Trentacinque anni fa, il 2 settembre 1991, il popolo armeno del Nagorno-Karabakh proclamava la propria indipendenza in chiave anti-azera. La piccola repubblica è riuscita a sopravvivere fino al 2023 quando un’operazione militare dell’Azerbaijan ha sconvolto l’equilibrio della zona nell’indifferenza generale. Le ragioni sono sfaccettate, ma il dato di maggiore interesse è che il conflitto e il successivo esodo di centomila armeni, con una capitale come Stepanakert totalmente abbandonata, è stato accolto nella sostanziale indifferenza della comunità internazionale. Tale disinteresse spiega il perché non ci fu una narrativa veicolata nell’opinione pubblica nostrana che, infatti, si interessò molto marginalmente al destino dell’Artsakh. Una questione centralissima nel panorama politico contemporaneo, d’altronde, è proprio quella della creazione di una narrativa efficace per veicolare il proprio messaggio. Riuscire a plasmare un racconto coerente e penetrante all’interno di un’opinione pubblica sempre più atomizzata è cruciale, soprattutto in materia di politica estera. Essere incapaci di portare avanti queste operazioni può influire concretamente sulla realtà dei fatti come dimostra la vicenda dell’Artsakh.
Occorre, tuttavia, una premessa storica. Il Nagorno-Karabakh era stato assegnato alla Repubblica socialista dell’Azerbaijan dall’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’20 dopo una serie di piccoli conflitti etnici che avevano caratterizzato una zona particolarmente divisa, soprattutto dal punto di vista religioso. L’ecumenismo sovietico, che non prevedeva una particolare attenzione per le varie nazionalità che componevano l’URSS, aveva permesso una lunga tranquillità nella regione. Gli animi sono rimasti calmi fino alla deflagrazione dell’Unione Sovietica che ha acceso svariati conflitti di tipo etnico-nazionalista, soprattutto nel Caucaso. Si spiega così la guerra del 1992-1994 tra Artsakh e Armenia contro l’Azerbaijan. Lo scontro vide la vittoria dei primi che proclamarono, poco prima del conflitto, l’indipendenza del Nagorno-Karabakh. La capitale Stepanakert non perse tempo a creare forti legami con Erevan e il destino dei due paesi, uno riconosciuto e uno no, sembrava legato a doppio filo. Baku, ovviamente, non ha mai fatto mistero della propria idea di tornare in possesso di quella zona abitata da armeni ma assegnata al proprio territorio in tempo remoto. Si spiegano così le due guerre degli anni ’20.
Nel settembre del 2020 il mondo è distratto dalla pandemia che sembra riaffacciarsi su tutto il globo dopo la difficile primavera. L’Azerbaijan organizza delle esercitazioni congiunte con il sostegno della Turchia e, successivamente, attaccano le linee dell’Artsakh, conquistando varie postazioni armene. Il sostegno di Istanbul, del Pakistan e di Israele risulta decisivo per la positiva riuscita del blitz. Il conflitto del 2020 è significativo anche per il ruolo russo. Mosca, potenza sempre meno interessata a quella porzione di mondo, riuscì a imporre la pace, accettata dall’Azerbaijan. Analizzando quel periodo, si può ben comprendere come Baku avesse interpretato l’accordo come una forzata ma temporanea pausa prima della conquista totale del Nagorno-Karabakh. Nel 2023, infatti, il tema centrale è l’invasione russa dell’Ucraina e le tensioni sempiterne del Medio Oriente. Le forze armate di Ilham Aliyev riescono a portare a termine un’azione lampo distruggendo le residue difese dell’Artsakh e costringendo le autorità della piccola Repubblica autoproclamata ad accettare una pace dispendiosa che prevedeva la fine della sua esistenza. Le immagini di quel momento non sono così note ma lo svuotamento totale della capitale Stepanakert e l’esodo di 100mila armeni, praticamente la totalità degli abitanti della zona, sono un momento molto duro per la piccola repubblica caucasica. Tra chiese distrutte e progetti opachi, l’Azerbaijan è riuscito a centrare l’obiettivo sfuggito all’inizio degli anni ’90. Nemmeno in questo caso sono da segnalare reazioni particolarmente veementi da parte della comunità internazionale.
Aliyev, capo assoluto dell’Azerbaijan dal 2003, quando vinse un’elezione contestata dai partiti avversari, è ricevuto sempre con tutti gli onori da parte delle autorità europee. Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione Europea, ha visitato Baku all’inizio di luglio ed è stata accolta con grande simpatia, ricambiata, da Aliyev. Von der Leyen si è congratulata con l’Azerbaijan, e il suo presidente in particolare, per il processo di pace iniziato con l’Armenia. Un cammino iniziato grazie alla distruzione dell’Artsakh tramite una doppia operazione militare e all’esodo di 100mila persone, particolari evidentemente non noti alla presidente della Commissione europea. L’UE deve chiudere un occhio sulla questione a causa dei profondi rapporti energetici tra Baku e gli Stati membri. Von der Leyen, in aggiunta, ha annunciato nuovi investimenti così da ampliare ulteriormente i già radicati interessi economici bilaterali.

A tutto ciò si aggiunge una situazione geopolitica che richiede un particolare approfondimento. In primis, occorre evidenziare il cambiamento del ruolo di Mosca. La Russia, ereditando parzialmente oneri e onori dell’Unione Sovietica, ha sostanzialmente vegliato sullo status quo tra Armenia e Azerbaijan dal conflitto del 1994 al blitz del 2020. La Russia, tuttavia, si è progressivamente ritirata a causa di una maggiore influenza occidentale sulle due Nazioni caucasiche, avvantaggiata da una parte dal primo ministro di Erevan Nikol Pashinyan e dall’altra dagli enormi interessi economici di Baku, e della distrazione ucraina. Il pantano in cui si sta risolvendo «l’operazione speciale» moscovita non ha aiutato Putin che ha dovuto fare delle scelte, tra cui il parziale disinteressamento nel Caucaso. A questa situazione si somma la catena delle alleanze di Azerbaijan e Armenia, un vero e proprio dedalo. Baku ha due alleati storici: la Turchia e Israele. Il sostegno di Tel Aviv, chiaramente dettato dai sentimenti anti-iraniani, è stato cruciale per la vittoria nelle guerre del 2020 e 2023, soprattutto grazie al sostegno tecnologico e militare. L’utilizzo di droni, così massiccio in Ucraina e nella zona mediorientale, fu decisivo anche nel contesto dell’Artsakh. E i droni erano quasi tutti di fabbricazione israeliana. Non è da sottovalutare, inoltre, la vicinanza di Baku, soprattutto a livello militare ed economico, al Pakistan. Dall’altra parte, l’Armenia ha seguito la strada tracciata dal suo primo ministro Pashynian. Visto il progressivo arretramento della Russia, Erevan ha guardato con maggiore interesse all’Unione Europea e, in special modo, ad alcuni paesi membri: Grecia, Cipro e Francia. Con Atene e Nicosia, l’Armenia ha firmato, nell’agosto del 2021, un «Tripartite Defence Cooperation Program» la cui efficienza non è stata dimostrata nel corso dei conflitti con l’Azerbaijan. Ma l’Armenia ha guardato più lontano. Pashinyan era presente al funerale della Guida suprema iraniana, l’Ayatollah Khamenei, ucciso dai raid israelo-statunitensi. Proprio in occasione di quella visita all’inizio di luglio, infatti, il primo ministro armeno ha annunciato un accordo per sviluppare la collaborazione strategica bilaterale. Un altro alleato inedito, ma lontano, è l’India da cui il piccolo paese caucasico ha comprato sistemi d’artiglieria, piattaforme antidroni, radar e missili. Si può ben comprendere come il rafforzamento dei legami economici e militari con India, Iran e una parte d’Europa sia stato un tentativo di far uscire la politica estera armena dall’«angolo» post-sovietico, oramai post russo. La manovra, tuttavia, è stata in ultima istanza fallimentare e l’internazionalizzazione del problema Artsakh non ha funzionato. Nel momento in cui Erevan aveva bisogno di sostegno concreto, nel corso delle due offensive azere, i nuovi e vecchi alleati non sono riusciti a tenere fede alle aspettative. I partner europei erano e sono imbrigliati da una politica comunitaria elefantiaca ma, al di là di ciò, sono legati a triplo filo a Baku per quanto concerne i rifornimenti energetici. L’India era troppo lontana e il dossier armeno è tutto sommato secondario per Nuova Delhi. L’Iran era forse la più interessata ad avere un’Armenia forte ma al tempo dell’offensiva di Baku, con cui ha dispute territoriali, stava affrontando la pesante disarticolazione dei suoi «proxy» sparsi nel Medio Oriente. Pashinyan, dunque, si è mosso ma senza avere risultati positivi e il suo stesso esecutivo è stato messo duramente alla prova da manifestazioni di piazza che chiedevano un maggiore impegno militare in difesa dell’Artsakh e protestavano contro l’arrendevolezza del governo. Il primo ministro, nonostante ciò, ha parato i colpi ed è riuscito a confermare la sua presa sul paese anche nel corso delle ultime elezioni parlamentari, tenutesi a inizio giugno in un clima teso. Nonostante l’accreditato sfidante Samvel Karapetyan e il conflitto con la millenaria chiesa armena, Pashinyan ha retto, perdendo solo qualche seggio ma ottenendo la maggioranza assoluta.
Il contesto geopolitico intricato ha visto il brusco arrivo sulla scena degli Stati Uniti del presidente Donald Trump, il quale ha promosso la «Rotta di Trump per la pace e la prosperità internazionale». L’obiettivo di questa infrastruttura è quello di rendere la zona caucasica uno snodo logistico cruciale, a livello mondiale, per commercio ed energia. Il tema è strettamente connesso a un altro obiettivo geopolitico storico di Baku: il collegamento con l’exclave di Nakhichevan. Per portare avanti questa pace commerciale, occorre la pace militare ma tra Erevan e Baku ci sono ancora sospetti.
I 35 anni dalla proclamazione dell’Artsakh, dunque, sono stati ricordati a livello europeo solo dall’«Alleanza Europea Libera», l’EFA, che racchiude dentro di sé i partiti nazionalisti, regionalisti e autonomisti del Vecchio Continente. Per il resto, l’anniversario, che poteva essere un momento di riflessioni riguardo ai recenti avvenimenti nel Caucaso, è passato sotto il più assordante dei silenzi. La storia del conflitto armeno-azero è tragica e racchiude dentro di sé piani diversi, etnici, religiosi e di politica internazionale soprattutto. La commistione d’interessi in questo senso fa emergere elementi interessanti: la difficoltà russa nell’avere un ruolo di primo piano in un contesto tradizionalmente di sua competenza, la totale incapacità europea di tutelare i nuovi alleati e lo sconcertante opportunismo di Bruxelles, la rinnovata influenza americana in una zona sensibile e le ambizioni più o meno velate delle potenze regionali. In mezzo, un paese minuscolo come l’Artsakh che ha dovuto subire un precipitoso esodo senza che questa vera e propria tragedia venisse considerata o ricordata.