La Siria contesa

Bashar al-Assad ha vinto la guerra, ma la Siria è in bilico tra il riavvicinamento al mondo degli arabi sunniti e l'Iran, tra lo spiraglio del dialogo con Israele e la Russia di Putin.
Bashar al-Assad ha vinto la guerra, ma la Siria è in bilico tra il riavvicinamento al mondo degli arabi sunniti e l'Iran, tra lo spiraglio del dialogo con Israele e la Russia di Putin.

La Siria sembrerebbe davvero cambiare pagina. Da quella dove si parlava solo di guerra a quella in cui si stringono le mani. Di chi siano è affare complesso; l’importante però è innanzitutto che si stringano. Due elementi da tenere in considerazione sono il riavvicinamento della Siria al mondo degli arabi sunniti, e il probabile dialogo che intercorre tra Siria e Israele sopratutto per quanto riguarda il Golan. Per il primo dato è bene chiarire alcuni aspetti; ha avuto una certa risonanza la riapertura delle ambasciate di Emirati Arabi, Bahrein e Kuwait a Damasco. La notizia in realtà non dovrebbe essere tanto il riavvio delle relazioni, quanto semmai il fatto che esse erano state interrotte all’inizio della guerra. Dieci anni fa l’architettura delle cosiddette “Primavere arabe” aveva programmato l’uscita di scena della dinastia Assad, parallelamente al tramonto dell’era Gheddafi in Libia. Se il disegno si è compiuto a Tripoli, a Damasco si è con ogni evidenza interrotto. In altri termini, abbiamo dato per scontato che lo storico cliché di una Siria austera, conservatrice e soprattutto non allineata fosse ormai superato e che l’esilio nell’angolo dei cattivi fosse ormai irreversibile, almeno fino ad un cambio di leadership. In realtà, nonostante una fitta predisposizione alle liti interne, logica vuole che gli arabi tra loro abbiano relazioni. Se così non fosse, non esisterebbe la Lega Araba.

Il fatto che Damasco ricominci a interagire con i fratelli arabi rientra pertanto nella natura delle cose e il valore particolare che assume oggi è legato al contesto che si è configurato per tutta la durata del conflitto siriano. Assad è senza dubbio abile a ricucire la trama diplomatica dilaniata per un decennio, ma nella sostanza è anche costretto a farlo. Da una parte c’è il problema economico della ricostruzione di un Paese distrutto per due terzi e con infrastrutture praticamente annientate. Con l’Europa ancora frenata dalla posizione pregiudiziale americana, il grosso della fetta spetterebbe a Russia e Iran, pronti a riscuotere il credito accumulato sul campo ma che probabilmente da soli potrebbero non bastare. Senza gli investimenti delle monarchie del Golfo, un ritorno al presente e una proiezione al futuro della Siria sembra quasi impossibile. Lo spunto è interessante in considerazione degli intrecci politici che esulano dalla finanza vera e propria. Se infatti è vero che Assad ha vinto la guerra è altrettanto vero che oltre questo non può andare. Anzi, forse la parte più delicata viene proprio ora. Essere ancora al potere a Damasco non è frutto del caso ma il prodotto di una scommessa azzardata vinta da Mosca. Il premio di questa scommessa s’inquadra nel giro diplomatico del ministro degli esteri russo Lavrov nel Golfo Persico che in sintesi si esprime con: “la guerra è finita, ora si guarda avanti”. Assad ha raggiunto l’obiettivo: rimanere dov’era; Mosca ha raggiunto il suo: rimettere piede in pianta stabile in Medio Oriente e vincere la partita geopolitica con gli USA. Perché andare oltre? Agitare le acque oltre modo non avrebbe senso. I suggerimenti alla politica di Damasco non hanno bisogno nemmeno di briglie o forzature particolari. Bashar al-Assad rimane un presidente dinastico con la voce bassa e la sartoria occidentale, ben lontano dalla figura del rais arringa-masse che la comunicazione mainstream ha provato a propinare per dieci anni. Una figura tendenzialmente in linea con il luogo comune che vede i siriani come dottori, tradizionalisti, severi, ancien régime, presuntuosi ma probabilmente anche tra i più seri della famiglia araba. Quanto di più distante insomma dalla versione nazional popolare del panarabismo di Nasser o con le dovute proporzioni, dal modello scenografico folk-creativo della Jamahiriya di Gheddafi. Niente più e niente di meno di un qualunque vertice istituzionale assoluto e assolutista che tra i Paesi arabi non fa né notizia né tantomeno eccezione. Da buon alawita ha assecondato il progetto della grande mezzaluna sciita fomentato da Teheran, dante causa storica, ma buon senso e Cremlino pongono uno stop e un aggiustamento di mira. Il tempo della guerra è davvero finito.

Quanto questo limite sia condiviso dagli ayatollah non è ancora del tutto chiaro ma il senso della realtà determina i confini delle ambizioni anche a Teheran, dove gli ambienti moderati hanno sempre una certa voce in capitolo. Con le mani in pasta in Iraq, Libano e Siria, l’Iran ha già vinto la sua partita uscendo dall’isolamento politico e tornando a contare direttamente e indirettamente in tutta la regione. Il riavvio delle relazioni fra Damasco e Paesi arabi sunniti suoi nemici, è il naturale rinculo di uno scenario che in qualche modo doveva essere stabilizzato. Il nervosismo del governo di Teheran in questo senso non può essere che fisiologico e passeggero e le tensioni che affiorano periodicamente rientrano con ogni probabilità in una cornice ancora gestibile. Su questo aspetto molto ci viene spiegato dal secondo dato a cui si accennava in testa: i contatti fra Siria e Israele, che non cambiano gli assetti profondi ma incidono nella partita diplomatica in corso. Nonostante i bombardamenti sparsi israeliani e le reciproche dichiarazioni roboanti in linea con l’eterno conflitto latente, Israele e Siria si parlano. Lo scambio di cittadini prigionieri avvenuto a Febbraio ne è la dimostrazione più superficiale e recente. Possibili accordi per stabilizzare la partita sul Golan ne sarebbero addirittura la sublimazione. Il termine Golan nel consesso del confronto arabo-israeliano riapre una ferita profonda, prova visibile di una sconfitta militare e politica che gli arabi si portano dietro come un’onta, che vivono come un’ingiustizia e da cui soprattutto non riescono ad affrancarsi. Fino a ieri lo stallo era ancora lo stesso: l’annessione amministrativa de facto del 1981 con cui Israele ha chiuso le porte ad una possibile restituzione della regione alla Siria, seguita dalla condanna del Consiglio di Sicurezza ONU con la risoluzione 497. A quella risoluzione si sono aggrappati gli arabi per quarant’anni; su quella risoluzione Israele ha alzato il muro. Può sbloccarsi l’impasse? Lo status quo seguito alla risoluzione 242 adottata dopo la Guerra dei sei giorni può evolversi in altro? Le brutte e brulle alture del Golan hanno un grande contenuto politico, ma dicono tanto anche sul piano simbolico: impediscono un contatto normale e diretto tra Stato ebraico e Siria lungo la dorsale tra il Mar di Galilea e il confine libanese più a nord. Risolvere o comunque smussare la questione significherebbe cambiare l’approccio ai problemi e guardare oltre. Come questo avvenga va capito bene. In realtà il possibile dialogo tra Tel Aviv e Damasco risponde ad una nuova certezza israeliana: la Siria che è stata per decenni l’ombra lunga e il modello di Stato-apparato del mondo arabo, anche dal punto di vista militare, oggi deve ripartire da zero. Ha vinto sì la partita, ma non sarebbe comunque più in grado di nuocere. Almeno per ora. Ne consegue che il fantasmagorico e potenziale ricompattamento tra arabi non può spaventare Israele, anzi, diventa per assurdo una garanzia di equilibrio. Più l’alawita Assad si avvicina ai sunniti (blocco di maggioranza del mondo arabo) meno l’asse sciita si fa pericoloso.

Ovviamente tutto gira intorno alla distanza che passa tra Lega Araba e Persia.Sotto quest’ottica è interessante sottolineare l’evoluzione negli anni delle posizioni della Lega sia rispetto a Israele, sia rispetto all’Iran. Si è passati dal vertice di Khartoum, all’indomani della débacle militare del ’67 in cui gli arabi ribadivano in blocco il no ad ogni contatto con Israele, alle strizzate d’occhio e all’apertura delle relazioni diplomatiche di Emirati Arabi e Bahrein del 2020, in coda a quelle storiche di Egitto (dopo gli accordi di Camp David) e Giordania. Senza contare i contatti sottobanco tra Israele e Arabia Saudita in termini politici, finanziari e di intelligence. Che lo Stato Ebraico flirti con le monarchie del Golfo insomma, non è uno scandalo né tantomeno un segreto. Al contrario i dissapori tra arabi e Iran aumentano in modo progressivo man mano che le componenti sciite in giro per il Vicino Oriente si agitano e si organizzano. A titolo di esempio basterebbe citare gli eventi macroscopici che hanno coinvolto direttamente l’Arabia Saudita negli ultimi anni come la guerra tragica nello Yemen o le rivolte e la repressione nel Bahrein, ma la lista sarebbe lunga. Sintesi forse più significativa invece è la decisione della Lega Araba del 2016 di dichiarare Hezbollah un’organizzazione terroristica. La decisione presa su specifica pressione dei sauditi non viene condivisa da Libano e Iraq (Paesi a forte presenza sciita), aumentando le divisioni interne all’Islam politico. In considerazione del fatto che il potenziale offensivo di Hezbollah, riemerso anche nella “miniguerra” in Libano del 2006, rimane lo spauracchio di Israele, la vittoria politica di Tel Aviv appare davvero di grossa portata. Un dato importante è che sia proprio la Russia a mettere il dito tra Siria e Israele. Gli ottimi rapporti fra Netanyahu e Putin rivelano il gioco diplomatico che si profila all’orizzonte. Assad, pur rientrando in contatto con l’emisfero arabo sunnita, non può rinnegare il legame naturale con l’Iran; a Teheran e a Hezbollah deve la sua sopravvivenza e una qualunque ipotesi di distacco sarebbe fantascienza. Una Siria in bilico fra arabi e Iran diventa così la soluzione conveniente per tutti: le monarchie del Golfo tengono l’Iran a debita distanza; la longa manu iraniana rimane intatta purché nei limiti garantiti da Mosca, che a differenza degli USA è accreditata e ascoltata in tutte le capitali del Medio Oriente; la Siria torna a riveder le stelle e Israele gongola, forte del fatto che Lega araba e Iran si odiano più di quanto la Lega Araba odi lo Stato Ebraico. Poco da dire: divide et impera. Da questo profilo s’intende bene il motivo per cui Israele non abbia concepito in concreto l’eliminazione di Assad nonostante i presupposti si siano presentati più volte in vent’anni di mandato presidenziale. Il leader siriano è la misura della spaccatura di un mondo arabo che è pronto ad accoglierlo ma ben cosciente del suo peccato originale: essere l’unico leader sciita della grande famiglia. Per ironia della sorte agli occhi di Israele è proprio lui la certezza che gli sciiti radicali non prevarranno. Visto da quest’ottica, parlare del Golan avrebbe un senso reale.

Netanyahu in questo modo dimostra forza, chiude il capitolo delle Primavere arabe e archivia la fase della politica americana in Medio Oriente disegnata dall’amministrazione Obama, con cui ha avuto non pochi problemi. Il significato geopolitico è enorme e invia un segnale importante al neopresidente Biden: non sono gli USA a fare la politica d’Israele, ma Israele a stabilire quale politica americana sia più adatta agli equilibri della regione. Tutto ciò ovviamente al netto dello stallo politico seguito alle elezioni legislative. L’alleanza che il premier israeliano dovrà stringere per poter continuare a governare o l’eventuale ritorno alle urne, influenzeranno senza dubbio l’intero processo. Intanto il tempo passa e la Siria guarda avanti. In un modo o nell’altro il suo nome è destinato a tornare oltre alla guerra e agli orrori. In fondo, il Vangelo della notte di Natale (Luca 2,1-20) si apre con riferimento a Quirino, governatore romano della Siria di allora. Un senso, una consapevolezza e un’identità c’erano già allora: prima degli arabi, prima delle bombe, prima dell’Apocalisse.


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