OGGETTO: Il crepuscolo degli officianti
DATA: 08 Settembre 2025
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
La ristrutturazione della burocrazia americana, l’acquisizione aggressiva degli interstizi culturali messa in moto dalla Tecnodestra sotto la seconda amministrazione Trump detta una linea che il resto della destra globale osserva con attenzione. È il primo contrattacco concreto rivolto contro le élites, ma nel lessico di quest’area le élites non sono quelle comunemente intese. Sono un ceto, la Professional-Managerial Class, il cui consenso culturale sembra destinato inesorabilmente al tramonto.
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È una classe sociale, la Professional-Managerial Class (PMC), che è nata silenziosamente e all’ombra, sfuggendo all’attenzione dei molti. Non è né carne, né pesce: non sono capitalisti o borghesia nel senso classico, non sono neanche classe operaia. La Professional-Managerial Class è un ceto di mezzo, interstiziale, fatto da lavoratori della conoscenza, creativi, costruttori di senso. È il terziario che ha lentamente sostituito le fabbriche in occidente, i nuovi impiegati. Ne fanno parte i giornalisti, gli insegnanti, i bibliotecari e i lavoratori del settore dei servizi. Non è una sorta di nuova classe lavoratrice perché ha costruito una propria ideologia, dei propri rituali e modi di aggregarsi, una propria firma politica che è totalmente autoriale, se non addirittura in antitesi al vecchio mondo proletario. Questo corpo sociale solo pochi decenni fa sembrava destinato a ereditare le chiavi del futuro. Oggi questa stessa classe è sotto assedio, sotto l’assalto incessante di un rancore che monta dai margini e che ne contesta non solo il potere, ma l’esistenza stessa, la sua stessa ragione d’essere nel grande ingranaggio del mondo.

Più che di una guerra, dovremmo parlare di una inesorabile erosione di legittimità, uno scollamento progressivo tra questa vasta nebulosa di professionisti – accademici, consulenti, lavoratori della cultura, quadri intermedi, risorse umane – e il tessuto connettivo di una società che non riconosce più in loro né una guida illuminata né un’avanguardia progressista. Le invettive che il populismo ha adoperato nell’ultimo decennio dipingono questa classe come élite cosmopolite e traditrici, parassiti della “vera” economia produttiva: non sono che la manifestazione più in vista di un disagio più profondo la cui genealogia affonda le radici nelle stesse contraddizioni che hanno plasmato l’ascesa di questa classe. L’ironia vuole che la critica più infervorata alla PMC sia germinata non già dai bastioni del conservatorismo e del populismo, ma da una certa sinistra radicale, oggi quasi afasica o riassorbita in nuove, più fluide configurazioni. Furono pensatori come James Burnham, già negli anni Quaranta a intuire l’avvento di una “rivoluzione manageriale” destinata a soppiantare la vecchia borghesia proprietaria con una nuova classe di tecnici e amministratori del potere. Più tardi, negli anni Settanta, Barbara e John Ehrenreich coniarono l’espressione “Professional-Managerial Class” per designare specificamente quei “lavoratori salariati della mente” che, pur non possedendo il mezzo di produzione, esercitavano una funzione cruciale nella riproduzione sociale e ideologica dell’ideologia capitalista. Professionisti dell’informazione, divulgatori scientifici, esperti di comunicazione: figure intermedie, sospese tra capitale e lavoro, spesso animate da un sincero seppur astratto solidarismo verso le classi subalterne, ma la cui pratica quotidiana finiva per essere percepita come supponente, presuntuosa, snobista nei confronti di quei settori del mondo blue collar che, progressivamente, hanno distolto lo sguardo dai temi agitati dalle avanguardie della rivoluzione manageriale.

“Le nuove élite sono in rivolta contro la middle America, così come la immaginano: una nazione tecnologicamente arretrata, politicamente reazionaria, repressiva nella morale sessuale, retriva nei gusti culturali, compiaciuta e soddisfatta di sé, banale e ottusa.” – Christopher Lasch, La Rivolta delle Élite (1995)

La traiettoria della PMC è quella di un ceto che ha sostituito i vecchi valori borghesi con un culto delle credenziali, della procedura, della competenza tecnica fine a sé stessa. Un’élite che, ritiratasi in enclave protette – campus universitari, quartieri residenziali modello, redazioni autoreferenziali, oggi diremmo camere dell’eco – ha predicato inclusione e mobilità sociale mentre ha edificato barriere invisibili ma invalicabili, fondate sul capitale culturale e sulla padronanza di codici linguistici e comportamentali sempre più specifici. Una nuova aristocrazia, non del sangue ma del merito certificato, convinta della propria illuminata superiorità e, come ogni clero, incline a considerare la propria visione del mondo come l’unica razionale e desiderabile. Già Lasch vide in questa ritirata dorata il germe di una futura, inevitabile reazione da parte di coloro che si sentivano esclusi non solo economicamente, ma anche culturalmente e simbolicamente, dal nuovo ordine del discorso.

Il ventennio successivo non ha fatto altro che accelerare queste dinamiche. La globalizzazione, la deindustrializzazione di vaste aree dell’Occidente, la finanziarizzazione dell’economia e, soprattutto, la rivoluzione digitale hanno consolidato il potere e l’influenza della PMC, in particolare nei settori della conoscenza, dell’informazione e della cultura. I partiti tradizionalmente legati al mondo del lavoro, soprattutto quelli socialdemocratici, si sono progressivamente trasformati nei rappresentanti esclusivi di questo ceto medio-alto riflessivo, adottandone il linguaggio e le priorità. Il lavoro operaio diventava un reperto del passato, evocato con nostalgia paternalista o rimosso come scoria di un’era ormai tramontata. Il “lavoratore” ideale diventava il knowledge worker: flessibile, creativo, perennemente connesso, la cui identità si definiva attraverso il consumo culturale, l’adesione a determinate cause giuste, l’ostentazione di una sensibilità etica raffinata. È in questo contesto che va letta l’esplosione di quella che, con formula tanto abusata quanto scivolosa, viene definita “cultura woke”.

Roma, Aprile 2025. XXVI Martedì di Dissipatio

Al di là delle semplificazioni polemiche, essa rappresenta in parte la deriva ideologica di un settore della PMC che, avendo smarrito un orizzonte di trasformazione sociale strutturale, ha ripiegato su una forma di purificazione etico-linguistica, una sorta di igienismo morale applicato alle rappresentazioni culturali e alle interazioni personali. L’enfasi ossessiva sull’identità, la pratica della cancel culture come rituale espiatorio, la proliferazione di codici di condotta e linguaggi inclusivi sempre più astrusi possono essere interpretate come il tentativo disperato di una classe egemone, ma internamente insicura, di riaffermare la propria superiorità morale attraverso la gestione minuziosa dei significati e delle posture etiche.

Non sorprende che questa torsione abbia ulteriormente alienato non solo i ceti popolari, spesso refrattari a un linguaggio percepito come astratto e punitivo, ma anche settori della stessa sinistra legati a un’analisi di classe: intellettuali e politici come Sahra Wagenknecht in Germania sono stati ostracizzati proprio per aver denunciato questa deriva come una forma di “guerra di classe condotta dall’alto, mascherata da progressismo”. L’accusa di “classismo inverso” o di “riduzionismo di classe” è diventata l’anatema con cui la nuova ortodossia ha risposto alle voci dissonanti.

Ed è qui che si innesta la mossa, politicamente astuta quanto culturalmente predatoria della Tecnodestra e del populismo trumpiano. Essa ha fiutato l’odore del sangue, ha colto la profonda crepa di legittimità che si apriva sotto i piedi della PMC progressista e ne ha cinicamente adottato e stravolto alcuni degli argomenti critici provenienti dalla sinistra radicale. L’attacco al politicamente corretto, alla cancel culture, alle “élite radical chic”, ai “professoroni”, ai “burocrati di Bruxelles” (o di Washington), riprende, semplificandole brutalmente, le vecchie accuse di distacco dalla realtà, di arroganza intellettuale, di difesa corporativa dei propri privilegi. Il paradosso è servito: la critica alla funzione manageriale e ideologica della PMC, nata a sinistra come strumento di analisi del potere capitalistico, diventa a destra un’arma retorica per mobilitare il risentimento contro l’establishment culturale progressista.

L’ideologia populista quando definisce il concetto di élite non fa riferimento a figure tangibili dell’alta economia o società, quanto a questo vagamente indefinito milieu di burocrazia e intellighenzia profonda che permea gli apparati intermedi. Comprendere cosa si intenda per élite in certi discorsi, aiuta a chiarire quella sensazione per cui le destre si percepiscono come impotenti anche quando al governo, paralizzate culturalmente da un establishment che cessa di essere politico quando perde le elezioni ma, misteriosamente, rimane al comando.

Non è la classica contrapposizione tra proletariato e borghesia. Non è nemmeno la rivolta dei produttori contro i parassiti. Assomiglia piuttosto a uno scontro intra-élite, una sorta di regolamento di conti all’interno della stessa vasta galassia del ceto medio riflessivo e dei suoi vertici. Alla PMC liberale si oppone un blocco emergente che unisce segmenti della vecchia borghesia industriale e finanziaria, settori della stessa PMC convertiti alla nuova vulgata e tycoon della tecnologia dal vago afflato libertario, tutti uniti da un discorso che esalta il popolo contro le élite (culturali e accademiche), il buon senso contro l’astrazione intellettuale. Una sorta di Controriforma culturale, se si vuole, che mira a restaurare un’età dell’oro pre-critica, pre-sessantottina, pre-globale. La rivoluzione culturale della destra passa per questo attraverso i meccanismi del DOGE: distruggere le élite non ha nulla a che vedere con misure strettamente economiche o legate alla classe, si tratta piuttosto dello smantellamento e riconversione degli interstizi della burocrazia, del mondo dell’istruzione. La malinconia pervade oggi gli ambienti della PMC, disillusa, ansiosa, in ripiegamento difensivo. Il dio del progresso a cui sacrificavano sembra aver abbandonato il tempio. Restano le rovine di un’illusione e l’eco lontana di domande che nessuno sembra più interessato a porre.

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