Intervista

Ramón González Férriz: «Con Sánchez, la Spagna ha compiuto passi verso l'autoritarismo»

«Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l'istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale»
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La Spagna si avvicina a una nuova resa dei conti con le contraddizioni del sanchismo. Dopo anni di maggioranze fragili, alleanze eterogenee e polarizzazione permanente, il sistema politico costruito da Pedro Sánchez sembra giunto a un passaggio decisivo. Ma la fine di un governo non coincide necessariamente con la fine di un’epoca. Resta da capire se il socialismo spagnolo saprà reinventarsi ancora una volta, se le destre riusciranno a trovare una formula di governo e quali conseguenze avrà questa partita sugli equilibri europei. Per affrontare questi temi abbiamo raggiunto Ramón González Férriz, editorialista di El Confidencial, già direttore del settimanale Ahora, responsabile dell’edizione spagnola di Letras Libres ed editor associato di Política Exterior. Autore di Los años peligrosos, è uno dei più attenti osservatori delle trasformazioni politiche e culturali della Spagna contemporanea recentemente intervenuto in Italia durante la seconda edizione di Bayram.

-La Spagna si avvicina alle prossime elezioni in un clima di forte polarizzazione. Quali scenari politici potrebbero emergere dal voto? Assisteremo alla fine del sanchismo o a una sua nuova trasformazione?

Lo scenario più probabile è un governo di coalizione tra il centrodestra del Partito Popolare (PP) e la destra radicale di Vox. Si tratterebbe però di un quadro potenzialmente instabile: assisteremmo, infatti, a continui scontri tra i due partiti e a una competizione tra entrambi per smantellare l’eredità del sanchismo; nel caso di Vox, con misure impraticabili in materia economica e migratoria. Un’altra possibilità è che il PP governi con il sostegno parlamentare di Vox, ma senza che quest’ultimo entri nell’esecutivo. Esiste poi la possibilità — intorno al 10%, secondo gli istituti demoscopici — che Pedro Sánchez e i suoi alleati riescano nuovamente a ottenere una maggioranza. Ma lo scenario principale rimane il primo.

-Pedro Sánchez ha profondamente trasformato il socialismo spagnolo, facendo della polarizzazione uno dei suoi principali strumenti politici. Qual è il suo bilancio del sanchismo? E quale eredità lascerà alla Spagna?

C’è una parte dell’eredità di Pedro Sánchez sulla quale non sono d’accordo, ma che è legittima e risponde a un programma socialdemocratico. Ha aumentato la spesa pubblica e innalzato le imposte. Ha introdotto sussidi per le persone con poche risorse economiche e aumentato il salario minimo, mantenendo al tempo stesso un quadro macroeconomico relativamente sano. Una parte del suo programma femminista era ragionevole. E il suo posizionamento in crisi come quelle dell’Ucraina e della Palestina è stato corretto. Non ha mai nascosto di voler favorire l’immigrazione per sostenere l’economia, una scelta che ha avuto effetti ambivalenti. Ha avuto anche fallimenti enormi, come la politica abitativa, la subordinazione sul piano della politica estera al Marocco e il costante deterioramento di servizi pubblici come le ferrovie, che in passato erano tra le migliori della Spagna. Ma l’aspetto peggiore della sua eredità è che ha compiuto passi verso l’autoritarismo. Ha perdonato reati commessi dai suoi alleati in cambio del loro sostegno politico, ha attaccato apertamente i giudici e la stampa critica, ha permesso la corruzione di alcune persone di sua fiducia e ha occupato in maniera grossolana istituzioni neutrali come la televisione pubblica o l’istituto demoscopico pubblico. Credo che il bilancio sia essenzialmente negativo, non tanto per le singole politiche adottate, quanto per la sua adesione a posizioni autoritarie che spesso associamo alla destra radicale.

-Crede che Vox e Partito Popolare riusciranno a governare insieme?

Si, per una ragione molto semplice. In altri Paesi gli elettori della destra tradizionale sono divisi sull’opportunità di governare con la destra radicale. Ma in Spagna non è così. Molti elettori del PP detestano Vox, ma ritengono che non ci sia altra possibilità se non governare insieme a quel partito, e lo accettano senza troppi problemi. L’avversione verso la sinistra, in questo momento, supera qualsiasi reticenza ad allearsi con Vox. Lo abbiamo visto a livello regionale, dove quattro comunità autonome sono governate da coalizioni di questo tipo e nessuno, a destra, sembra esserne particolarmente infastidito.

-Quanto peseranno le tensioni a Ceuta e la questione migratoria sulle prossime elezioni? E quanto potranno favorire l’ascesa di Vox e una radicalizzazione della destra spagnola?

La politica migratoria spagnola degli ultimi anni è stata un caso particolare in Europa. La Spagna è stata l’unico Paese a promuovere l’immigrazione e la nostra popolazione è aumentata di circa tre milioni di persone in cinque anni, pari a circa il 5%. Questo ha generato quasi tutta la crescita economica del Paese. Ma ha anche provocato un forte rifiuto in alcuni settori della popolazione, che ritengono che il nostro Paese stia cambiando troppo rapidamente, che l’immigrazione faccia aumentare la criminalità o che contribuisca all’aumento dei prezzi delle abitazioni. Credo che, nel complesso, l’effetto sia stato più positivo che negativo, ma non si può negare che esistano problemi molto reali e che le persone abbiano il diritto di voler conservare, in qualche modo, il paesaggio tradizionale delle proprie città. Quello di Ceuta è un caso estremo, ma senza dubbio contribuisce al rifiuto dell’immigrazione da parte di molti cittadini e favorisce Vox. Molto presto le politiche migratorie spagnole cambieranno, allineandosi a quelle italiane, danesi o francesi.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-La crisi abitativa è diventata una delle principali emergenze sociali spagnole. Può la questione della casa, e delle tante «Maricarmen» spagnole, consentire a Sánchez di ricompattare il voto popolare, giovanile e di sinistra, oppure finirà per penalizzarlo?

La crisi abitativa è uno dei maggiori fallimenti di questo governo, anche se importanti responsabilità ricadono anche sui governi regionali e sulle amministrazioni comunali, che sono in maggioranza nelle mani del PP. Avrà un effetto culturale ed elettorale molto importante. Molti giovani non riescono a iniziare una vita adulta a causa delle difficoltà di accesso alla casa. Ma è un problema che colpisce persino la classe media nelle grandi città. Il tentativo di Pedro Sánchez di impostare queste elezioni intorno alla questione abitativa — presentando sé stesso come garante delle politiche che favoriscono l’accesso alla casa e la destra come difensore dei grandi investitori — probabilmente gli si ritorcerà contro. Dopo otto anni al governo, tutti sanno che non si è preoccupato di questo problema finché non è stato troppo tardi. E sanno che il suo partito, in fin dei conti, rappresenta la tradizionale cultura spagnola dell’investimento immobiliare e dell’affitto degli immobili, cosa che non è popolare tra gli elettori di sinistra che non possono permettersi di accedere a quelle abitazioni.

-Lei ha spesso criticato la polarizzazione della politica spagnola. Esiste ancora uno spazio per un liberalismo centrista dopo il fallimento di Ciudadanos?

Credo che oggi non ci sia spazio per un liberalismo centrista. La politica è completamente divisa in due blocchi e quelli di noi che si sentono intrappolati tra i due non hanno alcun peso elettorale, e ne hanno molto poco anche sul piano culturale o giornalistico. Di conseguenza, in questo momento, le nuove proposte elettorali centriste sono destinate a fallire. Me ne dispiace, ma mi sembra che le cose stiano così.

-Come cambierà il ruolo della Spagna in Europa dopo le elezioni? Un eventuale governo del Partido Popular potrebbe favorire un riavvicinamento di Madrid alla Germania e all’Italia di Giorgia Meloni?

Credo che un governo di destra in Spagna riporterebbe il Paese all’interno dei grandi orientamenti condivisi a livello continentale. Questo non è necessariamente un bene. Credo che non sia sbagliato che esistano Paesi più favorevoli alla spesa pubblica, all’immigrazione o al rifiuto delle politiche di Israele. Ma penso che la Spagna si allineerà molto di più all’Italia sulle questioni migratorie, alla Germania sulle questioni relative al controllo della spesa pubblica e a tutti gli altri Paesi per attenuare la transizione ecologica. In un certo senso, l’attuale governo spagnolo rappresenta un’eccezione nel panorama continentale che, negli ultimi tempi, ha progressivamente rotto gli orientamenti condivisi, pur mantenendo una posizione europeista. La Spagna sarà più incline al consenso se, come sembra, sarà governata dalla destra.

-Dopo le prossime elezioni francesi, spagnole e italiane, un maggiore allineamento politico tra Parigi, Madrid e Roma potrebbe favorire la nascita di un nuovo asse latino, alternativo o complementare a quello franco-tedesco?

Credo che, se Marine Le Pen dovesse governare in Francia e in Germania governassero Merz o nuove Grandi Coalizioni che escludessero Alternativa per la Germania, l’asse franco-tedesco cesserebbe in buona misura di esistere. L’Europa diventerebbe più multipolare. In questo senso, sarà interessante vedere come si coordineranno Madrid e Roma, qualora fossero governate da destre relativamente ortodosse rispetto all’Unione europea. Non credo che la Spagna compirà un grande salto in termini di influenza all’interno dell’UE, perché il PP ha tradizionalmente cercato posizioni consensuali e un ruolo secondario. Ma è evidente che Feijóo a Madrid e Meloni a Roma potrebbero coordinarsi molto bene.

– Di fronte all’ondata filotrumpiana in America Latina e all’eventualità di una fine del governo Sánchez, come potrebbero cambiare i rapporti della Spagna con Washington e l’America Latina? Madrid può ancora aspirare a essere il principale ponte politico tra Europa e mondo ispanoamericano?

A noi spagnoli piace molto dire che siamo il ponte tra l’Europa e l’America ispanoamericana. Ma, purtroppo, credo che da tempo questo non sia più vero. Lo siamo stati negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, ma oggi non è più così. Nei grandi processi latinoamericani, come la transizione in Venezuela, la potenziale caduta del comunismo a Cuba o lo spostamento a destra di grandi Paesi come il Brasile e l’Argentina, la Spagna non ha praticamente alcuna influenza. Oggi sono gli Stati Uniti e la Cina a esercitare influenza in quella regione, mentre l’Europa, nonostante progressi apprezzabili come la firma di un accordo commerciale con il Mercosur, svolge un ruolo del tutto secondario. Per gli spagnoli è una questione di orgoglio, ma anche un autoinganno, pensare di essere influenti al di là, forse, di un certo ambito culturale. Ma non sono nemmeno sicuro di quest’ultima cosa.

– Lei ha scritto della crisi dell’ottimismo liberale e delle promesse tradite della globalizzazione. Il mondo si sta avviando verso un ordine multipolare? E quale ruolo potrà svolgere l’Europa in questo nuovo scenario?

Credo che ci stiamo dirigendo verso un bipolarismo con alcune sfumature. La Cina e gli Stati Uniti sono senza dubbio le nuove potenze egemoniche, che allo stesso tempo competono e possono, fino a un certo punto, coordinarsi per evitare grandi scontri e guerre. L’Europa svolge un ruolo secondario ed è intrappolata in un paradosso. Il suo modello di vita è, a mio avviso, il più efficiente: liberalismo politico, una combinazione di mercato e Stato sociale, un substrato culturale ancora forte e un certo equilibrio tra produttività e tempo libero. Tutto questo è difendibile, ma credo che ci renda incapaci di guidare il mondo o di avere una forza sufficiente per confrontarci con Cina e Stati Uniti ed essere una potenza relativamente indipendente. Per decenni abbiamo deciso di esternalizzare la difesa, l’innovazione tecnologica e l’industria, e ora ne pagheremo il prezzo. E credo che non disponiamo di molto tempo né di sufficiente capitale politico per evitarlo. Non sono molto ottimista. Ma la domanda è pressante: come rendiamo compatibile il nostro modello di vita con la competitività e l’autonomia sul piano globale? Nessuno sembra saperlo oppure, nel caso in cui lo sappia, come Mario Draghi, non sembra avere la forza sufficiente per trasformarlo in realtà.

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