OGGETTO: Prospettive di coabitazione
DATA: 19 Giugno 2024
SEZIONE: Politica
AREA: Europa
Il disastroso risultato di Emmanuel Macron alle Europee ha provocato lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale francese e il conseguente ritorno alle urne. Si preannuncia così un periodo di coabitazione, storicamente occasione per logorare molto più gli uomini e le donne di governo che non la Presidenza della Repubblica. Chi avrà da perdere nei prossimi mesi, dunque, sarà Marine Le Pen, la quale dovrà giocarsi con intelligenza le proprie carte.
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La decisione di Emmanuel Macron di sciogliere l’assemblea nazionale, dopo la sconfitta del suo movimento Renaissance alle elezioni europee, riapre l’eterno dibattito sui peculiari equilibri istituzionali che governano la vita politica in Francia. La prospettiva di una nuova coabitazione, a lungo scongiurata con la riduzione del mandato presidenziale da 7 a 5 anni, torna così al centro delle cronache e si arricchisce di elementi inediti, in un’epoca di crescente polarizzazione e conflittualità. Qualora le elezioni legislative del 30 giugno consegnassero al Rassemblement National o alla gauche unie una maggioranza stabile, sarebbe naturale aspettarsi l’ascesa di un primo ministro di estrazione opposta a quella dell’Eliseo. Questa ipotesi, finora di tipo scolastico, rischierebbe di avverarsi se la scommessa di Macron sul doppio turno elettorale si rivelasse errata e il fronte repubblicano meno coeso che in passato.

Se per alcuni osservatori il contesto politico frammentario ha trasformato la scelta di Macron in un azzardo, altri in modo forse più lungimirante hanno interpretato la mossa come un segno di grande lucidità. Sfruttando la primazia dell’Eliseo, il Presidente pone l’opposizione dinanzi ad una scelta che va al di là dei risultati di una mera contesa elettorale. Qualunque sia l’esito delle legislative, Macron rimarrà in sella per altri tre anni mentre il nuovo inquilino di Matignon, ammesso che possa contare su una maggioranza coesa, sarà costretto a misurarsi con la più difficile delle sfide: quella di governo. Nella storia politica francese, la dialettica tra richieste inevase e promesse non mantenute ha sempre fatto pendere l’ago della bilancia a favore dell’Eliseo, che ha tratto vantaggio dalle difficoltà dell’opposizione e in prospettiva ha riacquistato il consenso perduto, trionfando alle elezioni presidenziali.

In previsione, si può dire che la coabitazione rappresenti un rischio più per il Rassemblement National che per l’attuale maggioranza ed è chiaro il motivo che spinge Marine Le Pen a farsi da parte, evitando il ruolo da Primo Ministro, che storicamente ha regalato tante grane e poche soddisfazioni agli inquilini di Matignon. Se è vero, infatti, che gli equilibri tra il Presidente e il suo epigono si ribaltano all’esito sfavorevole delle legislative, la natura jupiteriana dei poteri dell’Eliseo permetterebbe a Macron di districarsi dall’agenda politica di tutti i giorni, lasciando la responsabilità dell’attività di governo all’opposizione ricalcitrante. Ciò consentirebbe al Presidente di concentrare le sue energie sui grandi temi di politica estera e di difesa, dove si gioca il futuro dell’Unione Europea, conservando allo stesso tempo un ruolo di sorveglianza senza eguali sull’azione del Primo Ministro, come garante dell’unità nazionale e degli obblighi internazionali. Così, qualora il Rassemblement National dovesse trionfare, conquistando la maggioranza, sarebbe molto difficile per Jordan Bardella ottenere l’approvazione di misure ad alto impatto sui conti pubblici, come l’abolizione della riforma delle pensioni. Più facile che si assista ad una mutazione genetica della destra, sul solco di quanto accaduto con Fratelli d’Italia, che porterà gli ex frontisti ad abbracciare politiche fiscali più prudenti, costringendo Marine Le Pen a disattendere le promesse più roboanti e a ricercare il consenso su un terreno più ideologico e identitario.

Paralizzare o rendere complicata l’azione del Primo Ministro, esercitando allo stesso tempo un inedito ruolo di capo dell’opposizione è sempre stata la cifra stilistica dell’Eliseo in caso di coabitazione. La dialettica tra i due ruoli nasce dalla Costituzione della Quinta Repubblica ed è il frutto del noto compromesso tra il promotore del semipresidenzialismo alla francese, il generale Charles de Gaulle e il primo inquilino di Matignon, Michel Debré. La riforma del 1958 in apparenza rende il Primo Ministro titolare di ampi poteri, che dall’azione di governo si estendono al controllo delle forze armate e alla difesa nazionale, ma nella prassi il domaine réservé codificato nella Carta fondamentale consegna al Presidente la responsabilità degli affari esteri, nonché di assicurare indipendenza e integrità della nazione.

Il primato dell’Eliseo si manifesta inoltre nel poter chiedere (e ottenere) le dimissioni del Primo Ministro. Nel 1972 Jacques Chaban-Delmas fu costretto ad abbandonare anzitempo Matignon, nonostante una fiducia schiacciante accordata dall’Assemblea Nazionale su richiesta dello stesso Presidente. Anni di divergenze con il Presidente Georges Pompidou, culminate con lo scontro sul programma della nouvelle société, portarono alla sostituzione del Primo Ministro con il più docile Pierre Messmer, un anziano barone del gollismo che concepiva il suo ruolo in un modo più vicino alle sensibilità del Generale. Secondo De Gaulle, infatti, a Matignon risiedeva nulla più che un semplice portavoce del Governo, un primus inter pares tra i ministri, sottoposto in tutto e per tutto alla responsabilità dell’Eliseo.

Due anni dopo, con l’elezione di Valery Giscard d’Estaing e la sconfitta di Delmas, la diarchia si ripeté in presenza di un’Assemblea Nazionale a trazione gollista. Anche in questo caso la presidenzializzazione dell’Eliseo finì per schiacciare i tentativi del Primo Ministro Jaques Chirac di dare un connotato politico al proprio breve mandato. Giscard rifiutò persino l’idea che la guida della maggioranza parlamentare risiedesse a Matignon e arrivò ad arrogare a sé importantissime competenze di carattere gestionale, in un momento in cui la congiuntura economica mostrava i primi segni di cedimento. Il “monarca repubblicano” si impose così sul “potente subordinato” che si trasformò in un comprimario destinato a subire lo strapotere dell’Eliseo, che Giscard legittimava anche in base all’elezione diretta del Presidente. Le dimissioni del Primo Ministro divennero inevitabili e a succedergli fu il ben più accondiscendente Raymond Barre.

Roma, Aprile 2024. XVII Martedì di Dissipatio

La prima vera coabitazione, avvenuta nel 1986, vide opporsi per un biennio il Presidente François Mitterrand e un redivivo Jacques Chirac, che da Sindaco di Parigi aveva legato la sua seconda ascesa a Matignon con la vittoria alle elezioni legislative. Nonostante l’indubbio trionfo dei gollisti, l’Eliseo dimostrò di non voler concedere nulla al Primo Ministro. Sfruttando i poteri presidenziali, Mitterrand si oppose alle ordinanze governative presentate da Chirac per la privatizzazione delle imprese pubbliche. Nonostante il consenso accordato dall’Assemblea Nazionale il Presidente costrinse l’inquilino di Matignon ad una umiliante trafila parlamentare, temperata dal ricorso all’articolo 49.3 della Costituzione, con cui il Governo pone la questione di fiducia su un testo di legge per consentirne l’immediata approvazione. La lunga diatriba fu deleteria per Chirac. Logorato da due anni di schermaglie con Mitterrand, venne sconfitto dal leader socialista alle elezioni del 1988.

Memore della lezione, Chirac lasciò che fosse il suo compagno di partito Édouard Balladur ad approdare a Matignon, quando i gollisti trionfarono alle successive legislative. Se è vero che gli ultimi anni di Mitterrand non furono di particolare ostacolo al Primo Ministro per l’attuazione della sua agenda politica liberista, le difficili scelte economiche legate all’adesione ai parametri di Maastricht e una campagna elettorale incessante senza responsabilità di governo per Chirac, che la condusse all’insegna della lotta alla fracture sociale, premiarono quest’ultimo. Nel 1995 finalmente assurse all’Eliseo sconfiggendo il suo rivale interno.

Due anni dopo, sciolta anticipatamente l’assemblea nazionale, fu proprio il leader gollista a scontare una lunga coabitazione con il socialista Lionel Jospin. Nel quinquennio 1997-2002 la dialettica si trasferì sul piano dei diritti sociali, dove l’ormai ridotto spazio fiscale impedì alla sinistra di attuare le grandi riforme promesse agli elettori. Chirac seppe utilizzare con accortezza l’arma delle elezioni anticipate come spada di Damocle e costrinse il Primo Ministro ad una estenuante maratona politica, che frammentò il campo della sinistra impedendo persino a Jospin di competere al ballottaggio delle presidenziali, dove fu superato a sorpresa da Jean Marie Le Pen.

Oggi con il fronte repubblicano spaccato e gli ex frontisti definitivamente sdoganati dall’opinione pubblica, affilare le armi tradizionali potrebbe non bastare per impedire il trionfo della destra. In prospettiva, la responsabilità di governo si afferma come l’unico vaccino in grado di affrancare gli opposti estremismi di Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen dagli impudenti tentativi di riscrivere le regole della finanza pubblica, campo in cui la Francia non brilla affatto. Solo il futuro potrà svelare quanto il consenso accordato da un elettorato così mutevole e disaffezionato potrà reggere nel turbinio delle delusioni di Matignon.

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