Spyware da Kiev a Tel Aviv

Attorno ai software di spionaggio si combatte una guerra invisibile fra l'Amministrazione Usa, l'Intelligence israeliana, le lobby ebraiche e le compagnie produttrici.
Attorno ai software di spionaggio si combatte una guerra invisibile fra l'Amministrazione Usa, l'Intelligence israeliana, le lobby ebraiche e le compagnie produttrici.

Sistemi di messaggistica intercontinentale per “addetti ai lavori” non sempre si concretizzano in bizzarri apparecchi di decrittazione quantistica, bensì, spesso, in caratteri d’inchiostro su carta di giornale o nel loro corrispettivo digitale. Come ben noto ai lettori, il New York Times è una di queste piattaforme e si dà il caso si presti a ospitare nelle due dimensioni delle sue pagine colonne di editoriali, lettere e articoli di fondo basati su veline e soffiate di gole profonde appartenenti a questo o quell’apparato di sicurezza, orientati a destinatari residenti in altre stanze dei bottoni, di altre Nazioni più o meno amichevoli, oppure anche in direzione opposta ovvero dall’esterno verso l’interno, come infatti è accaduto in queste distratte settimane di festa. Un nervoso e sottotraccia botta e risposta tra l’amministrazione statunitense, l’intelligence militare israeliana e la lobby ebraica moderata d’America. Il tutto a partire dalla rivelazione di un documento che prova la trattativa fallita tra l’intelligence ucraina e la compagnia di cyber security Intellexa per la compravendita dello spyware Predator. La vicenda interseca il watergate greco oltre al controverso rapporto tra Israele e Stati Uniti circa la vendita di software di sorveglianza da parte di Tel Aviv a Stati «non rispettosi dei diritti umani» ed il ruolo di “CEO-Corsari” solo formalmente indipendenti da Israele, ma afferenti a precise correnti politiche interne agli apparati.

Uno di questi personaggi è Tal Dilian – ex generale dell’intelligence militare israeliana – CEO e fondatore di Intellexa, compagnia di cyber sicurezza con sede ad Atene coinvolta nell’affare del cosiddetto watergate greco. La carriera di Dilian al di fuori dell’intelligence militare israeliana iniziò nel 2008, quando si trovò a fondare Circles a Cipro, compagnia – che adottava la tecnologia di spionaggio perfezionata da Israele nota come Signaling System 7 – che poi avrebbe venduto per creare altri marchi produttori di sistemi di sorveglianza. Dilian stesso si è “vantato” nel corso degli anni di aver “assunto” (o forse sarebbe meglio dire “reclutato”) i migliori hacker, esperti in spyware, veterani di unità di cyber intelligence dei servizi di informazione militare israeliani – di cui tra l’altro egli stesso fece parte sino alle sue forzate dimissioni nel 2003. In quel caso pare fossero emersi sospetti circa una sua gestione opaca di alcuni fondi, stando a quanto rivelato al Times (8 dicembre) in riferimento a dichiarazioni di fonti anonime. Dopo la vendita di Circles, nel 2019 ha rilasciato un’intervista a Forbes a bordo di un furgoncino da nove milioni di dollari, nel mezzo della città di Larnaca, dove ha mostrato ai giornalisti di poter hackerare il telefono di chiunque nel raggio di un chilometro quadrato. Alla domanda retorica sulla violazione dei diritti umani e della privacy la sua risposta è stata: 

«We work with the good guys… and sometimes the good guys don’t behave».

Poco tempo dopo le autorità di Cipro avrebbero ordinato il suo arresto attraverso l’Interpol con l’accusa di sorveglianza illegale. Dopo aver pagato un’indennità da un milione di dollari Dilian si è trasferito ad Atene dove nel 2020 ha fondato Intellexa. I suoi uffici nella capitale ellenica sono stati messi sottosopra dall’incursione della polizia il 13 dicembre, a seguito di una rivelazione pubblicata sul quotidiano greco Kathimerini, ovvero della messa sotto sorveglianza da parte del governo Mitsotakis – via Predator, il software prodotto da Intellexa – di dozzine di persone tra politici dell’opposizione e giornalisti. In seguito allo scandalo ateniese, il governo greco ha approvato un disegno di legge per disciplinare la materia della sorveglianza mediante l’ausilio di spyware, al fine di ricondurre la materia sotto la sfera di competenza esclusiva dello Stato. Occorre qui aprire una breve parentesi sulle modalità con cui spyware di “manifattura” israeliana (Pegasus) siano stati distribuiti da organizzazioni statali in tutta l’Unione Europea per spiare politici e giornalisti praticamente senza alcuna supervisione a livello comunitario. Secondo quanto riportato da una bozza di rapporto (dell’8 novembre) per il parlamento europeo a cura di Sophie In ‘t Veld, si afferma che «tutti gli Stati membri dell’UE avrebbero acquistato uno o più spyware commerciali». Pegasus, sviluppato da NSO Group, con sede in Israele, è uno di questi.

«Non esiste alcuna significativa supervisione europea; non per frenare l’uso illegale di potenti spyware contro individui, né per monitorare il commercio di questi beni digitali»

Così ha affermato in una nota la deputata autrice del rapporto. Il documento è stato pubblicato dopo una missione conoscitiva in Grecia del Parlamento Ue all’inizio di novembre, dove il governo in carica aveva già in programma la legge di cui sopra per vietare l’uso di spyware da parte di società private. Secondo il rapporto in questione Cipro e Bulgaria avrebbero svolto il ruolo di centro d’esportazione per lo spyware, l’Irlanda avrebbe offerto accordi fiscali favorevoli “a un grande fornitore” e il Lussemburgo l’hub bancario principale per molti attori dell’industria. La capitale ceca Praga ospita per altro l’annuale fiera europea dell’industria dello spyware, l’ISS World Wiretappers Ball. Il rapporto cita oltre al caso di spionaggio su Nikos Androulakis (presidente del partito socialista di opposizione greco Pasok) quello del senatore polacco Krzysztof Brejza, che è stato leader della campagna del partito di opposizione Piattaforma Civica. 

Dopo la vicenda europea dello spyware Pegasus, NSO è stata inserita nella lista nera dagli Stati Uniti nonostante Washington stessa si sia servita di spyware di diverse aziende israeliane per hackerare telefoni cellulari di trafficanti afferenti al cartello messicano. La DEA ha implementato uno strumento chiamato Graphite, realizzato dall’israeliana Paragon. L’anno scorso, Forbes ha rivelato che la società è stata co-fondata e diretta da Ehud Schneorson, l’ex comandante dell’Unità 8200 della direzione dell’intelligence delle Forze armate d’Israele (IDF), e l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak. All’epoca, un alto dirigente di Paragon disse ai giornalisti di Forbes che la società non aveva sino a quel momento ancora clienti, ma che avrebbe venduto solo a Paesi rispettosi delle norme internazionali e dei diritti umani. La società in questione è per altro anche sostenuta dall’azienda americana di capitale di rischio Battery Ventures. Il Times ha inoltre scoperto che la CIA aveva acquistato il Pegasus di NSO per il governo di Djibuti sotto l’amministrazione Trump e che l’FBI aveva in progetto di utilizzarlo, salvo poi mettere da parte il disegno. L’anno scorso, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha inserito NSO e un’altra azienda israeliana chiamata Candiru in lista nera, vietando alle aziende americane di fare affari con loro. La Casa Bianca avvertì che avrebbe combattuto «l’uso illegittimo della tecnologia, inclusi spyware commerciali e tecnologie di sorveglianza» in antagonismo al cosiddetto «autoritarismo digitale». Questa contorta vicenda è addirittura arrivata a toccare l’Ucraina un anno prima dell’invasione russa. L’8 dicembre scorso sul New York Times è uscito un articolo in cui è riportato il punto di vista di Amir Eshel, il responsabile in Israele per il rilascio di licenze d’esportazione di spyware. In questo pezzo Eshel spiega come Intellexa abbia colmato il vuoto lasciato da NSO dopo il veto Usa. L’Ucraina aveva precedentemente tentato di acquisire Pegasus, ma il governo israeliano aveva impedito alla ditta la vendita del software, preoccupato di danneggiare le relazioni tra Tel Aviv e Mosca. A quel punto entra in gioco Intellexa. 

Il Times ha ottenuto una copia di un documento di nove pagine prodotto dalla compagnia di Dilian per un’agenzia di intelligence ucraina. Questa è la prima proposta di vendita completa di spyware commerciale ad essere resa pubblica. Il documento, datato febbraio 2021, elogia le capacità dello spyware, offrendo anche una linea di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette. 13,6 milioni di euro il primo anno per un pacchetto base di venti infezioni simultanee ed una soluzione per quattrocento hack di numeri nazionali, nonché un servizio di formazione e un centro assistenza perennemente attivo. Se l’Ucraina avesse voluto usare Predator su numeri non nazionali, il prezzo sarebbe aumentato di 3,5 milioni. Kiev rifiutò l’offerta, stando a quanto rivelato da una fonte anonima a conoscenza della faccenda. Le ragioni dell’Ucraina circa il rifiuto sono non chiare, ma nonostante questo Amir Eshel, generale dell’intelligence militare israeliana e responsabile delle licenze d’esportazione per gli spyware, ha affermato di avere scarso potere sulle iniziative di Dilian o altri ex agenti dell’intelligence israeliana una volta avviate attività al di fuori di Israele.

«Certamente mi disturba che un veterano della nostra intelligence e unità cyber, che impiega altri ufficiali senior, operi in giro per il mondo senza alcuna supervisione»

Ha così affermato detto Eshel in quello che parrebbe un messaggio diretto verso l’amministrazione americana attraverso l’articolo di fondo in questione. Eshel spiega che le restrizioni commerciali imposte sui marchi di spyware israeliani hanno creato un ingente danno al settore, riducendo il numero di clienti di NSO da centodieci a trentasette, e che Israele sta cercando di comprendere quali siano le “linee rosse” di Washington al riguardo. Bisogna qui tenere conto del fatto che lo Stato profondo israeliano è composto dall’IDF, dalla comunità d’intelligence, dall’Autorità per l’Energia atomica, dal complesso militare-industriale e da altre componenti riservate. Fu la comunità ebraica d’Europa emigrata in Palestina a organizzare una struttura para-statale attraverso la quale fu possibile combattere la prima guerra arabo-israeliana, nel 1948: lo “Yishuv”. Tra le sue propaggini vi erano lo Shai ovvero il servizio d’intelligence (embrionale) che svolgeva il ruolo di ufficio informazioni, da cui deriva l’odierna Intelligence militare. Lo Shin Bet, cioè il servizio di sicurezza generale e l’Haganà, la milizia di autodifesa, dalla quale derivano le Forze di difesa israeliane, ovvero l’IDF (Tsahal). Il Mossad odierno si è creato a partire dall’Ufficio arabo del dipartimento politico dell’Agenzia ebraica e del Mossad le-Aliyah Bet, l’Istituto per l’immigrazione clandestina, che si occupava di condurre in Palestina gli ebrei sfuggiti all’Olocausto in elusione ai controlli della marina britannica e dell’esercito di Londra. 

Oggi la diplomazia sottobanco verso soggetti esterni posta in essere da Israele e dai suoi apparati si manifesta anche nella vendita di armi e raffinati prodotti tecnologici di manifattura israeliana al fine di approfondire le relazioni con quegli Stati che non riconoscono Israele come Nazione o per aprirne delle nuove. Gli agenti operativi in questo caso non operano in divisa, ma nella veste di uomini d’affari e di mediatori, operanti per conto delle diverse industrie belliche oppure in proprio. Spesso per questo motivo la diplomazia di Israele si confonde e si mimetizza in ambienti apparentemente lontani dai tradizionali canali di comunicazione istituzionali. Ad ogni modo i vertici dell’intelligence, come quelli militari, riflettono spesso le tensioni che attraversano la società civile. Proprio a questo proposito, sempre sul Times, il 14 dicembre è uscito un pezzo nel quale si scrive di una lettera firmata da quattrocento comandanti dell’IDF e indirizzata a Netanayahu (che di recente ha stretto un accordo per la sua nuova coalizione con i leader di estrema destra Itamal Ben Gvir e Bezalel Smotrich e che pochissimi giorni fa ha ottenuto la fiducia della Knesset). Alle ultime elezioni in Israele gli ufficiali dell’IDF hanno votato per lo più a destra rispetto ai propri comandanti e proprio per questo motivo quattrocento di quest’ultimi hanno firmato una lettera indirizzata a Bibi, denunciando il pericolo del collasso dell’IDF, simbolo dell’unità dello Stato d’Israele e della sua sicurezza. Gli alti comandi militari e quelli dell’intelligence hanno da sempre espresso la loro opinione di fronte ai vertici politici, ma in genere si sono mostrati sempre rispettosi del principio che debba essere la politica a comandare sull’esercito. A questa denuncia è seguita la risposta del luogotenente generale e capo dello staff militare Aviv Kochavi che in una lettera pubblica ha ribadito il divieto dei militari di esprimere posizioni politiche pubblicamente. Inoltre, verso la fine di quest’edizione del quotidiano americano (14 dicembre), il classico cruciverba in coda era a forma di svastica. L’autore del rompicapo ha commentato che quella forma fosse in realtà solamente una “simpatica spirale”. Coincidenza, probabilmente, ma significativa. A seguire il 18 dicembre un articolo sul pericolo di “geopardizzazione” della democrazia in Israele sotto l’egida di Netanyahu, critiche ben note dall’amministrazione dem verso il “nuovo” leader israeliano. Nell’edizione del 27, invece, tre interessanti lettere da parte del direttore della rivista Jewish Currents, Emanuel Pollak e Jetro Eisenstein, ex membro del board del Jewish Voice for Peace alla redazione del NYT. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dalla posizione moderata della lobby ebraica americana, in queste opinioni molto critiche verso l’editoriale del 18 dicembre, si registra un’inversione di tendenza. Questo non significa che da un momento all’altro la lobby americana sia passata da una posizione di centro-progressista ad una di destra (ovviamente), ma è significativo notare come nelle tre lettere venga criticato l’approccio dell’amministrazione Biden eccessivamente allarmista verso Netanyahu e «irrispettoso del voto della maggioranza dei cittadini israeliani», un altro messaggio diretto da Tel Aviv alla Casa Bianca. Non-ostante ciò gli attacchi da Washington verso Netanyahu non si fermano qui e addirittura Foreign Affairs nel numero di gennaio-febbraio 2023 scrive del fatto che Bibi si sia servito del Pegasus per siglare gli Accordi di Abramo segnalando una probabile connessione con la diplomazia segreta degli spyware di Israele criticata dalla Casa Bianca.

Mettendo in fila gli elementi raccolti sin’ora si può provare a supporre che Biden si trovi in una situazione più scomoda rispetto al passato circa la sua capacità di influenzare un Israele sempre più sfuggevole e pericolosamente imprevedibile specialmente circa le relazioni con l’Iran e con i palestinesi d’Israele. Il fatto che si sia scritto di Dilian sulle colonne del Times è probabilmente un avvertimento-consiglio da parte degli apparati israeliani alla Casa Bianca, suggerendo che non saranno gli argini legali e le varie liste nere per le ditte di cyber security a portare un cambiamento nella strategia diplomatica di Israele. D’altronde si parla dello Stato Ebraico e dei suoi sofisticatissimi e misteriosissimi apparati di sicurezza, non certo di un soggetto geopolitico qualunque.

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