italiani è stato messo nero su bianco in Beato Lui (Longanesi, 2023). Abbiamo raggiunto il suo autore per discutere della maschera che ha dominato la politica italiana dal 1994.

Gruppo MAGOG