L'editoriale

Il nuovo Heartland si chiama Mediterraneo

Tra una “sedia di meno” e una “parola di troppo” perdiamo di vista le questioni centrali e strategiche del nostro tempo. L'Italia ha tutto da guadagnare e tutto da perdere. Occorre parlare con franchezza con "i dittatori" ma anche con gli alleati.
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In sole due settimane il governo di Roma si è ritrovato a dover gestire una questione di sicurezza nazionale con la Russia, è volato in Libia e ha aperto una crisi diplomatica con la Turchia. C’è però un filo conduttore che porta dall’arresto dello spione e infiltrato Walter Biot, la visita di Mario Draghi a Tripoli, fino alle affermazioni in conferenza stampa del premier italiano il quale ha chiamato “dittatore” il presidente Recep Tayyip Erdogan. Ed è quello della grande restaurazione delle relazioni internazionali, vale a dire dello status quo occidentale. Lo slogan è America is back, il manuale è quello scritto a quattro mani da Joe Biden e Anthony Blinken, l’heartland, il cosiddetto “pivot geografico”, a differenza dell’Asia Centrale di Halford Mackinder, è il Mediterraneo allargato. L’Italia, in questo nuovo scenario globale, diventa così la grande cabina di regia con un mandato chiarissimo: rompere la spartizione russo-turca dell’area che va dalla Siria alla Libia, recuperare lo spazio perduto dall’Occidente durante l’amministrazione Trump, dettata dal disinteresse più che dall’isolazionismo, e infine riconquistare un ruolo centrale nel più grande crocevia strategico del nostro tempo, luogo di conflitto permanente tra le potenze marittime e quelle continentali, terminale della Via della Seta cinese.

Tra una “sedia di meno” e una “parola di troppo” perdiamo di vista le questioni centrali e strategiche del nostro tempo. Se nel Vicino e Medio Oriente, a partire dal 2016, ha dominato il “formato di Astana” (con Turchia, Russia e Iran) nato sulle macerie della guerra in Siria, poco a poco, anche nel Mediterraneo allargato, questo compromesso storico (senza l’Iran) si è concretizzato anche in Libia con l’intervento militare del governo di Ankara in Tripolitania. Nei governi Conte I e Conte II, la Farnesina e il suo Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, seguendo una direttrice multilaterale e pragmatica, avevano provato a inserirsi in questa nuova dinamica geopolitica. Ma il tempo, quando occorre occupare degli spazi vitali, è una pistola puntata alla tempia. Sia il Presidente statunitense Joe Biden che il Segretario di Stato Anthony Blinken, in controtendenza al vuoto di potere occidentale riempito da Erdogan e Putin hanno deciso di invertire le geometrie investendo l’Italia e il suo premier Mario Draghi, che ha mandato un triplice messaggio: prima alla Russia, con Walter Biot, poi alla spartizione russo-turca nel Mediterraneo volando a Tripoli per supportare il processo di unificazione, infine alla Turchia in conferenza stampa. E in una prospettiva ancora più allargata, di profondità strategica, non è nemmeno da sottovalutare la volontà della Casa Bianca di riaprire gli accordi sul nucleare con l’Iran con l’obiettivo di rompere il “formato di Astana”. Con l’Italia che potrebbe giocare ancora una volta la partita avendo ottenuto nel 2018 con Donald Trump l’esenzione sulle sanzioni secondarie, e dunque mantenuto un canale economico e diplomatico privilegiato.

Da un lato dunque c’è un allineamento di pianeti, in cui gli interessi americani coincidono con quelli nazionali, non da poco la possibilità di tornare a ricoprire un ruolo di primo piano nel mare nostrum, anche se non soprattutto per le aziende italiane; dall’altro c’è il rischio di diventare una pedina di un altro pezzo della nuova guerra fredda. Con la possibilità prima o poi di essere scaricati. Come avvenne nel 2011, sempre in Libia. Per questo occorre parlare con franchezza con “i dittatori” ma anche con gli alleati.


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