I competenti sono incompetenti

La società promulga norme scientifiche, impone una burocratica ascesi per selezionare “i migliori”. Gli altri vanno a Singapore...
La società promulga norme scientifiche, impone una burocratica ascesi per selezionare “i migliori”. Gli altri vanno a Singapore...

Il potere del merito. Così enunciato, il concetto, sembra già pregno di illogicità, tinteggiato di nuance che vanno dall’orribile al miserrimo, per dirla alla Woody Allen. Un affare da perdenti in partenza, da babbei. La meritocrazia è il sogno democratico dei primi della classe, l’iter burocratico dei prevedibili, un’iniezione di certezza razionale, un sedativo buono per mettere a tacere la naturale propensione alla lotta insita nell’ominide moderno al pari dell’homo erectus. Ma in fondo non è che una chimera, un’illusione ben architettata, che può degenerare in incubo, allucinazione, in un trip mentale che regala visioni di sterminati campi di fragole.

Meritocrazia, infatti, è un neologismo germogliato nel 1958 dal seme distopico del sociologo laburista Michael Young – autore di The rise of meritocracy – e nasce con un’accezione negativa, giacché il suo artefice aveva colto la natura infida e meschina del tema. L’autore inglese congetturava, infatti, un mondo in cui i test di intelligenza fungono da convalida di meritevolezza da parte dei singoli individui, finendo così per legittimare la creazione di due classi sociali, quella dei “meritevoli” e dei “non meritevoli”.

Il libro di Young, in sostanza, profetizza la perversa evoluzione del concetto di meritocrazia concretatasi poi nel mondo occidentale, in cui il potere del merito è degenerato in dittatura del merito. Nessuna eguaglianza di opportunità, ma medesime possibilità di rendere gli individui ineguali fra loro, in termini di gerarchia sociale, è questo il prodotto finale del regime meritocratico, che ha disvelato così il suo intrinseco paradosso.

La meritocrazia, nata per porre un argine allo straripare di clientelismo e familismo, si è rivelata invece una struttura debole e ingannevole, una truffa universale. Se l’ascensore per il potere è sovraffollato, basta infatti un banale blackout per arrestarne la salita.

Questo, il regalo dell’epoca postmoderna – in cui l’estro del singolo individuo conta quanto un fico secco – un percorso standardizzato, dove test burocratici e psicologici divengono il metodo unico per selezionare chi deve governare il mondo pubblico e privato. Uno Stato che elimina il conflitto e addomestica il mercato, che livella gli spiriti e appiattisce le capacità, che sforna competenze al posto di talenti, organizzando la società in maniera gerarchica, ordinata, ingessata. È l’estensione del dominio della competenza, mentre quello della lotta – fatto di competizione, paura, sangue e ossa – viene relegato a comportamento primitivo. Tutto fa capo alla norma, tutto è regolamentato e canonizzato.

Il “competente” – ossia l’emblema dell’uomo moderno, provincialmente esterofilo, che prova spasmi di godimento nel sentirsi chiamare professore ed ama sciorinare il proprio curriculum costellato di titoli accademici dinanzi a un consesso adorante – può così collocarsi comodamente nei posti più elevati della gerarchia sociale, affiliarsi alla consorteria degli esperti, al club dei tecnici, una classe selezionata in un surreale laboratorio di cervelli, pertanto meritevole di specifica tutela come una specie protetta. Quei cervelli che finiranno poi per andare al governo, e da lì stabilire nuove norme per sbarrare l’accesso al potere ai non meritevoli, e così ancora e ancora, come in un labirinto senza uscita.

Del resto, il pericolo di formazione di una élite tecnocratica e pedagogica, incapace di scorgere i pericoli del proprio isolamento socioculturale, lo aveva già fiutato, come un attento segugio, T.S Eliot, il quale asseriva che

“la prospettiva di una società comandata e diretta solamente da coloro che hanno superato certi esami o soddisfatto prove escogitate da psicologi non è rassicurante”.

Ma la storia, invece, è fatta di irregolari, di talenti incompresi, di alternativi percorsi di lotta, di quel genio che della meritocrazia se ne infischia, ne fa beffe, che percorre la strada meno battuta, ama il duello intellettuale e lo scontro cerebrale. La società promulga, al contrario, il suo diktat per stabilire chi siano “i migliori”, l’ennesimo modo progressista di imporre delle leggi scientifiche a qualcosa che potrebbe formarsi naturalmente, così che i “veri” migliori non possano crescere più alti degli altri se sono in grado di farlo – per dirla alla Margaret Thatcher – ma considerarsi tali solo una volta superato l’esame di ammissione.

Delle degenerazioni del cosiddetto potere del merito si è occupato, di recente, Adrian Wooldridge – editorialista dell’Economist – nel suo ultimo libro, The Aristocracy of Talent, evidenziando, in particolare, lo scoppio di una “rivolta delle élite contro la stessa ideologia che sta alla base della loro posizione”, ovvero il pensiero anti-meritocratico che ora serpeggia tra le fila di cervelli che occupano le cattedre di rinomate università, soprattutto americane, cioè di quel sistema accademico che nel ventesimo secolo ha costituito proprio uno dei fondamenti dell’ascesa del principio di competenza nella scala del potere. Tuttavia, per comprendere i problemi del “regime del merito” è bene partire dalle fondamenta ed è ciò che prova a fare Michael Mandelbaum, sulla rivista American Purpose, quando asserisce:

«La meritocrazia, come ha rivoluzionato il potere? Nella maggior parte dei luoghi, per gran parte della storia, potere e ricchezza sono stati trasmessi per via ereditaria. I monarchi e gli aristocratici detenevano quasi tutto il potere e la ricchezza della società e trasmettevano le loro posizioni ai propri discendenti. Negli ultimi duecento anni, un sistema diverso è arrivato a soppiantare il privilegio ereditario. Il nuovo sistema distribuisce le posizioni attraverso la prova delle capacità cognitive e intellettuali, misurate dalle prestazioni in esami competitivi e standardizzati. Si chiama meritocrazia».

Mentre Wooldridge, sul piano archeologico, mostra come già grandi pensatori conservatori del passato dubitassero dell’ideologia meritocratica che iniziava a farsi spazio nell’Europa post-illuminista. «“Quando non ci sono più ricchezze ereditarie, classi privilegiate o prerogative di nascita…” scriveva Alexis de Tocqueville, in uno dei primi tentativi di capire cosa stava succedendo, “diventa chiaro che la principale fonte di disparità tra le fortune degli uomini risiede nella mente.” L’instaurazione di questa ‘principale fonte di disparità’ nel cuore della società ha comportato una rivoluzione intellettuale epocale: il rifiuto dell’etica aristocratica e la sua sostituzione con un’etica meritocratica» scrive il columnist dell’Economist, ed ancora, citando Edmund Burke: «L’età della cavalleria è finita. Quella dei sofisti, degli economisti e dei calcolatori gli è succeduta; e la gloria dell’Europa è per sempre estinta».

Ma se in Occidente l’impianto meritocratico sta iniziando a scricchiolare e a mostrarsi in tutta la sua nuda astrusità, là dove non battono i raggi della democrazia liberale – in Cina e a Singapore – e neppure i conflitti sociali, che nel caso vengono prontamente soppressi, la meritocrazia, pur contraddistinta dalla sua essenza soffocante e omogeneizzante, trova terreno fertile in cui svilupparsi. A Singapore infatti, “capitale mondiale della meritocrazia”, l’utopia del potere del merito è oggi talmente realizzata da risultare più rilevante della libertà di impresa o delle dimensioni demografiche della stessa città-stato.

Pertanto, alla pleiade di tecnocrati nostrani che ha sacrificato le proprie sinapsi sull’altare della meritocrazia, non resta che fare le valigie e andare a professare il proprio, meritocratico culto a Singapore, come recitava una canzonetta nonsense degli anni Settanta.

Singapore, vado a Singapore… da domani chiudo e mi imbarco con il primo vapore…

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