«Se ci chiediamo cosa sarà il dopo-Putin io vedo una Russia sempre più isolata». L'analisi di Carolina De Stefano

L'ultimo libro di Carolina De Stefano - Storia del potere in Russia. Dagli Zar a Putin - è un viaggio lungo mille anni alla ricerca dello spirito russo.
L'ultimo libro di Carolina De Stefano - Storia del potere in Russia. Dagli Zar a Putin - è un viaggio lungo mille anni alla ricerca dello spirito russo.

Il potere in Russia non si sa bene cosa sia. Si è convinti di averlo incarnato davanti agli occhi tutto il tempo, c’è chi direbbe che è questa la caratteristica principale del sistema: la sua personificazione, nel corso dei secoli, in uomini e donne come Ivan III, Pietro il Grande, Caterina II, Stalin, Vladimir Putin. Al contempo, però, si legge dei molti Rasputin e della loro influenza sull’ordine progettato dai loro sovrani. Le eminenze grigie e le loro idee, talvolta spregiudicatamente più cattoliche di quelle del Papa. Alla fine sono loro a dare gli impulsi maggiori verso l’evoluzione del sistema. Quindi la domanda rimane: Come si definisce il potere in Russia?

Carolina De Stefano insegna Russian History and Politics alla Luiss. Nel suo ultimo libro – Storia del potere in Russia. Dagli Zar a Putin – non parla dei Machiavelli russi, né dei suoi sovrani. È una storia dello spirito, più che delle sue derivazione tangibili, del potere in Russia e delle conseguenze storiche che costituiscono il naturale sviluppo evolutivo della nazione. È una storia delle istituzioni russe, dalle loro arcaiche fondazioni più di mille anni fa, fino alla loro ultima, provvisoria, forma, quella dell’ultimo periodo putinista. Un viaggio che aiuta a capire che non sono tanto le personalità dei sovrani a incarnare il potere, ma la speciale e asimmetrica relazione che il popolo crea con la forma statuale. Una relazione tentacolare fatta di piccoli funzionari, di tasse, di doveri civici. Tanto che alla fine si ha l’impressione che il sovrano non abbia che la funzione di rappresentanza di un sistema sul quale esercita un controllo molto più limitato di quanto creduto inizialmente.

Nel suo libro si parte dalla Rus’ di Kiev e si arriva a Putin. Crede sia forte la necessità di raccontare la storia del popolo russo oggi?

La mia idea fondamentale è cercare di capire quanta continuità ci sia in quello che vediamo oggi, nei ragionamenti di Putin, di come si è organizzato il potere. Ma anche quella di capire quanto le dinamiche recenti abbiano influenzato gli eventi. Perché secondo me uno dei problemi che possiamo aspettarci in prospettiva è che l’invasione in Ucraina venga letta come qualcosa d’inesorabile, e di conseguenza che tutto il putinismo venga reinterpretato come un progetto preciso per dare continuità alla storia russa. È invece importante vedere più da vicino gli eventi per capirli.

Quanto c’è nel cittadino russo odierno di quel popolo che si stabilì a Kiev più di 1000 anni fa?

C’è una continuità maggiore nel modo in cui il russo si relaziona al suo Stato, che è nato però nel XV secolo. È troppo netta la cesura della parentesi mongola rispetto alla prima fase della Rus di Kiev. Se penso al cittadino russo penso al suo rapporto con lo spazio, che forse ha qualcosa del modo di pensare della Rus’, ma che nei fatti viene formato dal XV secolo quando si crea uno Stato moderno e la sua conseguente dimensione imperiale. La medesima che ha contraddistinto l’uomo sovietico e infine l’ultima generazione, quella che ha conosciuto solo Putin.

Il libro di Carolina De Stefano sarà presentato a Roma, con Sebastiano Caputo (direttore di Dissipatio) e Alberto Negri

Secondo lei dove si trova lo spirito russo? In Europa o in Asia?

Io lo definisco un Paese europeo. Non mi piace pensare alla Russia come a un Paese asiatico, anche perché loro stessi non si definiscono come tali. Si tende a semplificare dicendo che la parentesi del dominio mongolo possa spiegare delle radici asiatiche, in realtà non è così perché la loro è stata una dominazione indiretta. Le strutture statali russe non sono state fondate in questo periodo, quindi i tratti asiatici non credo ci siano. C’è tuttavia una tradizione legata al territorio, che ovviamente si trova in Asia, ma che culturalmente non è Stato determinante per definire la traiettoria delle élite politiche. È un Paese europeo che ha spesso aspirato a essere europeo, ma che ha anche sempre rivendicato un’eccezionalità che veniva riconosciuta anche dagli europei come tale. Infine secondo me influisce anche l’aspettativa europea che i russi siano europei. E quando c’è aspettativa c’è anche inevitabilmente scontro.

Se dovesse aggiornare questo libro fra 10 anni, nel 2023, come potrebbe chiamarsi il capitolo che aggiungerebbe? In altre parole, come saranno i prossimi 10 anni per la Russia?

Io vedo una Russia che fa dei passi indietro, vedo dei problemi che c’erano già e che i tecnocrati – incarnati da Mišustin – stavano cercando di risolvere. Quindi vedo una Russia che torna indietro rispetto ai primi anni 2000. Culturalmente sarà molto interessante perché ci sarà un allontanamento dall’Europa; se poi ci chiediamo cosa sarà il dopo-Putin io vedo una Russia sempre più isolata. “Stato d’assedio” potrebbe essere il titolo del capitolo: arretramento tecnologico, un rapporto con la Cina economico e non culturale, e una riaffermazione costante della loro dimensione imperiale, ma solo per colmare i loro fallimenti interni. La mia impressione è che nel breve periodo post Putin ci sarà uno Stato fortemente militarizzato.

Qual è la peculiarità caratteriale che secondo lei contraddistingue il russo? Penso alla cronaca insicurezza nei confronti dei popoli vicini, che poi li porta alle scelte di politica internazionale che ben conosciamo.

Sono d’accordo, io ci vedo una difficoltà di definirsi che poi porta ad essere aggressivi. Non sono una psicologa però è chiaro che la sproporzionatezza di certe azioni dipendono anche da questo sentirsi relegati o discriminati. Però nel russo c’è anche una grandissima generosità, reale, disinteressata, che ci ricorda molto il nostro Paese. Un italiano s’intende subito con un russo, molto più di quanto non possa fare con tanti altri popoli. I russi danno molto, ma pretendono altrettanto. Vieni accolto, ma nel momento in cui li abbandoni sei fuori. Non concepiscono che tu possa prendere una strada diversa, ma fintanto che sei nella cerchia sei uno di loro. E questo ci ricollega al ragionamento di Putin nei confronti dell’Ucraina fra l’altro.

L’ha menzionata lei, quindi le faccio una domanda cattiva: l’Ucraina è Russia?

L’Ucraina è uno Stato indipendente. E su questo Putin agisce in modo antistorico. È vero che fino alla caduta dell’Unione Sovietica non esisteva come Stato, ed è anche vero che esiste una differenza fra Stato e nazione, ma la Russia ha avuto un presidente – Boris Yeltsin – che ha contribuito alla disintegrazione dell’URSS e che ha assistito alla proclamazione d’indipendenza ucraina. Quindi uno quando parla di storia ogni tanto ha di fronte dei dati di fatto. Se apriamo il vaso di pandora del non riconoscere gli accadimenti di 30 anni prima non sopravviviamo. Le relazioni internazionali sono cambiate dopo il 1991. C’è un’élite, dominante, interna al ministero degli affari esteri russo che ha continuato a relazionarsi agli stati post sovietici come se non fossero indipendenti. Strategicamente avrebbe avuto più senso gestire i rapporti riconoscendo quanto accaduto. Quindi sì, è uno Stato indipendente, e lo è dal 1991.

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