Dalla Calabria alla Puglia, agricoltori, allevatori, pescatori e autotrasportatori protestano contro il rincaro del gasolio, che minaccia la sostenibilità di intere filiere produttive. Il 5 ottobre, a Vibo Marina, gli agricoltori bloccano le autocisterne presso i depositi di Eni e Meridionale Petroli. Il giorno seguente, nel Vibonese, alcuni distributori sono già a secco. Il 7 ottobre i trattori raggiungono Lamezia Terme, presidiando la Statale 18, nei pressi dell’aeroporto e del collegamento con la Statale 280. Quindi la protesta si estende alla Puglia. Dall’11 al 15 ottobre, tra Foggiano e Gargano, cinque giorni consecutivi di blocchi compromettono la circolazione e i rifornimenti. Le difficoltà investono anche la distribuzione delle merci, fino agli scaffali dei supermercati. La protesta non è più soltanto degli agricoltori. Le conseguenze riguardano tutti. Il 14 ottobre, a Corigliano-Rossano, lungo la Statale 106, si aggiungono i pescatori, che denunciano un costo del gasolio triplicato. Dalla terra al mare, passando per gli autotrasportatori, categorie diverse scoprono di condividere la medesima dipendenza.
Dalla tenuta del sistema agricolo dipendono la produzione alimentare, l’occupazione, la sopravvivenza delle comunità rurali e la capacità del paese di provvedere a una parte essenziale dei propri bisogni. Questione di sopravvivenza, quindi strategica. Le televisioni generaliste indugiano sulle proteste studentesche, che ben poco sembrano avere a che fare con la difesa del diritto allo studio. Il copione è quello dell’ennesima epopea rivoluzionaria, più interessata a perpetuare il proprio mito che a perseguire rivendicazioni concrete. Quanto basta, tuttavia, a trasformare il Nord Italia in un teatro di scene da guerra civile. Su Dissipatio avevamo già avvertito del rischio che le violenze francesi trovassero imitatori anche in Italia. Sono bastati pochi giorni. Ad agricoltori e autotrasportatori, invece, viene concesso qualche ritaglio di cronaca. Eppure, nelle campagne del Mezzogiorno si gioca una partita ben più importante per la tenuta economica e produttiva del paese. Gli organi di comunicazione ufficiali, puntualmente, preferiscono l’irrilevanza alle questioni che determinano le reali condizioni materiali di sopravvivenza di una nazione, sintomo di una subalternità culturale ben più radicata.
L’Italia soffre di una deformazione dello sguardo. Penisola mediterranea, continua a cercare il proprio baricentro oltre le Alpi. Guardiamo a nord, dove immaginiamo risiedano i modelli da imitare. A sud, assai meno. È una subalternità psicologica, sedimentata nel modo in cui percepiamo noi stessi e il nostro posto nel mondo. Più importante ciò che gli altri devono pensare di noi che la consapevolezza dei nostri interessi. Intanto, sul tacco e sulla punta dello Stivale, intere attività restano paralizzate. Una questione che parte dai campi del Mezzogiorno e arriva inevitabilmente sui tavoli della politica estera. La spia della riserva sui trattori italiani non segnala soltanto che il gasolio sta finendo. Avverte che a Roma e a Bruxelles si è ormai in riserva anche di principio di realtà. Principio che le grandi potenze, quando la necessità lo impone, sanno ancora maneggiare.
Il 9 ottobre Trump ha annunciato un’intesa con Putin per immettere sul mercato americano e internazionale oltre 300 mila tonnellate di gasolio russo, con ulteriori forniture previste nei mesi successivi. Negli Stati Uniti il prezzo del diesel ha raggiunto i 6,28 dollari al gallone, dopo un aumento di circa il 70% dall’inizio della guerra con l’Iran. Cifre sufficienti a spiegare perché Washington abbia deciso di tornare a trattare con Mosca. Dietro l’apertura americana si intravede anche il tentativo di allentare il legame strategico fra Russia e Cina, sottraendo progressivamente il Cremlino alla dipendenza da Pechino. Una possibile riedizione, a parti invertite, della manovra con cui Nixon e Kissinger sfruttarono la frattura sino-sovietica per avvicinare la Cina agli Stati Uniti, isolando l’Unione Sovietica. Anche le recenti limitazioni a Starshield, versione militare di Starlink utilizzata dall’esercito ucraino, vanno in questa direzione. L’ordine di ridurre il servizio sarebbe partito dalla Casa Bianca, proprio mentre Washington aumentava le pressioni su Kiev affinché interrompesse gli attacchi alle raffinerie russe.
Ma prima delle grandi geometrie strategiche vengono le necessità interne. Gli americani hanno bisogno di carburante a prezzi sostenibili. Adesso. La guerra intrapresa contro l’Iran, rivelatasi ben più costosa e destabilizzante del previsto, ha contribuito a sconvolgere gli equilibri energetici internazionali. Le perturbazioni delle rotte del Golfo, i danni alle infrastrutture e l’aumento dei costi di trasporto si sono riversati sui prezzi. Con inevitabili conseguenze economiche e politiche per la Casa Bianca. Il calcolo elettorale conta, naturalmente. Ma sarebbe riduttivo fermarsi ai voti. Anche il consenso dipende dalla capacità di rispondere alle necessità materiali di una popolazione.
Washington cerca, anche paradossalmente, di rimediare agli effetti di una crisi che ha contribuito a provocare. Anche a costo di rivolgersi a un avversario, sospendere parte delle sanzioni precedentemente imposte e suscitare il malumore degli alleati. Per chi ha poca dimestichezza con il principio di realtà, potrebbe sembrare una contraddizione. Nella politica delle potenze è il normale adattamento degli strumenti al mutare degli interessi. Cinismo, forse. Ma la geopolitica non è poi così diversa dalla vita. E talvolta il cinismo serve a sopravvivere. Che l’operazione produca gli effetti sperati è tutt’altro che scontato. Le prime 300 mila tonnellate equivalgono a meno di una giornata di consumo del settore americano dei trasporti. Ma sono previste ulteriori forniture: 500 mila tonnellate a novembre e un milione successivamente. Gli Stati Uniti, del resto, dispongono di un’imponente capacità di raffinazione, importano da altri fornitori ed esportano essi stessi carburante. L’obiettivo è accrescere l’offerta disponibile sul mercato internazionale. Ma il significato politico dell’operazione prescinde dalla sua riuscita economica. Washington è disposta a riconsiderare le proprie restrizioni contro Mosca pur di contenere il rincaro del carburante. Agricoltori e autotrasportatori americani, prima di tutto. Il resto viene dopo.
A Roma, intanto, Giorgia Meloni definisce l’intesa fra Trump e Putin una scelta «molto rischiosa».Secondo il presidente del Consiglio – rispettiamo la denominazione che predilige – l’acquisto di gasolio russo potrebbe legittimare Mosca, garantirle nuove entrate per finanziare la guerra in Ucraina e indebolire l’efficacia delle sanzioni. Quanto all’aumento dei prezzi, la responsabilità principale sarebbe da ricercare nella guerra in Iran. Argomento che spiega certamente l’origine di buona parte della crisi, ma non come affrontarne le conseguenze. Da oltreoceano, la Casa Bianca ha gentilmente risposto attraverso il portavoce Taylor Rogers. L’accordo, ha spiegato, mira ad aumentare la disponibilità di gasolio sul mercato internazionale e a ridurne i prezzi, nell’interesse anzitutto degli agricoltori, degli autotrasportatori e delle famiglie americane. Proclama che dovrebbe offrire qualche spunto di riflessione anche a noi. L’Italia, invece, resta vincolata – per scelta – all’impianto sanzionatorio europeo, sorretto da un moralismo che sembra prevalere perfino sulle necessità economiche. Una linea di cui Roma potrebbe chiedere la revisione nelle sedi comunitarie, se avesse il coraggio di esercitare quell’indipendenza decisionale che tanto ama rivendicare. Gli strumenti fiscali possono attenuare l’urto, i sussidi compensare temporaneamente le perdite. Ma nessuna magnanima agevolazione concessa dalle compagnie energetiche o dalle regioni possono sostituire all’infinito una strategia nazionale degli approvvigionamenti.

Nel Gargano, intanto, il gasolio agricolo ha superato 1,60 euro al litro. Al rincaro dell’energia si accompagna il crollo delle quotazioni dell’olio, che i produttori denunciano ormai inferiori ai costi di produzione. Le olive potrebbero rimanere sugli alberi. Paradosso di un paese nel quale rischia di diventare antieconomico persino raccogliere ciò che si produce. Al moralismo nei confronti della Russia si aggiunge quello ambientale. In nome della riduzione delle emissioni, a Roma come a Bruxelles si continuano a imporre vincoli e costi aggiuntivi a chi coltiva, trasporta e produce. Basti pensare all’aumento delle accise sul gasolio per autotrazione, giustificato dall’eliminazione dei cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi, o al sistema europeo ETS, che attribuisce un costo alle emissioni industriali, destinato a ripercuotersi anche sulle bollette elettriche delle imprese. Obiettivi perseguiti troppo spesso senza considerare le condizioni materiali di chi deve sostenerli. Tra l’altro, mentre Washington riapre al gasolio russo, continua a rifornire l’Europa, che nell’agosto 2026 acquistava dagli Stati Uniti oltre la metà delle proprie importazioni lorde di diesel. Gli americani si riservano così la libertà di trattare con Mosca, continuando a vendere carburante agli europei, che hanno rinunciato ad acquistarlo direttamente dalla Russia. E l’operazione garantirebbe nuove entrate a Mosca, contribuendo a sostenere l’economia russa e, indirettamente, lo sforzo bellico in Ucraina. Proprio ciò che le sanzioni occidentali vorrebbero impedire. Che gli uomini agiscano talvolta contro ogni razionalità è cosa nota. Ma trasformare l’irrazionalità in una linea di politica estera richiede un’ostinazione invidiabile, se non fosse così autodistruttiva.
Comunque, Roma potrebbe oggi permettersi un’iniziativa diplomatica che fino a pochi anni fa sarebbe apparsa improbabile. Il governo Meloni ha conquistato il primato di durata nella storia repubblicana, superando i 1.412 giorni dell’esecutivo Berlusconi II. Risultato tutt’altro che trascurabile per un paese che, nell’immaginario delle cancellerie europee, ha rappresentato per decenni il paradigma dell’instabilità politica. Oggi la situazione è diversa. La stessa Meloni rivendica questa stabilità quale condizione per restituire all’Italia autorevolezza internazionale. Resta da capire a quale scopo impiegarla. La stabilità, se non si traduce in capacità d’iniziativa, rischia di ridursi a mero primato statistico. Dopo decenni trascorsi a cercare l’approvazione dei maggiori partner europei, l’Italia potrebbe scoprire di aver finalmente conquistato la continuità politica senza essersi liberata del proprio complesso d’inferiorità. Adulti all’anagrafe, ancora troppo timidi nelle decisioni.
Il banco di prova potrebbe essere la Russia. Riaprire un canale politico bilaterale, sondare le possibilità di un’attenuazione delle rispettive posizioni, promuovere una revisione della postura euro-occidentale e contribuire alla ricerca di un nuovo equilibrio. Per farlo occorrerebbe anzitutto emanciparsi dall’abitudine di considerare ogni iniziativa autonoma una potenziale infrazione alla disciplina morale euro-occidentale. Gli europei, dopo anni trascorsi a recidere i legami economici con il Cremlino, potrebbero essere chiamati dalle esigenze della realtà a ricostruirli. Ciò che ieri era inammissibile diverrebbe domani necessario. Cambierebbe il giudizio, non la geografia. Né gli interessi che quella geografia continua a imporre. Per l’Italia la questione è particolarmente delicata. La posizione mediterranea, la struttura manifatturiera, la dipendenza energetica dall’estero e i rapporti economici tradizionalmente intrattenuti con Mosca rendono il paese direttamente interessato a qualsiasi mutamento degli equilibri continentali. Attendere che altri decidano il futuro delle relazioni euro-russe significherebbe accettare di subirne le conseguenze, anziché contribuire a determinarle.
Roma, del resto, nella guerra ucraina non si è mossa male. Ne avevamo già parlato: Confitta nel campo occidentale, Roma non ha potuto scegliere se partecipare, ma ha conservato un certo margine nel decidere come farlo; ha sostenuto Kiev senza cercare il protagonismo di certi improbabili volenterosi, mantenendo un profilo più defilato rispetto a Londra, Parigi e Berlino. Una dissimulazione tattica che ha consentito di contenere l’esposizione e conservare qualche margine di manovra nei confronti di Mosca. Ma la prudenza ha senso finché serve a guadagnare tempo. E il tempo guadagnato va impiegato per cercare una via d’uscita. L’Italia ha saputo amministrare la propria presenza nel conflitto. Ora deve dimostrare altrettanta capacità nel contribuire alla sua conclusione. Continuare a ripetere formule di solidarietà e condanne morali, senza tradurle in una strategia diplomatica praticabile, significa trasformare una posizione politica in una perpetua dichiarazione d’intenti. Tanto più quando a pagare il prezzo della prosecuzione della guerra sono anzitutto gli ucraini.
Per una penisola mediterranea, la sicurezza si decide soprattutto a sud, lungo le rotte dalle quali dipendono i nostri approvvigionamenti. La stessa Meloni ha riconosciuto che la libertà di navigazione attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb costituisce un interesse vitale per l’Europa. Per l’Europa, appunto. Anche quando si tratta delle rotte da cui dipendono direttamente i nostri approvvigionamenti, l’interesse italiano sembra aver bisogno di essere declinato in termini europei. Una sfumatura lessicale che tradisce qualcosa di quella subalternità culturale da cui fatichiamo a emanciparci. È stato successivamente invocato il rafforzamento dell’operazione Aspides nel Mar Rosso. Peccato che si tratti di una missione dal mandato esclusivamente difensivo. Rafforzare la protezione dei mercantili è certamente necessario, ma difficilmente sufficiente a ristabilire la sicurezza delle rotte e contenere le conseguenze delle interruzioni dei traffici sui prezzi dell’energia.
Da un lato, occorrerebbe riaprire un canale politico con Mosca, sondando le possibilità di una distensione e di una revisione delle restrizioni che ostacolano gli approvvigionamenti energetici. Dall’altro, concentrare maggiori energie sul Mediterraneo allargato, dal Mezzogiorno al Nord Africa passacanale di Suez, dal Mar Rosso agli stretti attraverso i quali transitano le merci e le risorse necessarie alla nostra sopravvivenza. È necessario stabilire delle priorità. La Russia può tornare a essere un interlocutore; il Mediterraneo deve diventare il centro della nostra attenzione. Due direttrici complementari, entrambe riconducibili al medesimo interesse nazionale. La stabilità politica conquistata negli ultimi anni potrebbe finalmente offrire a Roma l’occasione di perseguirle. A condizione di liberarsi dall’ossessione di cercare altrove la propria legittimazione e cominciare a guardare la carta geografica. Siamo una penisola nel Mediterraneo e il Sud Italia è il nostro naturale punto di partenza. È da lì che comincia la nostra proiezione nel Mediterraneo. E da lì dovrebbe cominciare anche la nostra politica. Per comprendere noi stessi, talvolta, conviene guardarci con gli occhi degli altri, per scorgere ciò che, osservandoci sempre dalla medesima prospettiva, finiamo per non vedere.
Nel Diario di uno scrittore, Dostoevskij intravedeva già nel 1877, il pericolo di un’Europa destinata a precipitare sotto il peso delle proprie contraddizioni. Una riflessione che travalica la politica contingente e investe la capacità stessa del continente di riconoscere i propri limiti. Oggi, a forza di rappresentare lo scontro con Mosca come inevitabile, le cancellerie europee si sonofatte prigioniere della propria narrazione. La retorica bellicista si ritorce contro chi l’ha alimentata. E il pericolo non è soltanto quello di una guerra con la Russia, ma di un’Europa che, incapace di distinguere i propri interessi dalle proprie proclamazioni, finisca per implodere su sé stessa. Capita, quando racconti a te stesso la menzogna talmente tante volte da avere più di una difficoltà a distinguere il racconto dalla realtà. Quanto a noi stessi, abbiamo finalmente conquistato la stabilità politica. Resta da capire cosa intendiamo farcene. Alla penisola va riconosciuto il tentativo di conquistare una maggiore autonomia. L’autarchia è un’ambizione assolutamente legittima, ma che richiede tempo. Nel frattempo, occorre garantire approvvigionamenti a prezzi sostenibili a chi coltiva, pesca e trasporta.