Intervista

Guillaume Tabard (caporedattore Le Figaro): «Ci sono stati dei gollisti dopo De Gaulle. Non ci saranno macronisti dopo Macron.»

Cosa sta avvenendo tra le pieghe della società francese e quale sarà il futuro delle destre? Ne parliamo con Guillaume Tabard, caporedattore ed editorialista politico del quotidiano "Le Figaro", che nei suoi ultimi libri ha indagato i nodi e le "maledizioni" della destra, oltre a mostrare vizi e virtù del tecnocentrismo del Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron.
Guillaume Tabard (caporedattore Le Figaro): «Ci sono stati dei gollisti dopo De Gaulle. Non ci saranno macronisti dopo Macron.»
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Di fronte alla crisi del macronismo la Francia vive un momento ricco di incognite politiche, finanziare e sociali. Dall’emergenza della finanza pubblica al problema dell’instabilità dei governi fino ai nodi della questione sociale si assiste ad una fase estremamente complessa e ricca di incertezze. Come ha confermato da ultimo la sospensione della riforma delle pensioni proposta dal primo ministro Lecornu che seppure con questa tattica è riuscito a sventare le mozioni di sfiducia delle opposizioni ha però reso più incerto il futuro del contrasto al deficit e dei centristi stessi. Ma cosa sta avvenendo tra le pieghe della società francese e quale sarà il futuro delle destre? Ne parliamo con Guillaume Tabard, caporedattore del quotidiano Le Figaro e tra i migliori editorialisti della stampa transalpina, che nei suoi ultimi libri ha indagato i nodi e le “maledizioni” della destra, oltre a mostrare vizi e virtù del tecnocentrismo del Presidente della Repubblica. Tra le sue ultime pubblicazioni “La malédiction de la droite – 60 ans de rendez-vous ratés” (Tempus Perrin, 2022) e “Macron – La Révolution infructueuse” (Robert Laffont), mentre in Italia ha pubblicato “Maïti. Resistenza e perdono” (Itaca edizioni).

-Dottor Tabard, di fronte alla crisi francese, molti hanno evocato un ritorno all’instabilità della Quarta Repubblica. Secondo lei, stiamo assistendo a una crisi del sistema istituzionale o semplicemente a una crisi del paradigma centrista?

La crisi del “paradigma centrista” è evidente. Emmanuel Macron, nel 2017, era riuscito a far vincere per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica una forza centrale divenuta maggioritaria. Ma quella forza si è nel frattempo sbriciolata: sul piano elettorale, alle ultime legislative, e sul piano del leadership, frammentandosi. Da Gabriel Attal a Édouard Philippe, nessuno di coloro che oggi ereditano il macronismo politico si definisce più macronista.

È una crisi del sistema istituzionale? È ancora troppo presto per dirlo. Quel che è certo è che la Quinta Repubblica si fonda sul principio maggioritario — e oggi, una maggioranza non esiste più.

Detto questo, la Quinta Repubblica ha resistito all’alternanza (nel 1981), alla coabitazione (nel 1986), alle dissoluzioni, al quinquennato e alla comparsa di forze radicali di massa come La France Insoumise e il Rassemblement National. Vedremo se saprà resistere anche alla polverizzazione dell’offerta partitica.

-In un suo eccellente articolo, lei ha scritto che la Francia sta attraversando un “momento orwelliano della vita politica”. Cosa intendeva dire?

Orwell, in 1984, mette in scena dei binomi paradossali: “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”. Anche questa fase politica è costellata di contraddizioni simili. La prima è che, per rispondere alla richiesta di rottura, Emmanuel Macron ha nominato nuovamente lo stesso Primo ministro. Lo si vede anche sulla questione delle pensioni: coloro che hanno presentato la mozione di censura – LFI e RN – volevano la fine della riforma delle pensioni… un risultato che hanno ottenuto però i socialisti! All’interno dei Repubblicani, Bruno Retailleau e Laurent Wauquiez giocano su fronti opposti. Insomma, tutti i punti di riferimento della politica francese sembrano confusi.

-In questo contesto, come valuta la sospensione della riforma delle pensioni proposta dal Primo ministro Lecornu? E che opinione ha dell’influenza crescente del Partito socialista di Faure?

È un segnale spettacolare ma, a mio avviso, irresponsabile. Sul piano dei contenuti, innanzitutto, perché l’urgenza è garantire il finanziamento delle pensioni, non certo di aggravare ulteriormente il deficit. Sul piano politico, poi, perché quella riforma era l’unica vera misura realizzata durante il secondo quinquennato di Emmanuel Macron, che così finisce per smontare ciò che di buono aveva costruito. Per lui si tratta, quindi, di un’umiliazione. Tanto più che oggi capitola davanti a un partito, il PS, che rappresenta appena il 10% dell’Assemblea nazionale.

-Molti hanno criticato la nomina del Primo ministro Lecornu dopo le sue dimissioni a seguito del primo tentativo fallito. Come valuta il ritorno di Lecornu e quale futuro intravede per lui?

È stata una scommessa audace, quasi una provocazione verso l’opposizione. Bisogna però riconoscere a Sébastien Lecornu una certa abilità: è riuscito, nonostante tutto, a evitare la censura. Si può dire che sia solo tempo guadagnato, che nulla sia risolto nella sostanza. Ma questo margine di respiro, almeno fino al voto del bilancio previsto per dicembre, rappresenta già un piccolo successo per il suo esecutivo.

Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio

-Un recente sondaggio Ifop ha mostrato che il 52% dei francesi desidera un governo di coalizione di destra. Secondo lei, quali sono gli ostacoli e i limiti che impediscono la formazione di una coalizione di centrodestra come in Italia?

In Francia persiste una sorta di “diga”, eretta dalla sinistra sotto François Mitterrand e accettata da Jacques Chirac, nei confronti del Rassemblement National, presentato come “estrema destra” — definizione che il partito stesso contesta — e dunque escluso da quello che viene chiamato “arco repubblicano”.

La realtà, però, si sta evolvendo. Da un lato, LFI sta prendendo il posto del RN nel ruolo di forza “fuori dall’arco repubblicano”; dall’altro, il RN ha raggiunto un livello elettorale – oggi stimato fra il 30 e il 35% – che lo rende una forza ineludibile. Per ora, soltanto Éric Ciotti, ex presidente dei Repubblicani, ha aperto alla costruzione di un’alleanza – che potremmo definire – “all’italiana”. LR continua a rifiutarla. Ma, specularmente, anche Marine Le Pen non crede nell'”unione delle destre”. Anche perché una parte consistente del suo elettorato proviene dalla sinistra.

-Nelle ultime settimane, figure come Édouard Philippe e Gabriel Attal hanno preso le distanze, in modi diversi, dal Presidente della Repubblica. È il segno di un rinnovamento post-macroniano del centro o di un’implosione del blocco comune?

È il segno che Emmanuel Macron non è riuscito a organizzare una forza politica destinata a durare dopo di lui. Ci sono stati dei gollisti dopo De Gaulle. Non ci saranno macronisti dopo Macron. Poiché il capo dello Stato è divenuto molto impopolare, chi ambisce a succedergli non vuole essere identificato con lui. Anzi.

-Nel suo saggio “La malédiction de la droite – 60 ans de rendez-vous ratés” (Tempus Perrin, 2022), lei analizza le occasioni mancate, le evoluzioni e gli auto-sabotaggi della destra francese negli ultimi sessant’anni. Che bilancio traccia della situazione attuale della destra?

La destra gollista aveva recuperato un po’ di credibilità tornando al governo un anno fa. E Bruno Retailleau, fino ad allora quasi sconosciuto ai francesi, era diventato il ministro più popolare. Tutto ciò sta ora andando in pezzi.

Soprattutto, in un anno di governo, la destra non ha ottenuto né imposto nulla: né sull’immigrazione, né sull’Algeria, né sull’assistenzialismo. E questo è stato il suo principale fallimento.

Non le resta molto tempo per ricostruire un’offerta politica competitiva, tanto più che, ancora una volta, i Repubblicani si crogiolano nelle guerre personali… Da ultima quella tra Laurent Wauquiez e Bruno Retailleau.

-Pensa che il bilancio auspicato da Lecornu possa essere realizzato? E quali sarebbero le conseguenze se ciò non avvenisse?

Questa è la nuova incognita. Lo sapremo solo al termine del percorso parlamentare, tra due mesi. Ciò che è certo è che il PS continuerà a pretendere enormi concessioni da parte del governo. E pertanto alla fine, i deficit verranno ridotti solo marginalmente.

-Nel 2021 lei ha scritto “Macron – La Révolution infructueuse” (Robert Laffont), uno dei migliori ritratti dell’era macroniana. Come giudica oggi lo stato del macronismo, a poco più di un anno dalle presidenziali del 2027?

Cosa resterà del macronismo? È una grande domanda. Il Presidente voleva riconciliare la Francia, ma l’ha ulteriormente divisa. Voleva riformarla, ma oggi è paralizzata. Voleva rinnovare la vita politica, ma questa è ormai esausta.

-Infine, parliamo dell’Italia. Come valuta l’evoluzione del conservatorismo “all’italiana” di Giorgia Meloni?

Dopo la sua elezione, in Francia è stata molto criticata: in molti denunciavano il ritorno del fascismo. Oggi appare, invece, chiaramente come la leader più solida dell’Unione Europea. Ha risollevato l’Italia e la sua coalizione ha portato al vostro Paese una stabilità politica che non conosceva da tempo. C’è di che far ingelosire la Francia!

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