Il caos come proposta politica

Le manifestazioni del 17 e 18 ottobre a Parigi e Milano, sfociate in violenze, interrogano il rapporto fra conflitto sociale e conservazione del potere. In Francia, una mobilitazione nata attorno alle condizioni dell'istruzione e dei servizi pubblici si è estesa al carovita. A Milano, durante un corteo mosso da simili cause, gruppi di giovanissimi, molti dei quali estranei alle organizzazioni politiche tradizionali, hanno dato luogo a scontri e devastazioni. Si impone pertanto un interrogativo: quanta parte dell'energia, anche distruttiva, che attraversa le società europee è effettivamente capace di tradursi in soggetto politico?

Mezzogiorno di fuoco

Con le proteste di questi giorni, nell'Italia meridionale è in gioco la tenuta di settori strategici, dai quali dipende la capacità stessa del paese di produrre e approvvigionarsi. Intanto Washington torna a trattare con Mosca per contenere i prezzi, mentre Roma resta prigioniera di una visione manichea del mondo dimidiato tra bene e male. L'Italia fatica a far valere i propri interessi: non basta stabilire la necessità di raggiungere l’autosufficienza energetica. Bisogna anche garantire che il sistema produttivo sopravviva durante il percorso necessario per raggiungere l'obiettivo.

Banlieue, fiamme, sottomissione

Una minaccia diventa evidente quando produce violenza. Più difficile è riconoscerla quando agisce lentamente sulla società. La trasformazione di una comunità è questione strategica: la modifica della composizione, dell’appartenenza e dei riferimenti culturali significa incidere sulla sua coesione e sugli equilibri dello Stato. Il caso francese fa scuola. Le proteste che attraversano la Francia rendono visibile una frattura maturata più in profondità e mostrano al resto d'Europa, Italia compresa, dove può condurre.

Il grido dei figli dimenticati

Negli scorsi giorni, a Belfast, è rimontata una rabbia a lungo compressa sotto la superficie della convivenza imposta dal catechismo progressista. Là dove ciò che era stato presentato come soluzione universale – compensazione demografica attraverso l’accoglienza indiscriminata via forzato linguaggio inclusivo – si rovescia nel suo contrario: abbandono, paura, territori consegnati a una barbarie quotidiana. Dove i costumi si corrompono e avanzano le pretese degli allogeni, cresce la rabbia dei dimenticati. Belfast è monito per tutto l’Euro-continente.

Gli ingegneri del caos e le rivoluzioni colorate

L’opinionismo politico contemporaneo è attraversato da una febbre interpretativa: ogni falò di protesta, corteo nutrito o slogan in inglese viene immediatamente archiviato come “Rivoluzione Colorata”. È il naturale trionfo di un concetto che, avendo spiegato adeguatamente troppo, oggi non spiega più niente.

La grande allucinazione

Secondo una lettura psicanalitica freudiana, le recenti proteste e tensioni sociali riflettono una forma di allucinazione collettiva: la sostituzione dei desideri reali, irraggiungibili, con surrogati simbolici. Frustrazione economica e disagio sociale spingono le masse a cercare sollievo in illusioni politiche e ideologiche, dove l’Es vince sull’Io e la realtà cede alla percezione emotiva.

Il motore nascosto delle nuove proteste

In “Vent’Anni di Rabbia” (Mondadori, 2024) si trova una chiave fondamentale per comprendere il presente politico. La rabbia, fonte dell’agire umano, è stata a lungo sottovalutata come causa dei fenomeni politici. I moti di protesta contemporanei ruotano attorno ad essa, e perciò non la si può più ignorare. Carlo Invernizzi-Accetti propone al lettore una interpretazione agile e chiara di rivolte postmoderne quali i Gilet Gialli o il MeToo, indecifrabili se affrontate senza coglierne le specificità.

La nuova sfida Balcanica

Dalla fine del 2024, la Serbia è attraversata da un’ondata di proteste studentesche che si sono trasformate in un movimento nazionale di opposizione al presidente Aleksandar Vučić e alla sua linea politica. In un contesto segnato da profonde fratture interne, ambizioni europee in stallo, e legami strategici con Russia e Cina, i giovani guidano una mobilitazione senza precedenti.

L'Italia vive nella contea

Le cariche della polizia durante le proteste a favore della popolazione palestinese danno ancora prova di un'Italia stretta tra i necessari dettami dell'Alleanza Atlantica, ai quali sembra essersi volente o nolente asservita. Al di là del fattore umanitario le manifestazione pubbliche non convergono verso alternative credibili, così oggi il Paese ha una collettività svuotata, priva di senso della storia e della realtà. Una Contea di Hobbit che fa fatica a risvegliarsi dal proprio torpore.

Il perpetuo inverno tunisino

Il Paese pioniere delle "primavere arabe" si trova ancora una volta sull'orlo del baratro. Stavolta senza alcuna speranza di cambiamento.

Il fattore Mélenchon

Come già altre volte in passato, il leader de La France Insoumise sta cercando di prendere la testa dei tumulti nazionali, cavalcando l'odio anti-Macron.

Tienanmen è un passato che non ritornerà

Le proteste in Cina sono il prevedibile ritorno di fiamma della politica dello zero Covid perseguita con miope intransigenza da Xi Jinping, ma è in errore o in malafede chi parla di una rivoluzione all'orizzonte.