OGGETTO: Il germoglio del cedro
DATA: 30 Luglio 2025
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Un Paese segnato nella Storia dalla guerra. Circondato da essa. Ancora oggi, vessato e stuzzicato da chi i patti li vuole fare, non rispettare. Tre anime, due eserciti, un popolo. Il Presidente giusto al momento giusto, con tutti dalla sua parte, finalmente il coltello dalla parte del manico. Ma ogni scelta interna da ora in poi avrà il peso di un macigno nel rapporto con l’esterno. Voleva una voce e ora ce l’ha: staremo a sentire.
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27 giugno 2025. Nabatiya, Libano meridionale. Un pessimo mattino per gli abitanti di una palazzina residenziale, almeno 20, rimasti feriti dalle bombe buster di Tsakhal, le quali hanno inoltre tolto la vita a una donna. La scusa dell’IDF: nel sobborgo erano stati individuati movimenti di cellule di Hezbollah volte a riorganizzare l’ala militare del partito. Nel corso del mese successivo, decine di azioni militari israeliane di minore entità ma quasi sempre con almeno una vittima coinvolgono il sud del Libano, specie nell’area di Aita Al Shaab, e cominciando le escavazioni con le ruspe e il posizionamento di tank e artiglieria nelle zone occupate, ad esempio nei pressi di Jabal Al Baat; altri attacchi, in modo analogo a quanto avveniva a Gaza prima del 7 ottobre 2023 e come avviene tuttora in Cisgiordania, sono funzionali al disturbo e al danneggiamento del sostentamento dell’economia e della sussistenza della popolazione, come il bersagliamento con munizioni incendiarie dei frutteti a Beit-Liv il 24 luglio.

Dal 27 novembre, data della firma del cessate il fuoco, sono centinaia le violazioni da parte di Netanyahu, che ha a più riprese indetto bombardamenti sul Paese dei cedri, 3 delle quali riguardanti la stessa Beirut. Ma in realtà, mentre Hezbollah è impegnato ad organizzarsi per i futuri finanziamenti in modo autonomo dal giogo persiano, la realtà militare e politica del Libano degli ultimi mesi è molto diversa da come il proclamato Stato ebraico la descrive. Il 9 gennaio 2025 il Libano ha eletto un nuovo Presidente, il comandante in carica delle LAF (Lebanese Armed Forces) Joseph Aoun, cristiano maronita (come vuole la consuetudine della Repubblica multiconfessionale Libanese) laureato in Scienze Politiche, con una maggioranza schiacciante da parte del Parlamento di ben 99 voti su 128. Durante il suo discorso di insediamento Aoun ha ribadito di volere un Libano forte e unito, affinché risulti competitivo grazie a un peso superiore nello scenario geopolitico internazionale e risoluto nella sua autonomia territoriale affinché possa far sentire la sua voce anche davanti a vicini poco rispettosi; nel suo discorso di insediamento, il neopresidente ha dichiarato come, per poter avere voce in capitolo negli affari internazionali, ci sia bisogno di mostrarsi solidi, partendo dalla compattezza interna. Più avanti nel discorso, Aoun si rivolgerà direttamente a Hezbollah, sottolineando che nessuna fazione debba sentirsi sconfitta dalla sua elezione: “Il Libano funziona solo con il consenso: se una comunità si sente esclusa, non può esserci pace civile”.

In Parlamento, quando Aoun ha promesso di far sì che “lo Stato abbia il monopolio delle armi”, è sintomatico il lungo applauso da parte dei deputati ad eccezione di quelli di Hezbollah, rimasti in silenzio: questa scena sintetizza le nuove dinamiche interne, con gran parte dello spettro politico e dell’opinione pubblica che sostengono il rafforzamento dello Stato a scapito delle milizie, ed Hezbollah che, seppur indebolito, resta vigile nel difendere il proprio ruolo, nonostante ora debba affrontare pressioni senza precedenti per limitare il suo apparato bellico. Ciononostante il Partito sciita, sotto l’attuale segretario Naim Qassem, vista la sua recente debolezza, si è mostrato mansueto e collaborativo con il nuovo Capo di Stato: quando il mese scorso l’IDF ha lanciato un attacco a sorpresa contro alti comandanti iraniani, la nazione dei Pasdaran si aspettava una risposta da parte dei suoi alleati in Libano, risposta che invece non é arrivata, in seguito alla dichiarazione di Aoun che non si sarebbe tollerato da parte della nazione un intervento militare della milizia sciita che avrebbe rischiato di ricondurre il Libano nel baratro della guerra aperta; il Governo ha comunque ribadito che è prioritario il ritiro da parte di Israele da ogni postazione a nord della Linea Blu e la cessazione di qualsiasi attacco provocatorio a danno della popolazione.

Quest’elezione va a cascare nel momento più opportuno, siccome la destabilizzazione dell’ala militare del Partito di Dio in seguito alle massicce, elaborate e sanguinose operazioni del Mossad ha indebolito anche il relativo asse politico interno Hezbollah-Amal, che ha comunque mantenuto la sua presa territoriale tramite le elezioni amministrative nelle aree storicamente sciite ovvero al sud del Paese, lungo le aree rurali del confine siriano e alla periferia di Beirut. Questa coincidenza è stata contestata da altre fazioni cristiane concorrenti alle presidenziali, come il Free Patriotic Movement di Gebran Bassil, primo partito cristiano del Paese e alleato di Hezbollah, il quale ha definito la vittoria di Aoun come frutto di istruzioni provenienti dall’estero: in effetti, l’elezione di Aoun ha suscitato l’entusiasmo, almeno formale, dell’Unione Europea che, attraverso il portavoce del Servizio Diplomatico Europeo, ha definito la sua vittoria alle presidenziali come “la stesura di una nuova pagina della storia libanese”, e anche gli Stati Uniti, tramite l’ambasciatrice USA in Libano Lisa Johnson, esprimono il proprio contento per il nuovo Capo di Stato; addirittura, si è congratulato via Twitter con Joseph Aoun lo stesso Ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar.

Le ragioni sono sicuramente legate alle direttive ONU per la stabilizzazione del coprifuoco, le quali prevedevano il progressivo ritiro di Hezbollah dal sud del Libano verso il nord della Linea Blu, oltre il fiume Leonte, e il rafforzamento delle LAF a spese degli occidentali: in varie basi militari italiane infatti, negli scorsi mesi, forti della decennale connivenza pacifica tra Esercito Italiano (missione UNIFIL), LAF ed Hezbollah, sono giunti migliaia di soldati libanesi per sottoporsi a un addestramento tecnologico all’uso dei software militari, addestramenti per le forze di areonautica e al tiro e al lancio di granate. L’Iran a fronte di queste novità ha intelligentemente scelto di felicitarsi anch’esso con Aoun: vista la caduta di Assad in Siria a fine 2024 e la decisione di Hezbollah di allontanarsi progressivamente dalla sua posizione di proxy iraniano, non resta che mostrarsi collaborativi e compiacenti con la nuova dirigenza libanese, per poter continuare ad avere un rapporto diretto con il Levante e un alleato stabile in loco.

A sostenere invece il disinteresse e l’autenticità dell’impegno del capo delle LAF vi sono figure cristiane maronite e greco-ortodosse preminenti come Melhem Riachy dello Strong Republican Bloc (partito di rappresentanza parlamentare dell’esercito) e i gruppi sunniti, i quali rivendicano la necessità di rappresentanza politica, spesso prevaricata dagli sciiti e dall’ombra della Persia: la loro voce è ora il Primo Ministro, carica consuetudinariamente sunnita, Naouaf Salaam, giurista tecnocrate e riformista proveniente dal mondo diplomatico che già il 6 febbraio è riuscito nella formazione del nuovo Governo. Di conseguenza i Paesi del Golfo, storici alleati della famiglia Hariri (uno dei più importanti gruppi di potere sunniti), vista ridotta l’influenza sciita sul Levante a seguito degli eventi in Siria e nello Stato libanese, si sono impegnati nel Quintetto di Paesi deputato alla ricostruzione del Libano, assieme a Francia, USA, Qatar ed Egitto, a costo di un nuovo presidente slegato da Hezbollah, enunciando la somministrazione di nuovi finanziamenti a Beirut, da aggiungersi ai 200 milioni di euro stanziati dall’Unione Europea per il riassetto delle LAF.

Finanziamenti importanti dal momento che la lira libanese ha perso quasi il 90% del valore che aveva nel 2023. Ciò che UE e Sauditi dichiarano di aspettarsi da parte dell’esercito regolare libanese, oltre al disarmo almeno parziale e al contenimento di Hezbollah, è la repressione sul confine siriano della tratta del Captagon, il quale ha invaso il mercato nero della Penisola Araba e dalla cui rotta proviene anche altra droga (come altri composti anfetaminici ed eroina) che confluisce in Europa meridionale; almeno per quanto possibile, dal momento che la via principale dalla Siria per il Vecchio Continente è in realtà attraverso la Turchia, la quale non è nella posizione di dover accettare richieste. Forse la bendisposizione da parte del mondo occidentale e dei Paesei arabi è in realtà legata alla promessa del nuovo governo di rilanciare i negoziati con il Fondo Monetario Internazionale. Ma la partita cruciale per gli sciiti libanesi e per l’Asse della Resistenza, in un Medioriente musulmano in questo momento dominato dai sunniti, si giocherà nel 2026 con le elezioni parlamentari: nella tripartizione multiconfessionale libanese, il Presidente del Parlamento dev’essere sciita. 

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