Ecologia Oscura

Contro il mainstream dell’ecologia contemporanea, recensione di “Ecologia oscura. Logica della coesistenza futura” di Timothy Morton
Contro il mainstream dell’ecologia contemporanea, recensione di “Ecologia oscura. Logica della coesistenza futura” di Timothy Morton

“Noi mesopotamici non abbiamo mai abbandonato il Tempo del Sogno. Abbiamo fatto così pochi progressi che, sebbene pensassimo di essere sul punto di svegliarci, in realtà stavamo semplicemente accumulando strumenti per capire che si trattava di un sogno a occhi aperti, persino più vivido di quello precedente”.

Ecologia oscura, pag. 54-55

Negli ultimi 12.000 anni, lasso temporale che Morton propone di definire come “il presente”, pochi sono stati i reali progressi compiuti dall’umanità. Ogni pagina di questo libro contiene una critica diretta e frontale nei confronti di tutto ciò che ha origine da questo atteggiamento errato. Uno degli obiettivi dell’opera, cioè la definizione della nozione di coscienza ecologica, comporta una critica serrata di tutti quelle teorie e impostazioni di pensiero che dominano il panorama contemporaneo dell’ecologia e non solo. 

Il mainstream dell’ecologia contemporanea può essere riassunto con il seguente motto: l’umanità ha l’obbligo morale di salvare quella natura che, con la sua azione, ha distrutto (per il momento non totalmente). Se si considera la narrazione contemporanea della causa ecologista, soprattutto nella sua versione mediatica e nel suo emblema per eccellenza, cioè la parabola di Greta Thunberg, la critica di Morton è devastante. Il compito di salvare la Natura si traduce in realtà nell’esercizio da parte dell’uomo di un nuovo potere coercitivo e violento su un oggetto che è erroneamente ritenuto astratto, lontano, fortemente chiuso in sé stesso e quindi indifferente nei nostri confronti. Inoltre, questa impostazione premette un argomento morale di matrice religiosa che Morton rigetta in toto: l’uomo è infatti colpevole nei confronti della Natura, ha commesso un peccato. La narrazione ecologista delle colpe dell’umanità fa proprio l’argomento religioso della colpa e del peccato originale: con la nostra azione dobbiamo espiare terribili colpe passate. Le ragioni che stanno alla base del netto rifiuto di tutti questi argomenti da parte di Morton e costituiscono la base della sua ecologia post-ambientalista sono principalmente due: 1- la Natura non è e non deve essere immaginata come un oggetto predefinito su cui l’uomo può esercitare la sua azione (e viceversa); 2- Proprio in quanto parte alquanto ridotta della Natura o, con il lessico dello stesso Morton, di iperoggetti, la valenza e la possibilità di una qualsivoglia forma di antropocentrismo vengono meno. 

La soluzione che segue al fatto che l’uomo ha preso coscienza del danno oggettivo perpetrato nei confronti della Natura e si è prefisso di rimediare non esce dalla logica del progresso già descritta da Adorno e Horkheimer e a cui Morton fa più volte riferimento: anche in questo caso abbiamo a che fare con un’azione positiva e performativa su un oggetto considerato esterno. Il contributo di questo libro per i dibattiti contemporanei e futuri di ecologia (nonché la sua interessante proposta) consiste nella presa di coscienza che l’antropocentrismo, in qualunque forma e salsa sia considerato, allontana dalla verità e ha conseguenze perniciose soprattutto per la stessa Natura. Parlare di colpe dell’uomo o della sua nuova missione morale, di indifferenza della Natura nei suoi confronti etc. ne presuppone sempre la centralità e l’autoreferenzialità: questa è la barriera che Morton cerca di superare e varcare. Questo mito dell’autonomia e della centralità dell’uomo a detta di Morton deriva dalla specificità della civilizzazione agricola mesopotamica, definita agrilogistica: con questa forma di civilizzazione inizia quello che solitamente definiamo progresso. A questa rivoluzione agricola non corrisponde solo un cambio dell’organizzazione socioeconomica del territorio, ma anche e soprattutto una forma mentis originaria dalla quale in seguito scaturiranno il patriarcato, la geometria euclidea, le varie rivoluzioni industriali etc. 

Smettere di essere mesopotamici significa dimettere i propri panni da occidentali e considerarsi non più come individui autonomi ma come parti di entità reali e complesse all’interno delle quali ecosistemi marini, montagne ed esseri umani stanno sullo stesso livello.

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