Tutto è iniziato nelle banlieues dell’Île-de-France. Il movimento prende forma dal 17 settembre al lycée Saint-Exupéry di Créteil, con i primi blocchi dal giorno successivo; da lì la mobilitazione si è rapidamente propagata nella periferia parigina, coinvolgendo anche la Seine-Saint-Denis, per poi estendersi a centinaia di licei in tutto il Paese. La richiesta di maggiori risorse per l’istruzione è una narrativa che convince meno di altre. Meglio andare in profondità.
Partiamo da Seine-Saint-Denis, periferia nord-orientale di Parigi, laboratorio estremo delle trasformazioni demografiche francesi. Generazioni nate sul suolo francese convivono con famiglie radicate da decenni e provenienti soprattutto dal Maghreb e dall’Africa subsahariana. Algeria, Marocco, Tunisia, Sahel: fra gli immigrati di almeno 15 anni censiti nel 2022, oltre 297 mila erano nati in Africa. Origini che continuano a lasciare tracce profonde nella composizione culturale e religiosa del dipartimento e nel modo in cui le diverse appartenenze si manifestano nello spazio pubblico. Religione e origine continuano a mantenere un peso significativo tra i discendenti dell’immigrazione proveniente da paesi a tradizione musulmana: il 91% delle persone cresciute in famiglie musulmane conserva la religione dei genitori.
Bomba biologica assemblata e costruita dentro. Nelle periferie, nelle scuole, nelle comunità che lo Stato credeva di avere integrato solo perché ne aveva concesso la cittadinanza. Lo storico britannico Arnold Toynbee l’aveva previsto: le civiltà non vengono uccise, si suicidano. L’Occidente sta compiendo l’estremo gesto con la certezza paradossale di salvarsi morendo. Paradosso silenzioso che logora dall’interno le ossa di una civiltà, finché, un mattino, ci si guarda attorno e il mondo non è più lo stesso. Molto più difficile è accorgersi di una trasformazione che agisce lentamente sulla cultura, sulle idee, sulla materia organica di cui è composta una società. Non produce un evento traumatico, e proprio per questo avanza per anni senza essere percepita.
La civiltà occidentale arriva a questo bivio con le mani legate da un’abitudine culturale che si è consolidata gradualmente, ossia l’autocritica come autolesionismo. Non la critica sana, che riconosce un errore, lo elabora, costruisce sopra di esso qualcosa di più solido. Una critica che ha trasformato il passato in un catalogo di colpe. Imperialismo, colonialismo, razzismo, sopraffazione: parole che occupano uno spazio sempre più grande nel racconto che l’Europa fa di sé, fino a soffocare qualsiasi altra narrazione. Ne nasce un paradosso. Gli allogeni vengono incoraggiati a conservare lingua, religione, tradizioni e memoria. La maggioranza autoctona, intanto, ha progressivamente smesso di trasmettere le proprie. Da una parte identità custodite e rivendicate; dall’altra un canone comune sempre più debole.
In 12 dei 22 paesi europei analizzati dall’European Social Survey, oltre metà dei giovani tra i 16 e i 29 anni dichiarava di non appartenere ad alcuna religione. Le chiese si svuotano, i battesimi diminuiscono, la trasmissione intergenerazionale dell’identità cristiana si indebolisce. Il vuoto, però, raramente resta tale. Là dove una tradizione smette di trasmettersi, un’altra lo fa al suo posto. Dalle stime più recenti disponibili, in Europa si contano circa 46 milioni di musulmani, il 6% della popolazione, oltre sei milioni in più rispetto a dieci anni prima. In Francia sono circa il 9%, in Svezia l’8%, in Germania poco meno del 7%. Una presenza destinata a incidere sempre di più sulla composizione demografica del continente, alimentata dall’immigrazione e da una fertilità mediamente superiore. Due traiettorie opposte. Una perde capacità di trasmettersi. L’altra conserva ancora la forza per farlo.
La religione resta fede. L’islamismo comincia quando quella fede viene brandita come strumento di conquista, identitario e di potere. C’è un modo in cui l’Europa ha imparato a guardare la violenza a sfondo islamista che è, in sé, un atto di autoipnosi. La guarda come un’eccezione. Un lupo solitario. Un caso isolato. La cronaca degli ultimi due anni rende però sempre più difficile questo riflesso. La violenza è aumentata, i numeri lo dicono. Soprattutto, ha smesso di essere sporadica. È diventata un ritmo che scandisce la morte. L’Europol conta 24 attacchi jihadisti nell’UE nel 2024, di cui sei compiuti e diciotto sventati. La Relazione annuale 2025 dell’Intelligence italiana lo dice con una frase che dovrebbe far tremare le vene ai polsi a chiunque la legga: «gli attentati jihadisti compiuti in Europa nel 2024 sono raddoppiati rispetto al 2023». I mezzi sono quasi sempre rudimentali e facilmente accessibili: coltelli e altre armi bianche, ordigni incendiari, più raramente armi da fuoco. I profili mostrano una forte presenza di giovani: gli attentati censiti dall’Intelligence italiana sono stati compiuti quasi tutti da individui sotto i trent’anni, in alcuni casi minorenni, mentre Europol registra una crescente radicalizzazione online dei giovanissimi e gruppi di minori che entrano in contatto sul web, si radicalizzano insieme e arrivano a pianificare attentati.
La violenza frontale – il coltello, l’arma da fuoco, la Molotov contro una sinagoga – è la parte visibile della minaccia. È quella per cui esistono leggi antiterrorismo e livelli di allerta. È in questo contesto che bisogna osservare l’islamismo politico e la sua capacità di muoversi dentro le società europee attraverso associazionismo, mobilitazione religiosa, entrismo e voto. Il rapporto presentato al Conseil de défense francese (2025) descrive con precisione chirurgica questa dinamica: infiltrazione graduale, non violenta, attraverso l’istruzione e il mondo associativo. A nord-est della Germania, nel Brandeburgo, il ministro dell’interno ha sintetizzato il meccanismo con una formula particolarmente efficace, sostenendo che la Fratellanza Musulmana «non attacca la democrazia con la violenza aperta, ma si insinua dalla porta di servizio». Tornando in Francia, la legge francese contro l'”entrismo islamista”, approvata dal Senato in prima lettura nel maggio 2026, esiste proprio perché qualcuno ha finalmente nominato il meccanismo.
La violenza frontale, l’insinuazione politica e la glassa mediatica che ricopre la realtà appartengono allo stesso meccanismo. Dopo ogni attentato arriva il rituale della condanna unanime, seguito dall’invito a evitare generalizzazioni. Formula rassicurante. Analiticamente povera. Generalizzare, in questo contesto, significa individuare ricorrenze, comportamenti aggregati, tendenze di gruppo. Ogni individuo conserva storia, motivazioni e contraddizioni proprie; l’analisi geopolitica lavora però su collettività, reti, appartenenze, comunità, masse organizzate o informali. Richiede dunque un cambio di scala. è necessario sacrificare il concetto di individuo per mettere a fuoco le dinamiche di gruppo.
L’Occidente contemporaneo, impregnato di individualismo, fatica a compiere questo passaggio. Eppure, guerre, rivolte, mobilitazioni, radicalizzazioni e fratture sociali prendono forma attraverso dinamiche collettive. Capirle impone una rinuncia parziale alla complessità biografica del singolo per cogliere ciò che ritorna, ciò che si ripete, ciò che accomuna. Bisogna allontanare lo sguardo dall’individuo per vedere il gruppo. Dall’alto la visuale delle tendenze è più nitida. L’insinuazione politica lavora su un altro piano. Più lento e per questo più difficile da vedere. Una comunità si organizza, trova rappresentanti, acquista visibilità, reclama spazi propri. Intanto cresce il racconto dell’oppresso. La radicalizzazione violenta è solo l’estremo visibile del fenomeno. La parte esoterica sta nelle reti. Ambienti associativi, appartenenze culturali, legami politici, intermediari, gruppi di pressione, filiere elettorali. È lì che occorre guardare se si vuole capire ciò che accade prima che qualcuno impugni un’arma.
Il fattore politico diventa la variabile decisiva. Una parte della sinistra ha perso per strada il suo antico popolo. Operai, periferie produttive, classi popolari che per decenni ne avevano costituito il bacino quasi naturale. Vuoto elettorale da riempire. Le comunità immigrate offrono allora un nuovo spazio di consenso, mentre i loro rappresentanti cercano accesso, protezione, riconoscimento. Domanda e offerta finiscono per incontrarsi. Una delle ragioni per cui il problema resta difficile da mettere a fuoco è che persino nominarlo è diventato un’impresa temeraria basta provarci perché arrivi puntuale l’accusa di islamofobia. E così la minaccia è rimasta per decenni ai margini del discorso pubblico, protetta più dal timore di nominarla che dalla sua capacità di nascondersi. Ci vuole coraggio a nominare i problemi. Ultimamente pare sia diventata una qualità sovversiva.

Rientriamo tra le strade della banlieue. La Seine-Saint-Denis è uno dei dipartimenti francesi dove l’immigrazione ha più profondamente modificato la composizione demografica. La questione diventa ancora più interessante quando si osserva ciò che si muove dietro e intorno alla protesta. Il governo francese ha dichiarato, richiamandosi a una valutazione condivisa dai servizi di intelligence, di vedere nel movimento una «manovra organizzata da La France insoumise e dai suoi proxy dell’ultrasinistra». Una nota della Direction du renseignement de la préfecture de policesulla Seine-Saint-Denis individua effettivamente fin dai primi giorni la presenza, intorno ai blocchi, di militanti, studenti universitari e ambienti dell’estrema sinistra. I servizi hanno registrato persone esterne agli istituti che distribuivano materiale politico e chiamavano gli studenti al blocco, insieme a spostamenti di giovani tra licei diversi per sostenere altre mobilitazioni. La stessa nota conclude che, in Seine-Saint-Denis, i liceali sarebbero stati spinti all’azione da elementi dell’estrema sinistra e individua nelle strutture sindacali uno dei vettori di organizzazione e mobilitazione: SNES-FSU, CGT Éduc’action, SUD Éducation e altre organizzazioni sostengono apertamente il movimento, denunciano la «brutalità poliziesca» e invitano il personale scolastico a schierarsi al fianco degli studenti.
Anche i social hanno avuto un ruolo importante nella propagazione. Secondo la stessa intelligence, TikTok e Snapchat hanno permesso ai giovani di stabilire contatti tra licei differenti e di spostarsi per sostenere altri blocchi. Alcuni dei materiali circolati online arrivavano a invitare i partecipanti a presentarsi con oggetti utilizzabili come armi. Nel circuito dei social il racconto spesso rovescia la sequenza dei fatti. Prima la rivolta, le aggressioni, gli incendi, i blocchi. Poi lo Stato interviene per ristabilire l’ordine. Infine, la risposta delle forze dell’ordine viene isolata dal contesto e trasformata nel centro dell’accusa politica, fino a piegare la ricostruzione dei fatti in rovesciamento della realtà.Imbarazzante doverlo ricordare ogni volta, eppure necessario: mantenere l’ordine pubblico appartiene alle funzioni elementari dello Stato.
Finora abbiamo abbandonato l’individuo per osservare la collettività. Per comprendere ciò che sta accadendo possiamo adesso compiere il percorso inverso. Non perché un leader sia capace di determinare da solo la traiettoria di una collettività: una classe dirigente è anzitutto il prodotto della società che la genera, ne riflette pulsioni, contraddizioni, capacità e debolezze. In questo caso, Saint-Denis ha prodotto Bally Bagayoko e lo ha portato alla guida della città. La sua parabola rende così evidente la stretta interdipendenza tra trasformazione sociale, politica e il caos urbano.
Nato nel 1973 a Levallois-Perret da una famiglia di origine maliana e cresciuto dall’età di due anni nelle case popolari di Saint-Denis, Bagayoko ha alle spalle venticinque anni di politica locale. Nel marzo 2026 è stato eletto sindaco al primo turno con il 50,77% dei voti, portando La France insoumise alla guida di una delle città simbolicamente più importanti delle banlieues francesi. La sua comparsa nelle proteste studentesche di questi giorni rende ancora più nitido il rapporto fra leader e collettività. Bagayoko si presenta davanti ai licei mobilitati di Saint-Denis. Poi davanti al liceo Bartholdi gli studenti scandiscono il suo nome. Lui ricambia sostenendo apertamente la protesta. Alle sue spalle un cassonetto brucia.
Davanti al Paul-Éluard alza ulteriormente il tono. In determinate circostanze, afferma, «la violenza può essere legittima». Parole abbastanza pesanti da spingere il prefetto di polizia Patrice Faure a trasmettere alla procura di Bobigny una segnalazione per «provocazione a commettere un reato». La sua biografia offre quasi un caso di scuola. Francia per nascita, passaporto e carriera politica. Mali per origine familiare. Islam per fede. Tre piani che obbligano a distinguere cittadinanza, integrazione e assimilazione. Il passaporto certifica il primo. Molto meno racconta degli altri due.
Ne abbiamo già scritto. Repetita iuvant. L’integrazione consente di entrare nella società, rispettarne le leggi, lavorare. L’assimilazione scende più in profondità. Tocca lingua, memoria, riferimenti culturali, lealtà simboliche, percezione del noi. Soprattutto investe ciò che una generazione consegna alla successiva. Il passaporto attribuisce una cittadinanza. Il sentimento di appartenenza richiede molto più tempo.
Ma la Francia conosceva bene il processo assimilatorio. Italiani, polacchi, spagnoli, portoghesi: popolazioni diverse, spesso accolte con ostilità, ma inserite in una matrice europea e in larga parte cristiana, furono progressivamente assorbite nella società francese. Gli italiani furono bersaglio di discriminazioni e violenze collettive: dalle Vêpres marseillaises del 1881 al massacro di Aigues-Mortes del 1893, dove furono uccisi almeno nove lavoratori italiani e decine rimasero feriti. La violenza accompagnò in alcuni passaggi la pratica assimilatoria. Gérard Noiriel – storico francese specialista dell’immigrazione e della costruzione dello Stato-nazione – individua un rapporto tra questi fenomeni: quanto più intensi erano stati i conflitti e le violenze, tanto più questi finivano per accelerare la cancellazione delle differenze. La distanza esisteva, ma si apriva all’interno di uno spazio europeo segnato da riferimenti religiosi, familiari e sociali in larga parte comuni.
Poi arrivano le immigrazioni dal Maghreb, dal Sahel, dalla Turchia. La distanza cresce: religione, memoria, strutture familiari, rapporto fra individuo e comunità. La Francia smette di assimilare, anche perché quest’ultima perde legittimità a causa quel disamore dell’Occidente verso sé stesso, già spinto fino al rifiuto della propria forma e alla lettura della propria storia anzitutto come colpa, indebolisce anche la volontà di trasmettere il proprio canone a chi arriva. Saint-Denis è uno dei laboratori di questa trasformazione. Decenni di immigrazione cambiano prima la società, poi la politica. Le comunità si sedimentano, costruiscono reti, producono militanti, amministratori, rappresentanti. Infine, classe dirigente.
Le proteste delle ultime settimane mostrano con quale velocità una frattura locale possa cambiare scala. Il 1° ottobre erano coinvolti 1.027 licei, più di un quarto degli istituti francesi, con 222 blocchi. Dall’inizio della settimana le forze dell’ordine hanno effettuato oltre 5.000 fermi. Parigi richiama CRS e gendarmi mobili. Il problema è chiaramente questione di ordine pubblico. A Nantes brucia parte del liceo Nelson-Mandela. A Trappes i mortai provocano un principio d’incendio nell’atrio dell’Henri-Matisse. A Marsiglia un mezzo dei marins-pompiers viene assaltato e incendiato mentre interviene davanti al Saint-Exupéry. Tiri di mortaio, incendi, aggressioni e scontri investono l’Île-de-France e città sparse lungo il paese; in diversi centri i trasporti vengono sospesi per contenere i disordini. Francia intera, ormai. Il governo parla di bascule vers les violencesurbaines e mobilita reparti specializzati per il «rétablissement de l’ordre républicain». Guerra civile in forma diffusa. Il conflitto penetra dentro la politica. Una parte della società identifica nell’autorità pubblica un avversario; lo Stato impiega uomini, mezzi e capacità coercitiva per riprendere il controllo del proprio territorio. La forza destinata alla proiezione viene consumata da dentro.
Per questo l’ordine interno è materia strategica. Prima della proiezione internazionale, della crescita economica, perfino della potenza militare, viene la capacità di una popolazione di riconoscersi dentro una stessa comunità politica. Uno Stato attraversato da fratture permanenti dissipa energia per governare sé stesso e finisce per vivere in una condizione di entropia interna permanente.Francia avvertita. Italia pure. Ed eccoci a casa nostra. Da anni una certa burocrazia affronta la demografia come fosse un’equazione da risolvere. Calano le nascite, si aumentano gli ingressi. Mancano lavoratori, si allargano i flussi. Numeri da compensare con altri numeri, fino a far tornare il risultato in fondo alla pagina. Problema risolto. Almeno sulla carta. Peccato che gli esseri umani abbiano il vizio di sfuggire all’aritmetica. Ogni società che accoglie popolazioni provenienti dall’esterno deve possedere la capacità di assorbirne progressivamente i discendenti dentro un’appartenenza comune. Quando questa capacità si indebolisce, l’integrazione si riduce alla convivenza sullo stesso territorio di comunità che continuano a conservare riferimenti culturali, religiosi e identitari distinti. Materiale che, accumulandosi, può diventare esplosivo.
Per lo Stivale, l’Esagono dovrebbe insegnare a vedere oggi ciò che potrebbe diventare evidente domani. Qualche riflesso è già arrivato. A Vicenza, circa un migliaio di giovanissimi richiamati attraverso TikTok si riversa a Campo Marzo. Il raduno degenera, mentre emerge anche un processo di emulazione osmotica. Immagini, linguaggi, gesti e forme della rivolta attraversano il confine, vengono assorbiti, imitati, adattati al contesto particolare. I social fanno da membrana porosa: ciò che esplode oggi in una periferia francese può diventare domani riferimento per un altro scenario europeo.
Quando gli scontri si ripetono contemporaneamente da una parte all’altra del paese, il morbo è già in fase acuta. La violenza arriva per ultima. Porta in superficie ciò che per anni era rimasto sotto il tappeto, perché guardarlo in faccia avrebbe imposto domande troppo scomode. La sottomissione avanza per piccole rinunce, finché ci si riscopre stranieri in casa propria. Per evitare il baratro basterebbe recuperare il buon senso, anzitutto. Poi liberarsi dal senso di colpa che accompagna perfino l’istinto di conservazione. Prima che la realtà bussi alla porta e ci trovi impreparati davanti alle conseguenze di ciò che, proprio noi stessi, abbiamo lasciato accadesse.