Per oltre un decennio, la politica centro-orientale e balcanica è apparsa congelata in un idealtipo apparentemente inscalfibile: quello dei cosiddetti uomini forti, campioni dell’illiberalismo plebiscitario e della stabilità permanente. Eppure, nel giro di sei mesi, quell’immagine si è inceppata due volte. Il 12 Aprile 2026, in Ungheria, Péter Magyar e il suo partito Tisza hanno messo fine a sedici anni di egemonia incontrastata di Viktor Orbán, conquistando una maggioranza schiacciante dei seggi, 141 su 199. In seguito, il 25 ottobre, a Belgrado, la lista nata dal movimento studentesco ha inflitto ad Aleksandar Vučić una sconfitta storica, raccogliendo il 52,7% dei consensi.
Si tratta di regimi solidificati nel controllo dei media, delle clientele e degli apparati che implodono con una rapidità disarmante di fronte ad anni di autocostruzione, per capirne la ragione bisogna osservare la natura del loro consenso. Il tallone d’Achille di figure come Orbán e Vučić risiedeva nella struttura stessa della polarizzazione del decennio scorso. Il vecchio ciclo politico viveva di un bipolarismo tanto marcato quanto caricaturale: da un lato il sovranismo conservatore, euroscettico e ambiguamente accondiscendente a Mosca; dall’altro l’europeismo progressista, dirittocivilista e cosmopolita. Finché la contesa restava confinata in questa gabbia teatrale, gli uomini forti erano semplicemente imbattibili. Avevano bisogno di quel nemico preciso incarnato plasticamente da attivisti liberal, algidi tecnocrati europei e opache strutture di ONG, per potersi ergere a unici custodi della nazione assediata. Ma nel momento in cui l’opposizione ha smesso di recitare la parte assegnatale dal copione governativo, il re si è scoperto nudo.
La parabola ungherese illustra alla perfezione il cortocircuito di questo sistema. Per anni Fidesz ha neutralizzato i suoi sfidanti costringendoli a combattere sul terreno della guerra culturale: chiunque contestasse il sistema di potere orbaniano veniva immediatamente rubricato come agente dell’estero, nemico della famiglia tradizionale o liqudiatore della sovranità magiara. Péter Magyar ha compiuto l’operazione inversa: provenendo dalle viscere stesse dell’élite fideszista, ha contestato a Orban il monopolio della rappresentanza nazionale senza cedere di un millimetro sul terreno identitario. Ha mantenuto una postura nazionale, restrittiva sull’immigrazione e gelosa delle prerogative ungheresi, ma ha spostato asimmetricamente l’agenda politica. Mentre la propaganda governativa agitava ancora lo spettro di Soros, del gender e dei burocrati europei, Magyar parlava di ospedali fatiscenti, ferrovie paralizzate, inflazione, nepotismo e fondi europei bloccati a causa della corruzione di Stato. Il nazionalismo del governo non è stato sconfitto dall’antinazionalismo cosmopolita, ma da un contro-patriottismo che ha reso poco credibile la pretesa del premier di incarnare l’interesse collettivo.
Il terremoto serbo offre uno spettacolo ancora più denso e stratificato. Nelle piazze che hanno preparato il trionfo elettorale di ottobre è avvenuta una mutazione antropologica prima ancora che politica: una generazione cresciuta interamente sotto il paternalismo mediatico di Vucic ha sottratto al governo l’arsenale simbolico della nazione. Bandiere serbe, riferimenti all’identità ortodossa e persino la retorica sull’integrità nazionale del Kosovo hanno sfilato in cortei nati per chiedere lo Stato di diritto e la fine dell’impunità dopo i crolli infrastrutturali causati dal malaffare. Un dettaglio tattico più di altri rivela la maturità politica di questa insorgenza: l’assenza deliberata delle bandiere dell’Unione Europea dalle manifestazioni. Gli studenti hanno compreso che adottare l’estetica standardizzata delle “rivoluzioni colorate” filoccidentali avrebbe consegnato a Vucic l’arma della delegittimazione patriottica, frantumando sul nascere una coalizione trasversale. A Belgrado si è dimostrato che non occorre sottoscrivere un catechismo liberal-progressista su NATO, Russia o diritti civili per esigere istituzioni funzionanti.
Qui però si rende necessaria una postura più cauta: vi è una gran tentazione di leggere la vittoria serba come l’affermazione lineare di un nuovo consenso più proiettato al continente europeo e alle sue posizioni identitarie, come il sostegno alla causa ucraina. Se è vero che circa tre quarti dell’elettorato della lista studentesca auspicano un avvicinamento strutturale all’Europa rispetto all’orbita moscovita, il movimento resta attraversato da pulsioni profondamente nazionaliste sul dossier kosovaro, posizione storicamente avversa alle élites continentali. Il fronte che ha abbattuto Vucic è un’alleanza civica negativa, unita dal rifiuto della cleptocrazia interna e non molto altro. La vera prova inizierà ora, quando la gestione del potere costringerà questa galassia a sciogliere i nodi strategici che la piazza poteva permettersi di sospendere.

Al netto delle differenze tra i due episodi elettorali, entrambi i processi segnalano una trasformazione del concetto stesso di sovranità nel continente europeo. Negli anni Duemila dieci, il sovranismo si misurava quasi esclusivamente in negativo: era sovrano chi puntava i piedi a Bruxelles, chi poneva veti, chi esibiva scostamenti retorici dall’Occidente collettivo. Era una sovranità interstiziale e parassitaria, che dava per scontata l’architettura di sicurezza euroatlantica e lucrava sul piccolo cabotaggio tattico.
L’invasione russa dell’Ucraina ha mandato in frantumi questa narrazione. In un continente nuovamente attraversato da scontri ad alta intensità e dalla competizione di sfere di influenza, la sovranità torna a misurarsi in termini di potenza effettiva e deterrenza. Per una nazione media o piccola dell’Europa orientale, essere sovrani significa anzitutto non finire divorati o satellizzati da altre potenze. In quest’ottica, come dimostrano da tempo le destre polacche e baltiche – e come accenna con maggiore prudenza lo stesso Magyar, riconoscendo sovranità territoriale a Kyiv pur frenando la sua adesione accelerata all’UE – il sostegno alla causa ucraina e l’integrazione europea, visti come cedimenti ad un archetipo progressista in Europa Occidentale, divengono nell’altra metà del continente dei possibili moltiplicatori della potenza nazionale. È su questo crinale che si consuma il tradimento degli uomini forti del decennio scorso. Presentatisi come indomiti difensori della patria, i vari Orban e Vucic hanno finito per costruire la propria sopravvivenza politica sulla subalternità verso l’estero, trasformando i rispettivi paesi in terminali energetici e finanziari di Mosca o in corridoi d’influenza per gli investimenti opachi di Pechino. Una nuova generazione politica ha semplicemente risemantizzato la parola “sovranità”, allontanandosi dall’immaginario del multipolarismo di leader che, per sfuggire ai vincoli dell’architettura europea, hanno costruito la loro autonomia appaltando quote di sovranità a potenze altrettanto rapaci.
Stiamo assistendo alla fine dell’obbligatorietà dei pacchetti ideologici preconfezionati. Per anni si è preteso che l’elettore europeo, in particolar modo quello orientale, accettasse il ricatto del “o la capra o i cavoli”: chi voleva radici, identità e confini sicuri doveva tollerare un certo grado di corruzione endemica, il degrado dei servizi pubblici e l’accondiscendenza verso Mosca; chi voleva istituzioni trasparenti, integrazione continentale e conti in regola doveva necessariamente abbracciare il progressismo post-nazionale e la dissoluzione di ogni particolarismo storico. Questa dicotomia non spiega più il reale perché è venuta meno la sua necessità logica. La frattura emergente non oppone più una destra sovranista a una sinistra globalista, ma un vecchio sovranismo negativo – che definisce la sovranità come la capacità di manovra fuori da istituzioni sovranazionali – a un nuovo patriottismo realista. Quest’ultimo concepisce la nazione come una comunità politica da rendere efficiente e geopoliticamente autonoma non attraverso il rifiuto di vincoli superiori, ma destreggiandosi all’interno di questi per indirizzarne i processi e non subirli.