OGGETTO: La fine del patto saudita
DATA: 16 Ottobre 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
Da Roosevelt e Ibn Saud sull’incrociatore Quincy a Trump che nega l’intervento contro gli Houthi: ottant’anni di alleanza strategica si sono trasformati in semplici accordi di natura economica. Le armi arrivano, la protezione no. Bin Salman ha capito il messaggio e ha già firmato un patto di difesa con Turchia e Pakistan. Il Medio Oriente si sta riorganizzando senza aspettare Washington.
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Novembre 2025. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump riceve nello Studio Ovale il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e gli offre una spettacolare riabilitazione internazionale dopo il brutale omicidio di Jamal Khashoggi. Definisce l’Arabia Saudita “un alleato importante non membro della NATO” e si impegna a garantire a Riyad i caccia F-35, una cooperazione rafforzata nel nucleare civile e l’accesso alla migliore tecnologia americana di intelligenza artificiale. In cambio, bin Salman promette di innalzare gli investimenti sauditi negli USA da 600 a 1.000 miliardi di dollari. Non è un dettaglio secondario che dal 2021 il fondo sovrano saudita abbia investito 2 miliardi in Affinity Partners, la società di Jared Kushner, genero del presidente. È uno dei momenti più alti delle relazioni fra Washington e Riyad e fra il clan Trump e la famiglia reale Saud, a pochi mesi dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele al programma nucleare iraniano del giugno 2025. Sullo sfondo torna la prospettiva di estendere all’Arabia Saudita gli Accordi di Abramo.

Quasi un anno dopo, la situazione è cambiata radicalmente. La guerra in Iran sta ridisegnando gli equilibri di potenza e l’architettura di sicurezza del Medio Oriente, e mette alla prova il rapporto fra Washington e Riyad. Il punto più basso è arrivato nelle ultime settimane. Secondo la stampa americana, bin Salman avrebbe ricevuto da Trump ripetuti e netti rifiuti alla richiesta di un intervento militare contro gli Houthi. La richiesta si è fatta più pressante quando le milizie sciite yemenite hanno conquistato Mokha, città decisiva per il controllo dello Stretto di Bab el-Mandeb e quindi per le rotte di esportazione del greggio saudita. Dietro gli Houthi c’è il sostegno logistico e militare dell’Iran, eppure Trump ha detto no. In parte per ragioni interne: la rivolta della base MAGA contro la guerra e i midterm ormai vicini pesano certamente. Ma la politica interna spiega solo una parte del rifiuto, che va inquadrato in un contesto molto più ampio.

I segnali negativi si moltiplicano da mesi. Le tensioni sono esplose a maggio 2026, quando Riyad ha negato agli americani le proprie basi per Project Freedom, l’operazione per riaprire lo Stretto di Hormuz. La Casa Bianca ha risposto minacciando di ritardare la consegna degli intercettori di cui i sauditi avevano bisogno contro missili e droni iraniani. A luglio è stato firmato un accordo trentennale sul nucleare civile, che potrebbe aprire la strada a un futuro impianto di arricchimento dell’uranio in territorio saudita. Subito dopo, però, Trump ne ha subordinato di nuovo pubblicamente l’approvazione all’adesione di Riyad agli Accordi di Abramo. A settembre Washington ha comunque approvato la vendita di 48 F-35 per oltre 24 miliardi di dollari. Eppure, quando gli Houthi hanno colpito l’aeroporto di Riyad, la risposta americana ha fatto capire che i sauditi devono arrangiarsi da soli, senza aspettarsi la protezione americana.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Qui sta il punto decisivo. Le armi arrivano, la protezione militare no, o è ormai profondamente condizionata. Nel 1945, sull’incrociatore Quincy, Roosevelt e Ibn Saud avevano stretto un patto semplice: petrolio in cambio di sicurezza. Con Trump quel patto è retrocesso a contratto commerciale. Riyad ha pagato più di quanto abbia mai pagato: mille miliardi promessi, ordini militari record, affari con la famiglia del presidente. Ha scoperto però che a Washington quei soldi oggi comprano merce, non garanzie politiche e militari inscalfibili.

Alcune ricostruzioni vanno oltre. L’analista Richard Medhurst sostiene che la guerra all’Iran non sia un errore o un fallimento ma vada invece inquadrata in un disegno americano energetico su scala globale, che culmina con il disimpegno di Washington dal Medio Oriente e quindi con la marginalizzazione dei sauditi. Gli Stati Uniti sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas e il primo esportatore di GNL, e per questo gli shock sui prezzi non li spaventano più: se Europa e Asia pagano di più, loro ci guadagnano. In questa lettura Washington avrebbe tolto di mezzo i rivali uno alla volta. Prima il gas russo, fuori dall’Europa tra sanzioni e distruzione del Nord Stream 2. Poi il GNL del Qatar, bloccato dagli attacchi a Ras Laffan. Poi il petrolio venezuelano, passato sotto controllo americano, mentre le forniture russe e iraniane alla Cina venivano colpite. Insieme, le forniture russe, iraniane e venezuelane coprono circa un terzo del greggio importato da Pechino. Il risultato sarebbe un “petrogas-dollaro”, ancorato alla produzione energetica americana e non più al Golfo, con un’intera filiera spostata nell’emisfero occidentale, lontana dalle crisi mediorientali.

È una tesi di parte e militante che presuppone una regia che nessuno ha finora dimostrato. Ha però il pregio di porre la domanda giusta: perché l’America, un paese che vende energia a prezzi di guerra, dovrebbe combattere a Bab el-Mandeb? Riyad se l’è posta da tempo, e si sta coprendo.

Lo mostra il patto di difesa reciproca firmato alla Mecca il 7 agosto fra Turchia, Pakistan e Arabia Saudita, le tre grandi potenze militari sunnite. Per ora l’intesa esiste soprattutto sulla carta, ma pesa come segnale politico di tendenza. Non sostituisce l’ombrello americano: è improbabile che Ankara e Islamabad facciano guerra all’Iran per conto dei sauditi. È una polizza in più, il segno che bin Salman non vuole più dipendere da un solo garante. Ma segnala un Medio Oriente che si sta riorganizzando in prospettiva ad una fuoriuscita definitiva di Washington dalla regione. Parlare di divorzio tra Washington e Riyad sarebbe comunque prematuro. Gli Stati Uniti restano tuttora il principale fornitore di armi del regno, e molto dipenderà dal voto di midterm del 3 novembre. Ma la lezione per il Golfo è già chiara: con questa America la sicurezza non si compra una volta per tutte. Si rinegozia di volta in volta. Le vecchie alleanze sono diventate fluide e nuovi equilibri sono in costruzione. 

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