Dall’impero globale alla NATO, dalla fine della Guerra fredda alla competizione sino-americana il Regno Unito sta cercando di ritrovare il suo posto nel nuovo Grande Gioco. Tra nostalgie imperiali e ristrutturazioni sistemiche post Brexit occorre chiedersi: quale è oggi la nuova vocazione di Londra? Ne parliamo con Sir Richard Barrons, già comandante del Joint Forces Command e tra gli autori della Strategic Defence Review britannica del 2025, tra i più autorevoli interpreti della sicurezza del Regno Unito.
— Per gran parte della storia moderna la Gran Bretagna ha combinato influenza sull’Europa continentale e proiezione marittima globale. Quanto rimane di questa tradizione? Esiste ancora una grand strategy britannica?
La strategia britannica deve partire dalla realtà del nostro peso nel mondo. Non siamo più la superpotenza di due secoli fa, ma siamo una potenza di medio rango. La nostra posizione non si comprende più guardando soltanto alla storia delle nostre flotte o al rapporto con il continente. Il Regno Unito deve essere realistico riguardo alle proprie dimensioni, senza rinunciare all’ambizione di esercitare influenza. La nostra sicurezza dipende in misura fondamentale dalla difesa collettiva della Nato, all’interno della quale intendiamo continuare a svolgere un ruolo importante. Ma la Gran Bretagna non è soltanto una nazione europea: dipendiamo dal mondo per il nostro benessere. Importiamo circa il 45 per cento del cibo che consumiamo e il 35 per cento dell’energia; la nostra industria dei servizi finanziari vive di connessioni internazionali. Per noi la libertà dei commerci, la possibilità di importare ciò che ci serve e l’accesso ai mercati non sono questioni secondarie, ma elementi essenziali della sicurezza nazionale. Abbiamo quindi bisogno sia di un’Europa sicura sia di un sistema mondiale di commerci e relazioni che funzioni. È una sfida più difficile di quanto fosse nel passato recente. L’ordine internazionale costruito dopo il 1945, con le sue istituzioni e le sue regole, si sta indebolendo. Torniamo a un mondo multipolare, mentre si accumulano cambiamenti demografici e climatici, proliferazione nucleare e rivoluzione digitale. La Gran Bretagna deve partecipare alla definizione del nuovo equilibrio, sapendo che non può farlo da sola. E non può più contare sulla geografia come un tempo: le capacità informatiche e i missili di precisione a lungo raggio possono raggiungere il nostro territorio senza attraversare la Manica con un esercito.
— Dalla fine dell’Impero alla Guerra fredda, dall’interventismo in Iraq e Afghanistan alla stagione della «Global Britain»: come giudica l’evoluzione della proiezione strategica britannica e le prospettive di Londra nell’attuale disordine?
La svolta da cui partire è il 1989. Con la fine della Guerra fredda buona parte dei governi occidentali immaginarono che la Russia sarebbe diventata un’amica, che la crescita economica avrebbe reso la Cina progressivamente liberale e democratica e che la globalizzazione avrebbe garantito prosperità senza il rischio di una guerra tra grandi potenze. Ci siamo comportati come se la storia delle grandi rivalità strategiche fosse terminata e come se la prosperità economica potesse sostituire la necessità di prepararsi a conflitti maggiori. Era un’idea molto rassicurante. Dopo l’11 settembre abbiamo concentrato le nostre energie su Afghanistan e Iraq: guerre nelle quali potevamo scegliere se intervenire e quanto impegnarci, senza che fosse in gioco, direttamente, la sopravvivenza delle nostre società. Si trattava di un tipo di interventismo assai diverso dal dover difendere il proprio territorio o gli alleati contro una potenza ostile. Nessuna delle due campagne ha raggiunto però un successo strategico. Ne è derivata, soprattutto dal 2010, una profonda riluttanza a intraprendere altre operazioni militari all’estero. Ma il mondo non è rimasto fermo. La Russia è tornata a rappresentare una minaccia quotidiana per l’Europa, e gli Stati Uniti guardano sempre più al proprio emisfero e all’Asia, soprattutto alla Cina. Per decenni gli europei hanno beneficiato della protezione garantita dai contribuenti americani: il contributo degli Stati Uniti alla sicurezza europea dal 1949 equivale, ai valori attuali, a circa 400 miliardi di dollari all’anno. Non possiamo aspettarci che continui nelle stesse forme. Questo cambiamento non riguarda soltanto la personalità di un presidente americano: riflette una diversa distribuzione degli interessi e delle priorità degli Stati Uniti. La cavalleria americana non verrà più a salvare l’Europa. Nel frattempo stiamo vivendo una trasformazione tecnologica della difesa forse più profonda di qualsiasi altra negli ultimi centocinquant’anni che investe dati, intelligenza artificiale, robotica, sistemi autonomi, biotecnologie, tecnologie quantistiche e spaziali modificando il modo in cui si combatte. Difendersi richiederà maggiori investimenti e decisioni politiche difficili.
-Perché?
L’Europa si è abituata a livelli elevati di spesa sociale mentre una parte decisiva del costo della sua difesa ricadeva su Washington. È una condizione che non possiamo più considerare garantita. Dovremo trasferire risorse da cose che apprezziamo, come i generosi sistemi di welfare, alla sicurezza. Non disponiamo infatti di una crescita economica tale da rendere indolore questa scelta. Guardando indietro, il periodo fra il 1989 e il 2014 appare per quello che era: un’anomalia storica, non una nuova normalità.
— Tra il riavvicinamento all’Europa e il sostegno all’Ucraina, quale ruolo può svolgere Londra sul continente e nell’Alleanza atlantica? E come si traduce questo orientamento nelle priorità della Strategic Defence Review del 2025?
La Brexit ha reso la Gran Bretagna più povera: ogni famiglia britannica ne è risultata economicamente indebolita. Comprendo che per alcuni l’uscita dall’Unione europea avesse un valore emotivo e politico, ma il suo costo economico esiste. Oggi si discute di un riavvicinamento all’Europa, e perfino di un eventuale ritorno nell’Unione. È un dibattito destinato a continuare, ma non dobbiamo confondere il desiderio di rapporti più stretti con la possibilità di cancellare facilmente le conseguenze politiche della scelta compiuta. Non sarebbe comunque una strada semplice. Sul piano della difesa, però, la Brexit non ha modificato la nostra appartenenza alla Nato né il nostro seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La Gran Bretagna continua a possedere un deterrente nucleare strategico che ha dichiarato a disposizione della Nato. Il nostro contributo all’Alleanza non consiste nel replicare quello di un grande esercito terrestre continentale. Dipende dalla posizione geografica britannica, dalle capacità navali e aeree e dalla funzione che possiamo svolgere come rinforzo degli alleati. La Royal Navy deve proteggere il Nord Atlantico, il deterrente nucleare e le linee di comunicazione marittime tra Stati Uniti ed Europa. La Royal Air Force contribuisce alla difesa dello spazio aereo europeo e alle capacità spaziali, e deve poter colpire obiettivi in Russia se necessario. L’Esercito britannico, invece, è essenzialmente una forza di spedizione: è improbabile che debba combattere sul suolo nazionale. Per questo il contributo più utile alla Nato è fornire un corpo di riserva strategica, capace di intervenire nel luogo in cui il bisogno e il pericolo siano maggiori. La Strategic Defence Review riguarda anche la trasformazione delle nostre forze armate: non basta acquistare qualche nuova tecnologia, bisogna cambiare il modo di organizzarsi e combattere. La trasformazione tecnologica non può essere separata dalle dottrine, dalle persone e dalla capacità industriale di sostenere una guerra. Sistemi senza equipaggio, dati e nuove tecnologie contano soltanto se vengono integrati in un modo diverso di condurre le operazioni. Le lezioni dell’Ucraina e dei conflitti in Medio Oriente mostrano quanto rapidamente stiano evolvendo le operazioni militari. Il primo interesse europeo, oggi, è pertanto aiutare l’Ucraina a uscire dalla guerra come uno Stato sicuro, sovrano e capace di prosperare. Non sarebbe un buon risultato per l’Europa consentire alla Russia di ottenere qualcosa di simile ai suoi obiettivi iniziali, che finora non ha raggiunto. L’Ucraina dimostra anche che la guerra non è un problema astratto, misurabile soltanto attraverso bilanci e percentuali: quando inizia, le società pagano un prezzo umano e materiale devastante. Il compito essenziale della Nato è dissuadere Mosca dall’attaccare i suoi membri. Se la deterrenza fallisce, il prezzo è enorme. I paesi alleati discutono come arrivare al 5 per cento del Pil entro il 2035; all’Ucraina la guerra costa circa il 45 per cento del Pil, oltre alla distruzione, ai morti e ai feriti. Dobbiamo considerare seriamente questa differenza. L’Europa conta circa 500 milioni di abitanti e produce più di 20.000 miliardi di dollari l’anno; la Russia ha circa 135 milioni di abitanti e un’economia di circa 2.700 miliardi, fortemente militarizzata. Al netto del suo arsenale nucleare, è assurdo che una realtà così più grande e ricca si lasci intimidire. La differenza fra risorse disponibili sulla carta e forza effettivamente pronta è fondamentale. Non basta essere più numerosi e più ricchi: bisogna essere capaci di agire, di sostenere lo sforzo e di resistere alle pressioni.
— Australia, Canada, Nuova Zelanda e India appartengono, in modi diversi, alla storia del Commonwealth. Che ruolo possono svolgere questi legami nella competizione sino-americana? E come vede il futuro della rivalità fra Washington e Pechino?
Il rapporto tra Stati Uniti e Cina sarà probabilmente la relazione strategica più importante di questo secolo. La crescita della Cina e il trasferimento di ricchezza e potenza verso l’Asia pongono una sfida agli Stati Uniti e al modo in cui hanno concepito il proprio ruolo nel mondo. Esiste il pericolo della cosiddetta trappola di Tucidide: la rivalità tra una potenza dominante e una emergente può sfociare in guerra. Ma un conflitto fra Washington e Pechino sarebbe catastrofico, forse esistenziale, per le conseguenze delle armi e delle tecnologie disponibili. Una guerra del genere non avrebbe vincitori nel senso tradizionale del termine: metterebbe a rischio la sicurezza e la prosperità di molti altri paesi, ben oltre l’Asia orientale. Per questo occorrono intese, compromessi e regole che consentano di convivere con la competizione. Anche la guerra sta cambiando: alle piattaforme sofisticate e costose si affiancano sistemi autonomi e senza equipaggio, prodotti in quantità maggiori e a costi inferiori. La combinazione di mezzi costosi e sofisticati con piattaforme più economiche e numerose sta modificando il calcolo militare: le forze dovranno imparare ad affrontare sistemi che possono essere impiegati e perduti in grandi quantità. Non si può più pensare la superiorità militare soltanto nei termini delle grandi piattaforme tradizionali. Quanto al Commonwealth, non credo abbia senso immaginarlo come il ritorno di un sistema imperiale. È piuttosto una rete di relazioni, esperienze e interessi comuni, importante anche per lavorare con paesi dell’Africa e dell’Asia e rafforzarne le capacità. Il valore di queste relazioni non è solo simbolico: possono favorire cooperazione, formazione e sviluppo di capacità nei paesi con cui la Gran Bretagna mantiene rapporti storici. Ma ragionerei in termini ancora più ampi: Europa, Australia, Giappone, Corea del Sud e forse Singapore sono realtà che, prese singolarmente, non hanno il peso di una superpotenza. Se riuscissero a cooperare molto più strettamente, potrebbero raggiungere una massa critica capace di esercitare un’influenza paragonabile. Costruire una simile collaborazione sarebbe difficile: basta pensare alla complessità del processo europeo. Tuttavia è una possibilità da considerare seriamente, perché in un mondo dominato dalla competizione fra due giganti le potenze medie devono trovare il modo di contare.
— La relazione speciale tra Londra e Washington è stata spesso descritta come un’alleanza privilegiata, ma profondamente asimmetrica. Quanto rimane oggi di questa special relationship, tra il disimpegno americano dall’Europa e le tensioni sul Canada?
È entrambe le cose: speciale e asimmetrica. La sproporzione economica e militare tra i due paesi è evidente, ma esiste una storia condivisa che continua a produrre legami profondi. Negli Stati Uniti, tuttavia, cresce una comprensibile insofferenza verso l’idea che siano i contribuenti americani a finanziare la sicurezza di un’Europa perfettamente in grado di provvedere alla propria difesa. Gli americani osservano che abbiamo costruito sistemi di welfare molto generosi anche grazie alla loro protezione militare. Ora questo equilibrio sta cambiando. Washington considera prioritari il proprio emisfero e la competizione con la Cina nell’Indo-Pacifico; l’Europa viene dopo. Le tensioni sulla Groenlandia hanno certamente incrinato la fiducia politica, ma sotto questo livello la cooperazione tra intelligence, forze armate, funzionari e industrie rimane sostanzialmente solida come prima. Il rapporto non è finito: sta diventando diverso. Per il Regno Unito il futuro richiederà una maggiore integrazione con l’Europa e il mantenimento di una relazione con gli Stati Uniti più equilibrata e realistica.
— L’immigrazione è diventata una delle grandi fratture politiche europee. Quanto pesa la distanza tra percezione e realtà? E in quale misura Mosca può sfruttare i flussi migratori come strumento di destabilizzazione?
Nel Regno Unito esiste un’enorme distanza tra percezione pubblica e realtà. Molti cittadini sono convinti che sia in corso un’immigrazione incontrollata, mentre i dati degli ultimi due anni mostrano livelli molto limitati di migrazione netta. Paradossalmente, alcune delle comunità più preoccupate sono quelle meno interessate dal fenomeno. Il problema dell’integrazione riguarda spesso popolazioni stabilitesi nel paese già dagli anni Sessanta. Esiste poi una contraddizione economica: il governo vuole limitare l’immigrazione, ma agricoltura, fabbriche e servizi continuano ad avere bisogno di lavoratori stranieri. Sul piano europeo abbiamo chiaramente visto la Russia utilizzare i flussi migratori per destabilizzare gli Stati confinanti. Ma esiste una questione ancora più vasta: la crescita demografica africana, il cambiamento climatico e la mancanza di opportunità produrranno pressioni migratorie enormi. Pensare di governarle soltanto alle frontiere significa intervenire troppo tardi. L’Europa deve investire nella capacità dei paesi africani di offrire prospettive alle proprie popolazioni.
— Cina, Turchia, Arabia Saudita e altre potenze stanno ampliando la propria presenza in Africa. Assistiamo a una nuova corsa al continente? E il vero terreno dello scontro sarà il controllo delle risorse oppure quello delle tecnologie?
La questione decisiva è che la Cina possiede la volontà e le risorse per esercitare in Africa un’influenza molto superiore a quella che l’Europa può permettersi o che gli Stati Uniti scelgono di esercitare. Gli investimenti cinesi si concentrano soprattutto sulle risorse naturali, dall’energia alle materie prime, per garantirne l’approvvigionamento alla propria economia. L’Occidente è stato superato nella competizione e, in parte, ha scelto di esserlo. Ma il rischio più importante riguarda l’intelligenza artificiale. È probabile che molti paesi africani adottino tecnologie cinesi perché meno costose, sufficientemente efficaci, facilmente disponibili e accompagnate da minori vincoli. Potremmo così assistere alla nascita di due ecosistemi digitali: uno, diffuso in Cina, in buona parte dell’Asia e dell’Africa, basato su Internet e intelligenza artificiale cinesi; l’altro, americano ed europeo, fondato prevalentemente su tecnologie occidentali. Questi sistemi funzioneranno diversamente e potranno arrivare a conclusioni differenti. Sarebbe una frattura profonda rispetto al mondo che abbiamo conosciuto, dominato sostanzialmente da un unico Internet di matrice americana. E non credo che sarà possibile impedirla.