Le elezioni israeliane, seguite con enorme attenzione da una comunità internazionale scossa dagli eventi degli ultimi tre anni in Medio Oriente, hanno provocato più domande che risposte. Le certezze emerse dalle urne sono sostanzialmente tre: Benjamin Netanyahu ha perso i seggi ma ha retto e, pur non avendo più la maggioranza della Knesset, ha dimostrato che gode ancora di grande stima in una vasta area della popolazione israeliana. Ciò nonostante, sia, di fatto, corresponsabile principale di un genocidio e abbia condotto una campagna elettorale quasi disperata, soprattutto nella sua parte finale, e dai toni apocalittici con tanto di esplosioni nucleari su Tel Aviv generate con l’intelligenza artificiale. Il nuovo attacco contro l’Iran, paventato a pochi giorni dal voto ma fortunatamente evitato grazie a un insieme di pressioni eterogenee, è stata una mossa elettorale alquanto assurda. Il secondo dato di fatto, evidenziato in ogni modo e da ogni analista, è l’exploit dei partiti arabi, trainati dall’alta affluenza e dalla rabbia della propria comunità di riferimento per gli anni di vessazioni da parte del governo di destra e, in particolare, della coppia Smotrich-Ben Gvir ma gravati da una sorta di conventio ad excludendum che mette d’accordo Bibi e il suo avversario Eisenkot. Conventio ad excludendum da valutare a livello di tenuta ma l’impressione è che non potrà essere facilmente scalfita sancendo il fatto che Israele sia una democrazia etnica.
La terza e ultima certezza è che la composizione del governo sarà tortuosa e complessa. L’insuccesso e nuove elezioni sono dietro l’angolo anche se il presidente Herzog ha chiesto di evitare a tutti i costi una tornata elettorale a stretto giro. La prospettiva è un governo di minoranza o una grosse koalitio»? La composizione non sarà sicuramente facile e ci saranno diverse settimane di stallo qualora non si riuscisse a pervenire a un accordo di un qualche tipo. L’incertezza favorisce Netanyahu che, nel frattempo, terrà la poltrona di primo ministro e conferma la sua essenza da animale politico, in grado di mobilitare i suoi sostenitori con un grado di efficienza raro per una figura di governo così longeva. Da evidenziare come, almeno a livello di lettura fuori da Israele, i consueti temi da campagna elettorale siano stati sostanzialmente ignorati. Netanyahu stesso non ha calcato particolarmente la mano su una congiunzione economica positiva, trainata dai settori tecnologici di ultima generazione. Altro dettaglio che fa comprendere come Israele si muova, oramai da diverso tempo, fuori da una lettura politica che si può definire tradizionale.
Fin qui è la cronaca. Le elucubrazioni sulla politica interna israeliana hanno un certo grado di interesse ma queste elezioni sono soprattutto fortemente simboliche. Si prospettava, infatti, una sorta di referendum su Netanyahu e sul suo operato, gravato da problemi interni e da una condotta internazionale criminosa. Il presupposto di partenza di questo secondo piano di lettura riguarda proprio il più longevo primo ministro della storia israeliana. Bibi ha quasi vinto le elezioni ma ha fatto perdere la credibilità di Israele. Fino ad alcuni anni fa, Tel Aviv godeva di un diffuso appoggio nelle opinioni pubbliche di mezzo mondo e gli accordi di Abramo, orchestrati dalla diplomazia trumpiana, sembravano essere un ulteriore passo verso la normalizzazione delle relazioni estere di Israele. Da quel momento, in realtà, la strada imboccata è stata quella dell’autodistruzione. La reazione al 7 ottobre e all’attacco di Hamas è stata sproporzionata e ha scosso dal torpore un Occidente abituato a non dare troppo peso alle cicliche tensioni mediorientali. Le piazze per la Palestina diffuse in Europa, Stati Uniti e Nordafrica sono un dato politico pesante, piaccia o meno alle istituzioni e ai governo che, invece, sono rimasti piuttosto indifferenti a questo storico scostamento di sentimenti. E il simbolismo della conferma azzoppata di Netanyahu influisce pesantemente su opinioni pubbliche sempre più distanti dalle posizioni israeliane.
C’è poi un terzo piano di lettura, ancora più complesso: come si inserisce questa simil vittoria nel panorama internazionale in generale e in quello mediorientale nel particolare? Lasciando da parte le smanie di protagonismo di Donald Trump, il quale si è intestato la rimonta dell’alleato Netanyahu in attesa delle decisive elezioni di midterm, la prospettiva più decisiva riguarda la guerra con l’Iran. Nei confronti di Teheran, Tel Aviv ha raggiunto un grado di superiorità militare impensabile solo cinque anni fa. Le forze armate israeliane hanno ucciso l’Ayatollah, disarticolato i vertici del regime e messo a durissima prova le infrastrutture militari della repubblica islamica. Senza dimenticare che i proxy iraniani in Medio Oriente sono stati stressati oltremisura, riducendone notevolmente le capacità di azione. L’Iran, tuttavia, ha dimostrato di poter resistere, e già questa è una piccola vittoria iraniana e sconfitta israelo-statunitense, e di avere la capacità di sostituire i propri vertici con una certa efficienza. L’obiettivo di Washington e Tel Aviv era quello di favorire un cambio di regime ma la farsesca sollevazione delle milizie curde, preparata con tanto di servizi di giornale, era un suicidio che è stato fortunatamente abortito. Ma rimane il fatto che Teheran sia il conclamato nemico e un Netanyahu ancora in sella non può che significare un rinnovato attivismo contro l’Iran. Israele, tuttavia, ha esteso a dismisura i suoi campi d’azione. In Libano l’IDF continua a spadroneggiare, nonostante Hezbollah abbia retto più di quanto fosse pronosticabile pur essendosi infilato in una guerra troppo grande per questo soggetto.

Nel paese dei cedri la situazione è particolarmente instabile e non sembra poterci essere una reale discontinuità con quanto è accaduto finora anche qualora Eisenkot riuscisse a spodestare Netanyahu. Beirut è presa in mezzo e la ricostruzione di una vera e propria statualità libanese dovrebbe passare attraverso un’intesa IsraeleLibano-Hezbollah-Iran, quattro soggetti al momento incapaci di utilizzare la diplomazia per motivi diversi. Israele ha l’obiettivo di distruggere il partito di Dio ed è avvantaggiato da un Libano nel caos, Hezbollah sente di dover combattere per la propria sopravvivenza come soggetto politicomilitare, l’Iran percepisce che qualsiasi cedimento nei confronti di Israele potrebbe risultare fatale mentre il Libano è troppo debole e senza appoggi per riuscire a partecipare a un processo di pace che dia davvero un futuro a questo sventurato paese. Il nuovo governo Netanyahu darebbe sicuramente continuità all’azione in Libano. Un altro fronte aperto dalla furia bellica israeliana è quello in Siria dove Tel Aviv ha esteso una sorta di peculiare protettorato sulla zona drusa attorno ad al-Suwayda, profondo sud del paese. Il nuovo padrone di Damasco al Jolaani ha finora mantenuta una posizione da vero e proprio equilibrista tra russi, americani, israeliani, giordani, iraniani e opposizione interna. Un quadro sfaccettato di cui ha approfittato Israele. Sicuramente, sulle scrivanie dei vari capi dell’IDF e del Mossad c’è un dossier sulla Siria, teatro particolarmente favorevole a Tel Aviv viste le problematiche che ha affrontato nel corso degli ultimi anni. Ma l’attenzione posta da potenze occidentali, come la Francia e in parte gli Stati Uniti, su Damasco potrebbero significare che la Siria sia uno spazio dove Israele non ha carta bianca.
Sul piano internazionale, inoltre, non si può non citare il rapporto con Washington. La special relationship tra Netanyahu e l’amministrazione Trump ha superato momenti bui e screzi. Gli USA rimangono il nume tutelare dell’entità sionista ma l’emancipazione dal proprio padrino a stelle e strisce sembra sempre maggiore. Netanyahu ha sfruttato la permissività degli Stati Uniti per oltrepassare e cancellare linee rosse che sembravano consolidate da decenni di conflitti a bassa intensità e operazioni militari di più o meno ampia portata. Washington continuerà a perseverare nel suo lassismo? O un’eventuale sconfitta alle elezioni di midterm porterà Trump a lasciar perdere la sua schizofrenia diplomatica per cercare un vero e proprio accordo con Teheran? Domande che, almeno per ora, rimangono senza risposta visto che i tasselli mancanti sono troppi, a partire dal destino del governo israeliano. Più sotterranea ma decisamente presente, infine, è la frattura tra Turchia e Israele. Istanbul si è posta come nume tutelare della nuova leadership siriana mentre Tel Aviv, come già evidenziato, tende a smontare qualsiasi parvenza di un potere centrale forte nel suo fragile vicino. A ciò si aggiunge l’Azerbaijan, alleato di ferro di Turchia e Israele e, proprio per questo, al centro degli interessi di entrambe le potenze. Non si può dimenticare, inoltre, la rivalità tra le due Nazioni nel corno d’Africa dove Israele ha riconosciuto il Somaliland, entità parastatuale in rivalità con il governo somalo di Mogadiscio, sostenuto, invece, dalla Turchia. Scenari ad ampio raggio e mire geopolitiche intrecciate si aggiungono all’aspra rivalità personale tra due satrapi travestiti da leader democratici, Erdogan e Netanyahu.
Tirare le somme di elezioni senza risultati definiti in un periodo interlocutorio è esercizio rischioso e controproducente. L’eventuale conferma di Netanyahu alla guida di Israele comporta, in ogni caso, l’accelerazione del vortice bellico in cui è sprofondato il Medio Oriente da quattro anni a questa parte. La decomposizione dell’ordine internazionale ha aperto voragini che sembravano impensabili solo qualche anno fa. Per ricomporlo, se è possibile, ci vorrà un notevole lavorio diplomatico. Un lavorio che, tuttavia, pare quasi utopistico in quella che sembra davvero, per citare il titolo di un libro di Giuliano Da Empoli agile ma eccessivamente benevolente nei confronti dell’era liberal tramontata con Obama, «l’ora dei predatori».