Gli Stati, le collettività, le comunità politiche sono composte di una sola, fondamentale, materia prima: gli esseri umani. Dunque la storia, resa sovente nella nostra narrazione in un susseguirsi di sovrani, partiti, religioni e ideologie, non è che il lungo cammino, tragico e spesso violento dei popoli. Nel suo ultimo lavoro “Il destino dei popoli. Come l’umanità ha fatto la storia e creato il nostro tempo”, Dario Fabbri ha tentato di fare ciò che apparentemente, alle nostre latitudini, è impensabile: restituire la storia alla sua materialità. Agli esseri umani nella propria interezza, nelle proprie virtù, brutture e vizi. Senza idealizzazioni e senza dare eccessivo credito alla macrocategoria della sovrastruttura, costituita da religioni, ideologie, partiti e “leader”.
La struttura antropologica informa la sovrastruttura, specialmente e inesorabilmente. Ma la struttura è mobile, muta con il mutare biologico dei popoli. La storia avanza travolgendo qualunque ostacolo. La materia umana si modella e si rimodella come un grande organismo dalle innumerevoli sfaccettature. I popoli non esistono per inconcepibili teorie razziali o per esasperati etnicismi. Esistono proprio negando questi ultimi. Le popolazioni sono il frutto di fusioni, ibridazioni, assimilazioni. I popoli divengono altri perché conquistati, perché assorbiti. Oppure per il semplice e umano fascino che esercitano civiltà percepite come superiori in un dato momento storico.
Così i greci, rimasti linguisticamente e culturalmente ellenici anche dopo la conquista e l’assorbimento nell’ecumene romana. Salvo riconoscersi gradualmente come romani. L’impero romano d’Oriente, con capitale Costantinopoli, dal 395 d.C. fino al 1453 si proclamò orgogliosamente romano, pur essendo in tutto e per tutto un impero greco. Identico meccanismo trasformò quelle stesse popolazioni ellenofone in turche. Ancora una volta fu la fascinazione culturale e anche religiosa a rendere buona parte dei greci d’Asia minore popolazioni perfettamente assimilati al nascente impero ottomano.
L’assimilazione è processo complesso. Spesso violento. Non compete a collettività mediamente anziane e fuori dal tempo e dalla storia. Nella vecchia Europa occidentale si parla più spesso di integrazione. O al massimo di orgogliosa (e suicida) espulsione di elementi non autoctoni. Come se le grandi civiltà non avessero rivitalizzato costantemente la propria popolazione mediante energie esterne. Così gli Stati Uniti, in grado di riconvertire il proprio canone prettamente anglosassone in teutonico, assimilando e anglicizzando nello scorso secolo buona parte dei tedeschi giunti in America. In modo che circa cento milioni di statunitensi dichiarano oggi almeno un antenato teutonico.
Allo stesso modo, la fascinazione esercitata dall’impero di Washington sul mondo (autoproclamato) “occidentale” o “libero”, riporta alla mente la stessa ostinata tendenza dei greci a definirsi romani. Parlare inglese sarebbe oggi sinonimo di cultura superiore, in quasi tutta la nostra pedagogia. A scuola, come all’università. Utilizzare anglicismi denota una patente di “apertura mentale” (qualsiasi cosa voglia dire). Ciò è perfettamente in linea con la nostra condizione di dipendenza da Washington.

Una lingua non è mai neutra. Né possiamo accontentarci di definire gli altri popoli a partire dai nostri codici e dalle nostre interpretazioni. Il mondo “libero”, di cui si proclama portatore l’Occidente a guida americana (chissà ancora per quanto), è definito a partire dal concetto prettamente germanico e latino di libertà. Libertà è sovente sinonimo di “individualismo” in Occidente. Ma libertà significa “caos”, ad esempio, in Russia. Emblema di egoismo e autoreferenzialità.
La lingua come espressione dell’umano è dunque matrice prima di incomprensioni. L’umanità piatta, globalizzata e identica in ogni angolo del pianeta non esiste e non è mai esistita. Frammentata e complessa, richiede un esercizio di immersione nei vari contesti che è perlopiù sconosciuto e molto complicato.
Incapaci di metterci, anche individualmente, realmente nei panni dell’altro, non siamo certamente capaci di guardare al mondo con gli occhi di altri popoli o di altre epoche. Partendo, dunque dalla loro psiche, dalle loro credenze. Scavare nel sostrato antropologico significa in effetti dissezionare anche fenomeni visibili come le religioni o le idee:
“Se liberi di agire i popoli producono o sposano le ideologie che meglio aderiscono al loro sentimento, che ne veicolano le ambizioni, che segnalano la collocazione nel mondo”
Guardare nelle profondità, alle radici, alle pulsioni, alle tensioni interne ed esterne, alla geografia prima che al fenomeno sovrastante è psicanalisi pura. I sintomi sono importanti solo se ci permettono di risalire alla fonte di un disagio e di un comportamento i quali, altrimenti, restano incomprensibili, criticabili o ridotti a tappe passeggere nel lungo (discutibile) cammino dell’uomo verso le magnifiche sorti e progressive. Quelle decise dall’Occidente per il “resto del mondo”. Altro esercizio complesso.
Gettati nel tempo e nella storia, gli esseri umani raggruppati in comunità hanno scelto e scelgono sovente ogni giorno, in maniera più impulsiva che razionale, la propria collocazione del mondo. Figlia della propria biologia e delle circostanze del momento. Così la vetusta demografia euro-occidentale comporta cautela, attenzione al futuro, astrazioni, ricerca della pace e conservazione del benessere. Acuita dall’appartenenza (leggasi: sudditanza) all’impero statunitense. Unico depositario del monopolio della forza. Oggi non più desideroso di difenderci, per la disperazione di chi sta correndo malamente ai ripari con raffazzonati programmi di riarmo.
Dove i popoli sono (o furono) ancora giovani, balenano tentativi di tenere assieme tutto l’apparato. Nel disperato tentativo di convivere e sopravvivere per non essere cancellati dalla storia. Per non perire. Semmai, addirittura, per emergere.
La paura, il sentimento più antico dell’uomo come scrisse il grande H.P. Lovecraft, ha spinto e spinge i popoli a ridefinirsi in continuazione. Come i francesi, che sciolsero le proprie tensioni interne e centrifughe nell’individualismo ateo della rivoluzione. Così anche i russi, i nordcoreani o i cinesi, che mediante il marxismo (e non per effetto di questo) tentarono di mettere fine alle proprie incoerenze interne. Incardinando nella più occidentale delle filosofie, l’ultima eresia del cristianesimo, la propria volontà di potenza e di sopravvivenza. “La storia siamo noi” cantava De Gregori. E non attende né mai ha atteso nessuno. Neanche chi, sospeso in un tempo inesistente scambiato per eterno, ha creduto che i popoli fossero una categoria del passato.