OGGETTO: La rivoluzione fallita dei tecno-utopisti
DATA: 10 Maggio 2023
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Ne "Il processo a Julian Assange" (Fazi Editore, 2023), Nils Melzer ripercorre la vicenda del fondatore di Wikileaks, ammantando la sua storia di tinte cristologiche.
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Quello che Nils Melzer vuole lanciare con il suo ultimo, corposo, saggio – Il processo a Julian Assange, Fazi Editore, 2023 – è un appello affinché il lettore si sussurri allo specchio: “Questa vicenda riguarda anche me”. Il metodo scelto dal professore di diritto internazionale presso l’Università di Glasgow è quello di rilanciare un’immagine cristologica del dissidente numero uno, Julian Assange. Nel resoconto di Melzer – qui nelle vesti di un San Tommaso proverbialmente scettico, che ha bisogno di vedere per credere – c’è tutto il racconto, narrato con la dovizia di particolari che solo un giurista può avere, della vicenda Wikileaks, ma specialmente della “persecuzione” patita dal suo fondatore. 

Se i fatti sono tristemente esposti con cura, meno chiaro è il contesto entro i quali si sviluppano. La vicenda di Assange si incastra perfettamente in un periodo storico di grande ottimismo verso le potenzialità della rete e del suo potere emancipatorio, sempre più accessibile anche dall’utente medio. Con un’espressione dispregiativa si fa riferimento ai seguaci di tale ideologia identificandoli come “tecno-utopisti”. Senza un movimento strutturato, né una serie di credenze codificate, tecno-utopisti come George Gilder, Clay Shirky e Andrew Keen, si ripresentano ciclicamente più volte sia nella seconda parte del XX, che all’inizio del XXI secolo. La prima ondata risale agli anni Ottanta, quando gli Stati Uniti di Ronald Reagan cominciavano a guardare con ottimismo al futuro, grazie a un’improvvisa accelerata neoliberista che non veniva controbilanciata da una forza uguale e contraria proveniente da Mosca. Per la prima volta gli Stati Uniti si sentivano ineguagliati nel mondo, e ciò era dovuto anche e specialmente a un progresso tecnologico che stava aprendo porte inedite. Il sistema funzionava grazie a computer non più grandi come stanze, ma piccoli come una scatola di cartone. Accessibili anche a quei figli dei fiori che se sul finire degli anni Sessanta sperimentavano nuove sostanze psichedeliche capaci di allargare la percezione sulla vita, poco più di un decennio dopo si ritrovavano a fare altrettanto, solo mediati da un monitor e da una tastiera

Proprio costoro cominciavano a intendere Internet come uno strumento per evadere la realtà o quantomeno per migliorarla: in ogni caso per porla sotto il gioco dei nuovi corsari digitali, che andavano affermando un nuovo linguaggio, oltre a un nuovo modo di approcciare il “vecchio” potere. Attraverso codici, stringhe e software, i tecno-utopisti hanno sperato di migliorare la democrazia rendendola più partecipativa, di eludere le strutture marce dello Stato, di superare la burocrazia, creando infine un nuovo mondo. In Italia non serve sforzare troppo la memoria per ricordare un giovane movimento 5 stelle, guidato da un gagliardo Beppe Grillo e da un oscuro Gianroberto Casaleggio, fare ampio uso di tali idee per giustificare un profondo ricambio nella politica italiana, al limite del rivoluzionario. Non è pertanto un caso che i grillini trovassero ispirazione, oltre che nelle inesplorate frontiere del Web 2.0, anche nella storia di Julian Assange, percepito come primo martire del nuovo mondo in fasce, che sarebbe stato dominato dalle solide infrastrutture virtuali. Il suo messaggio veniva così diffuso alle piazze dei V-Day, oltre che sul blog di Grillo, ancora oggi. 

Lungi dal negare che effettivamente le nuove tecnologie abbiano plasmato una società diversa da quella che negli anni Ottanta guardava con ottimismo ai nostri anni, è sotto gli occhi di tutti che la rivoluzione è fallita. Internet non ha rotto le catene, al contrario, ne ha costruite di più forti. L’uso che l’utente medio fa della rete è, nel migliore dei casi, quello che il cittadino medio di quarant’anni fa faceva della televisione. Puro intrattenimento, spesso becero, raramente sofisticato. Salvo per sparute sacche di teppisti digitali, le potenzialità della rete sono state assorbite senza troppi problemi dalle vecchie strutture di potere. Il movimento cinque stelle ha fallito su tutti i fronti, diventando un partito come gli altri, senz’anima, né idee. Negli Stati Uniti, il nuovo volto della classe dirigente democratica – Barack Obama in primis – ha fatto un uso oculato delle capacità pervasive dei nascenti social media, mentre dall’altra parte della barricata già Donald Trump pianificava il suo assalto controculturale cominciando a costruire la sua immagine da “uomo solo contro tutti”, esplosa poi nel 2016.

Wikileaks si è ritrovata ad essere ridotta a un vuoto blog che non posta “leaks” da diversi anni, ma solo aggiornamenti sul suo fondatore. Julian Assange, che seguendo la vecchia e cara tradizione tecno-utopista vedeva un mondo senza confini politici, ha a lungo giocato con le istituzioni degli Stati (Australia, Usa, Regno Unito, Svezia, Ecuador) come fosse una partita di Risiko, finendo con il perdere le sue pedine in una prova di forza che non poteva non essere persa in partenza.

Questo perché – e di questo bisogna rendergliene merito – tutta la vicenda ha dimostrato come i governi non si facciano troppi problemi a bypassare le regole del gioco qualora la loro sopravvivenza sia a rischio. O per meglio dire la sopravvivenza dei loro ideali fondativi. La natura cristologica della figura di Assange trova la realizzazione nel sacrificio della sua vita, pubblica e privata, per svelare le contraddizioni interne a un sistema di cui non è lecito lamentarsi, perché moralmente superiore agli altri. Assange ha dimostrato che le cose stanno un po’ diversamente. La sua battaglia si è così trasformata: da volontà di fondare un nuovo modo di fare giornalismo, a necessità di ottenere la libertà, che poi sarebbe anche la nostra. Perdere Assange vorrebbe dire perdere la libertà di criticare efficacemente il nostro sistema: per i più ingenui ciò sarebbe compatibile con la democrazia.

Il tecno-utopismo non è morto, anzi, la sua condizione è destinata a rimanere di costante contrasto con il potere, fintanto che nuove tecnologie verranno sviluppate. Oggi il tecno-utopismo indossa le vesti della lotta per la decentralizzazione finanziaria, ovvero per l’affermazione delle criptovalute. Nel frattempo la silicon valley cerca di realizzare l’utopia di un metaverso, propria degli hippie-yuppie anni Ottanta. Un mondo digitale che al momento ha solleticato le fantasie di pochissimi, proprio perché pensato e controllato da quell’élite californiana che i tecno-utopisti hanno sempre cercato di combattere. 

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