Dalle rivolte giovanili alle crescenti pressioni del debito pubblico, la Francia attraversa una stagione di profonda crisi sociale, economica e politica. L’approssimarsi della fine dell’era macroniana ha aperto una fase di grande incertezza, segnata dal proliferare di candidature e forze politiche in competizione per l’Eliseo. Intanto, l’ascesa dei movimenti radicali, l’indebolimento dei partiti tradizionali e l’inasprirsi delle tensioni sociali alimentano una polarizzazione sempre più marcata, mettendo alla prova gli equilibri istituzionali della Quinta Repubblica. Le Pen, Melenchon, Glucksmann, Philippe e Retailleau si alternano in un quadro diviso e volatile in cui l’esito delle prossime elezioni assume connotati elusivi e sfuggenti. Quale idea della Francia vincerà e come essa inciderà nello scenario internazionale?
Per meglio conoscere le ragioni e le evoluzioni dello scenario transalpino abbiamo intervistato Yves Thréard vicedirettore ed editorialista di Le Figaro, è una delle voci del giornalismo conservatore francese e un osservatore di lungo corso della politica transalpina. Già direttore della redazione di France-Soir, conduce oggi Le Club Le Figaro Politique e interviene regolarmente nel dibattito televisivo nazionale è la figura ideale per affrontare le preoccupazioni e trasformazioni portate da questo anno di grandi cambiamenti sistemici.
— Dalle proteste studentesche agli appelli alla rivolta di Jean-Luc Mélenchon, la Francia sembra attraversata da una nuova stagione di conflittualità sociale. Che cosa rivelano queste mobilitazioni sullo stato del Paese?
Le manifestazioni di queste settimane sono motivate, almeno in parte, da rivendicazioni che potrebbero anche essere considerate accettabili. Ma diventano inascoltabili quando si accompagnano alla volontà di mettere a ferro e fuoco il Paese e di instaurare il disordine. È quanto abbiamo visto nell’ultimo mese. Si tratta di un movimento alimentato da una minoranza, perché moltissimi liceali non hanno alcuna intenzione di interrompere le lezioni per scendere in piazza. Una minoranza attiva e rumorosa, influenzata dall’ultrasinistra e dalla France Insoumise, che cerca di seminare il caos perché questo è il suo progetto politico. A questi giovani si aggiungono gruppi di violenti che, ormai dalle proteste contro la legge El Khomri del 2016, intervengono sistematicamente per trasformare le manifestazioni in un terreno di scontro. Ma c’è un altro problema. Molti studenti protestano contro gli orari scolastici, il carico di lavoro e la selezione. Sono argomenti che non considero validi: non vedo come si possa costruire un sistema educativo di qualità senza esigere impegno, risultati e selezione. Questo movimento rivela dunque tre cose: la capacità dell’ultrasinistra di produrre disordine, il deterioramento del sistema educativo francese e il paradosso di una scuola alla quale destiniamo risorse finanziarie considerevoli, senza ottenere risultati adeguati. Basta osservare il declino della Francia nelle classifiche PISA. Dal 1980, secondo alcune stime, la spesa per studente nelle scuole medie e superiori sarebbe aumentata del 70%. È enorme. Eppure il nostro sistema educativo continua a peggiorare.
— Mélenchon alimenta la polarizzazione politica, mentre a destra crescono le posizioni radicali sull’immigrazione e sulla sicurezza. Come valuta la crisi francese?
Non è una crisi recente. Si è accentuata durante i dieci anni di Emmanuel Macron, ma nasce da almeno quarant’anni di riforme mancate. Se la classe politica repubblicana avesse avuto il coraggio di trasformare i servizi pubblici, contenere la spesa improduttiva e affrontare i problemi strutturali del Paese, gli estremismi non avrebbero conosciuto questa espansione. Da una parte abbiamo un’estrema destra che prospera attraverso un discorso fortemente anti-immigrazione e di rifiuto dell’altro. Dall’altra un’estrema sinistra che alimenta la demagogia secondo cui non si farebbe mai abbastanza per le minoranze. Entrambe si rafforzano grazie all’incapacità dei governi di produrre risultati tangibili. È il problema fondamentale della Francia: abbiamo continuato a sollecitare lo Stato affinché spendesse sempre di più, senza preoccuparci abbastanza dell’efficacia di quella spesa. Altri Paesi hanno avuto il coraggio di riformarsi, noi no. Penso soprattutto alla madre di tutte le riforme, quella delle pensioni, realizzata e poi sostanzialmente accantonata. Pensioni e sanità assorbono quasi un terzo della nostra spesa pubblica. È una situazione insostenibile, ma nessuno vuole affrontarla davvero. E questa paralisi alimenta inevitabilmente tutti i demagoghi.
— A quasi dieci anni dall’elezione di Emmanuel Macron, quale bilancio traccia della sua presidenza? Quale Francia consegnerà al suo successore?
Il bilancio non è particolarmente lusinghiero. Basta osservare gli indicatori economici: il debito ha raggiunto livelli mai visti, mentre i tassi d’interesse continuano a salire e i principali segnali della nostra economia sono preoccupanti. Anche la lotta alla disoccupazione, che aveva rappresentato uno dei successi di Macron, sta perdendo efficacia. La disoccupazione torna ad aumentare e l’attrattività della Francia si indebolisce. L’agricoltura e l’industria non attraversano certo una fase brillante. Sul versante delle funzioni sovrane dello Stato, poi, i risultati sono altrettanto deludenti. L’immigrazione appare più incontrollata che mai, l’insicurezza non è stata contenuta e la criminalità assume forme sempre più violente, anche laddove alcune statistiche registrano una diminuzione dei reati. Il sistema educativo, come dicevamo, è in difficoltà. Quello sanitario è affaticato, logorato e avrebbe bisogno di una riforma profonda. In sostanza, tutti i nostri servizi pubblici dovrebbero essere seriamente ripensati. A questo bisogna aggiungere il declino demografico: la natalità francese si è fortemente indebolita e negli ultimi tempi abbiamo registrato più morti che nascite. È un segnale molto grave per una nazione.
— E sul piano internazionale? Macron aveva promesso di rilanciare la grandeur francese e il ruolo di Parigi come potenza d’equilibrio.
La Francia conserva certamente alcuni strumenti fondamentali della propria potenza. Possiede un seggio permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dispone dell’arma nucleare, con un’autonomia strategica superiore persino a quella britannica, dato che Londra dipende maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio deterrente. Abbiamo inoltre la francofonia, uno straordinario patrimonio geopolitico e culturale: il francese continua a guadagnare parlanti, soprattutto grazie alla crescita demografica africana. Ma questi punti di forza non devono nascondere il ridimensionamento della nostra influenza. In Africa abbiamo perso posizioni importanti, abbiamo abbandonato numerose basi militari e ci troviamo sempre più esposti alla concorrenza di altre potenze. Anche in Europa il nostro ruolo è contestato. La debolezza economica francese riduce la nostra capacità negoziale e i partner, a cominciare dalla Germania, non sono certo disposti a farci concessioni. La Francia mantiene una voce sulla scena internazionale, ma il suo prestigio e la sua influenza sono oggi più limitati rispetto al passato.

— Il centro non sembra avere trovato un erede credibile di Macron, mentre la destra repubblicana e la sinistra socialdemocratica restano divise. Quale scenario immagina per le presidenziali del 2027?
È molto difficile formulare previsioni quando mancano ancora sei o sette mesi alle elezioni. Abbiamo più di trenta potenziali candidati e i sondaggi fotografano soltanto gli orientamenti del momento, non anticipano necessariamente il risultato. Ciò che emerge, però, è la presenza di due poli particolarmente forti. Il primo, nettamente più potente, è il Rassemblement National, che dispone di una leadership riconosciuta e di alcune idee molto chiare, soprattutto sull’immigrazione e sulle questioni di sicurezza. Il secondo è la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, meno forte elettoralmente, ma dotata anch’essa di un capo indiscusso e di un messaggio semplice, radicalmente anticapitalista e contrario all’economia di mercato. Un discorso che trova ascolto soprattutto presso quella parte della gioventù francese che vive un sentimento di declassamento e non riesce a trovare un’occupazione corrispondente al proprio livello di istruzione. Tra questi due poli si estende una sorta di grande spazio politico che va dalla destra repubblicana alla sinistra socialdemocratica. Ma i candidati moderati faticano a farsi ascoltare perché il loro linguaggio appare troppo ragionevole, troppo temperato, in un’epoca nella quale viene premiata la radicalità.
— È la crisi definitiva delle tradizionali forze di governo?
È soprattutto la prosecuzione di quel fenomeno che in Francia chiamiamo dégagisme, la volontà di mandare via chi ha governato. Un movimento che, paradossalmente, aveva contribuito alla stessa ascesa di Macron. Molti francesi vogliono voltare pagina e non credono più alle promesse della destra repubblicana e della sinistra di governo. Queste forze hanno un handicap fondamentale rispetto agli estremi: sono state al potere per decenni e vengono considerate responsabili delle difficoltà attuali. Da qui il rischio concreto che all’Eliseo arrivi un leader populista, di destra o di sinistra, incapace di risolvere i problemi strutturali del Paese. Ma esiste anche un’altra incognita: nulla garantisce che il futuro presidente possa ottenere una maggioranza parlamentare alle successive legislative. La Francia è ormai caratterizzata da una tripartizione del panorama politico che potrebbe sopravvivere alle presidenziali. E con la nostra Costituzione questa frammentazione rende estremamente difficile garantire una stabilità politica duratura.
— Nel campo lepenista, Marine Le Pen sembra conservare una maggiore solidità politica rispetto a Jordan Bardella. Quanto può incidere questa differenza sulla corsa all’Eliseo?
Ho sempre pensato, anche quando non sapevamo se sarebbe stata candidata, che Marine Le Pen fosse molto più solida di Jordan Bardella per affrontare un’elezione presidenziale. Bardella è giovane, inesperto e presenta un corpus ideologico piuttosto debole. Quello di Marine Le Pen non è particolarmente elaborato, ma il suo è comunque più consistente. Le recenti vicende che hanno coinvolto Bardella non sembrano danneggiare direttamente Marine Le Pen, almeno per il momento. Potrebbero però rappresentare un problema al secondo turno, quando bisogna ampliare il proprio elettorato, conquistare nuovi consensi e uscire dal proprio perimetro politico.
— E Le Pen potrebbe conoscere un’evoluzione pragmatica simile a quella di Giorgia Meloni?
Si tratta di un ragionamento che molti osservatori ed elettori francesi stanno facendo. Si dicono: perché non provare Marine Le Pen? Non è responsabile di ciò che è accaduto finora e, una volta al potere, sarebbe inevitabilmente costretta a confrontarsi con le responsabilità economiche, europee e internazionali della funzione presidenziale: in fondo, è la funzione che fa il presidente, non il contrario. Giorgia Meloni non governa esattamente come aveva promesso. È possibile che qualcosa di simile accada anche a Marine Le Pen. Ma non bisogna sottovalutare i rischi. Se arrivasse al potere, almeno inizialmente dovrebbe adottare misure simboliche per soddisfare il proprio elettorato. E temo che alcune di queste, soprattutto in materia economica e pensionistica, potrebbero rivelarsi catastrofiche per la Francia.
— La crisi del motore franco-tedesco e la possibile fine delle stagioni politiche di Macron e Sánchez potrebbero favorire un asse latino tra Francia, Italia e Spagna, capace di riequilibrare gli assetti europei?
Non bisogna farsi illusioni. Da quello che so e da quello che mi viene riferito, il cosiddetto asse franco-tedesco è sempre esistito soprattutto nella percezione francese, molto meno in quella tedesca. In Francia si parla continuamente della coppia franco-tedesca, mentre in Germania molto meno. È sempre stato così. La ragione è semplice: la Germania possiede una superiorità economica sulla Francia molto marcata. Quanto a un’alleanza latina, non credo che abbia mai veramente funzionato. Non esisteva ai tempi di De Gaulle, di Mitterrand o di Chirac. Francia, Italia e Spagna condividono certamente una cultura latina e forse un rapporto con l’ordine meno rigoroso di quello dei Paesi germanici e scandinavi. Ma questo non ha mai prodotto un fronte politico unitario. Persino durante le grandi crisi finanziarie che hanno colpito Madrid e Roma, non si può dire che la solidarietà francese abbia funzionato pienamente. Non vedo quindi come il semplice cambiamento dei presidenti possa trasformare questi Paesi in un trio capace di esercitare un peso decisivo nell’Unione europea. Se devo indicare una potenza emergente nel continente, guarderei piuttosto alla Polonia. Varsavia sta acquistando una voce sempre più importante, anche grazie alla propria posizione geografica di fronte alla Russia e al ruolo centrale assunto dalla guerra in Ucraina. Non credo che un nuovo presidente francese possa modificare sostanzialmente questi equilibri o dare vita a un vero asse latino.
— Dall’Algeria all’Africa subsahariana, la Francia ha progressivamente perso influenza. Come potrebbe cambiare la sua proiezione geopolitica dopo Macron?
Bisogna distinguere diversi fronti. Il primo è quello europeo. Oggi prevale in molti Paesi la volontà di ridurre i contributi finanziari all’Unione, una posizione presente anche in Francia e Germania. E bisogna riconoscere che, senza il sostegno all’Ucraina, l’Europa sarebbe praticamente ferma. Non vedo grandi progressi nel processo di integrazione e non sono convinto che un nuovo presidente francese avrebbe la volontà o la capacità di riprendere una leadership europea. Quanto all’Africa, parliamo di un continente che nel 2050 potrebbe ospitare due miliardi e mezzo di persone, con enormi flussi migratori interni e verso l’Occidente. La Francia non è più nella posizione di esserne il partner privilegiato. La globalizzazione ha aperto il continente alla concorrenza di Cina, Turchia, India, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti e persino Iran. I governi africani si rivolgono a chi offre le condizioni migliori. Questa realtà non cambierà con un nuovo presidente all’Eliseo. Il problema è che oggi non disponiamo nemmeno di una vera dottrina per orientare la nostra politica africana, come invece accadeva in passato. Possediamo il patrimonio della nostra storia comune, ma è anche un’eredità ingombrante, segnata dal colonialismo, che molti giovani africani vogliono farci pagare. Il nostro altro grande punto di forza rimane la francofonia. Ma dobbiamo imparare a valorizzarla.
— E i rapporti con Washington? La Francia potrà recuperare autonomia strategica di fronte all’America di Donald Trump?
Credo che la partita sia soprattutto nelle mani degli Stati Uniti. Qualunque sia il prossimo presidente francese, il padrone del gioco resterà Donald Trump finché rimarrà alla Casa Bianca. Dopo la sua uscita di scena le cose potrebbero eventualmente cambiare, ma non è affatto certo. Perché il progressivo disinteresse americano verso l’Europa non nasce con Trump. È una tendenza che risale almeno a Barack Obama. Gli Stati Uniti guardano ormai al continente europeo con molto meno entusiasmo, con molto meno amore, direi, rispetto al passato. Non bisogna quindi immaginare che la fine della presidenza Trump possa automaticamente riportare le relazioni transatlantiche alla situazione precedente.
di Andrea Petolicchio e Francesco Subiaco