OGGETTO: Nascita, sviluppo e morte della cultura di massa
DATA: 28 Ottobre 2024
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Nel suo saggio "La morte della cultura di massa" (Carocci Editore, 2024), Vanni Codeluppi ripercorre l’ascesa e il declino di quella che fu la cultura popolare, mostrando come il passaggio dai romanzi di largo consumo alla televisione abbia segnato l’inizio di un fenomeno oggi ridotto a mero feticcio. Ciò che una volta era strumento di diffusione e partecipazione, si è trasformata in veicolo di omologazione.
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Il sociologo Vanni Codeluppi nel suo ultimo saggio La morte della cultura di massa (Carocci editore), titolo quanto mai eloquente che sintetizza il lavoro della sua ricerca, delinea le condizioni attuali della cultura, chiamata di massa, diffusa nei diversi strati sociali della popolazione italiana contemporanea. A tal fine, non ha potuto prescindere dal fare un breve, ma quanto mai esauriente, quadro storico dell’evoluzione della stessa nell’Occidente. L’archetipo della cultura di massa può essere ricondotto all’acquisto di oggetti preziosi quali: manoscritti, opere d’arte, manufatti artigianali di alta fattura, che si sviluppò sin dal basso Medioevo nella classe europea borghese emergente, come è stato riportato dal saggio di Stuart-Ewen, Sotto l’immagine niente. Facendo un salto temporale in avanti di quattrocento anni, nell’Ottocento si ebbe un mutamento per la circolazione e lo sviluppo di nuovi manufatti a fasce della popolazione che prima non potevano disporne, e ciò grazie allo sviluppo dell’industrialismo.

Proprio in quel contesto storico, economico e sociale, la cultura di massa, scrive Codeluppi, ha cominciato ad avere il suo pieno sviluppo. Un esempio evidente sono stati i primi prodotti culturali di largo consumo, come il romanzo popolare. Nel 1852, solamente in Inghilterra, La capanna dello zio Tom vendette 150.000 copie, nel 1880 un altro romanzo di enorme successo come Ben Hur nei soli Stati Uniti riuscì a vendere 1 milione di copie. Analogo processo a quello del romanzo è stato quello dell’editoria, in modo particolare con la diffusione dei quotidiani, che grazie allo sviluppo delle inserzioni pubblicitarie permisero di abbassare il prezzo di ogni copia e renderla fruibile per una vasta porzione di cittadini: il primo caso fu quello del New York Sun fondato da Benjamin Day nel 1883.

Quel tipo di cultura, sostiene Codeluppi, può essere definita tramite il lessema “cultura popolare” perché ancora in quel periodo molti larghi strati della popolazione erano ancora a digiuno di qualsiasi tipo di prodotto culturale. Lo sviluppo e la diffusione della cultura, che poi si definirà “di massa” si è avuto solamente negli anni Sessanta del Novecento, quando larghi strati di popolazione, anche non in possesso di spiccate attitudini intellettuali, hanno iniziato a interagire con sempre nuovi prodotti culturali.

Il mezzo culturale di massa per antonomasia negli anni Sessanta, per i paesi più sviluppati, è stato quella della televisione, cui l’autore dedica un ampio capitolo, intitolato La televisione degli ignoranti, aggettivo quest’ultimo non utilizzato provocatoriamente, ma frutto di una disamina storica-sociologica. In maniera particolare in Italia, il modello televisivo si è sviluppato secondo il paradigma della televisione generalista in cui i palinsesti quotidiani ruotano attorno a format argomentativi stereotipati che sono: cronaca politica, rosa, nera e programmi d’ evasione in fascia serale. Programmi pensati per un pubblico anziano e di bassa cultura. Lo scopo precipuo della televisione però, secondo il postulato di Codeluppi, dovrebbe essere il contrario, ovvero quello di sviluppare una coscienza intellettuale e culturale con la produzione di programmi più sofisticati adatti anche ad un vasto pubblico, senza semplificare gli argomenti trattati.

Con il fenomeno industriale dei processi di internalizzazione, sempre avvenuto negli anni Sessanta, la stessa realtà industriale italiana è passata da un sistema fordista di primo Novecento, a uno postfordista, che ha fatto sviluppare un nuovo tipo di capitalismo, «quello delle tecnologie informatiche e della digitalizzazione, che ha mutato la ricerca, elaborazione e tecniche di informazioni». (pag. 38)

In parallelo, a livello sociologico, la società è mano a mano mutata, diventando una società fondata sui cosiddetti flussi di informazione. Questo è avvenuto perché gli attuali media come: televisione, radio, web e piattaforme digitali, utilizzano una quantità di comunicazione costante di sempre nuovi contenuti. Proprio l’utilizzo delle tecnologie produce un impatto sui comportamenti intellettivi e cognitivi degli individui.

L’utilizzo di nuove tecnologie ha prodotto e sta producendo, In modo preponderante, insieme allo sviluppo dei media digitali, è stato quello dello smartphone che, come ha sostenuto il filosofo sud coreano Byung-Chul Han nel saggio Le non cose, ha mutato il rapporto tra esseri umani e media, diventando il primo strumento dei processi comunicativi. Tale sistema, molto efficiente, è riuscito a mettere in comune gli utenti, nelle sue più diverse forme e a modificare i gusti del pubblico e le sue stesse percezioni estetiche.

La cultura di massa è diventata un fenomeno globalizzatore, in modo particolare grazie all’influenza delle multinazionali nel campo dei media, ma allo stesso tempo si sono verificati dei processi contrari di opposizione, con modelli rielaborati secondo le cultura che non fanno parte del mondo occidentale, con la conseguenza che le culture originali si disgregano e vanno ad inserirsi all’interno dei costumi della globalizzazione, venendo meno quindi «quei confini che le rendevano uniche e autentiche» (pag. 60), Codeluppi ha definito questo processo con il termine di ipercultura. Un esempio di quanto analizzato è ciò che sta avvenendo nelle company del settore delle piattaforme digitali, come Netflix, Sky, Disney+, Dazn, che dal punto di vista commerciale si sono adattate alle culture locali, promuovendo serie televisive, ambientate in paesi come la Corea del Sud e Giordania, in cui giovani teenager assumono costumi sempre più vicini alla cultura occidentale.

Ma l’osservazione sulla cultura di massa e del suo sviluppo, si è concentrata anche sui prodotti inerenti la musica. Anche per fare tale analisi, l’autore ha dovuto fare una premessa storica, quanto mai necessaria. Se negli anni Sessanta gli ascoltatori attribuivano fondamentale importanza alla qualità musicale, sia dal punto di vista della melodia, che dell’armonia e della finalità esterna del linguaggio, man mano si è preferito concentrarsi sull’aspetto puramente esteriore dell’interprete. Questo mutamento dei gusti è stato progressivo, ed è cominciato negli anni Ottanta tramite l’affermazione del format dei videoclip, trasmessi dal canale televisivo apposito come Mtv e successivamente dal web, in cui l’affermazione e il successo degli interpreti musicale è determinato da fattori come l’aspetto fisico e la capacità telegenica.

La cultura di massa ha avuto anche un altro sottogenere all’interno delle attività ludiche, in modo particolare nel settore del gaming, che ha l’effetto caratteristico di infondere negli utenti una sensazione psicologica di coinvolgente e di estraniamento dalla realtà. A questo mondo virtuale e parallelo, il gioco si fenomenologizza nella realtà, con il processo denominato dalla sociologia, di gamification, che consiste nel trasferire i contenuti e i linguaggi dei videogiochi nel diverso contesto della vita reale. 

Roma, Ottobre 2024. XXI Martedì di Dissipatio

Quindi, tutti questi processi diversificati, sempre più influenzati dai flussi informativi della comunicazione, come la televisione e il digitale (che grazie a un contenuto di facile interpretazione delle immagini suscitano nell’utente un interesse superficiale), dall’altra parte non permettono l’attuazione di un processo cognitivo di tipo logico, posseduto invece da un testo scritto. Secondo Codeluppi, la cultura di massa è solamente un feticcio, poiché nel tentativo di omologare il pensiero intellettuale essa va contro le premesse originarie che si fondavano sulla necessità di creare un originale occhio critico e capacità di giudizio nel grande pubblico popolare. Alla base di questa interpretazione può esserci un confronto con la scuola di Francoforte e in modo particolare con Horkheimer e T. W. Adorno e al loro fortunato saggio Dialettica dell’illuminismo, pubblicato nel 1947. I due sostenevano che i nuovi sistemi di comunicazione, come i programmi radiofonici e i quotidiani, avevano lo scopo di influenzare le persone secondo i dettami della classe dirigente, fondati su un modello di mercato capitalistico. Ma a differenza da quanto esposto dai due noti studiosi, secondo Codeluppi ad oggi non vi è una classe elitaria che stabilisce le politiche culturali di una totalità di popolazione. Ciò che determina le scelte culturali, i comportamenti individuali e collettivi delle persone è un’entità astratta, l’ignoranza. Questo fenomeno sociale e culturale, in Italia risulta essere trasversale nella società italiana, comprendendo sia intellettuali e l’attuale classe dirigente.

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