Se vuoi la pace prepara la guerra

Benjamin Netanyahu ha fatto sapere di preparare quattro nuovi accordi di pace con quattro nuovi Paesi mediorientali. Uno di questi potrebbe essere la Siria di Bashar Al Assad?
Benjamin Netanyahu ha fatto sapere di preparare quattro nuovi accordi di pace con quattro nuovi Paesi mediorientali. Uno di questi potrebbe essere la Siria di Bashar Al Assad?

La Siria lentamente riemerge. Lentamente. Del resto, dieci anni di guerra hanno trasformato un emblema della civiltà araba in un colabrodo piangente fatto di ruggine e cemento sbrecciato. Non è facile tornare a galla e molto probabilmente niente sarà più come prima. La Siria del futuro sarà una Siria a tre cilindri, sovrana solo in parte. Il rientro mediatico però è già qualcosa. Il preludio di un diritto ad essere, ad esserci, ad esistere. Fino a cinque anni fa non era affatto scontato. Della Siria si parla oggi per questioni politiche, per la ricostruzione, per gli equilibri diplomatici che poco a poco prendono il posto dei termini guerra, atrocità, Stato islamico. L’orrore col tempo passerà nel dimenticatoio, lasciando alla memoria di chi lo ha vissuto l’onere della testimonianza. La parola ricostruzione è un disimpegno; un passaggio tra una dimensione e un’altra. C’è sempre quando un qualcosa finisce, ma non si sa mai dove conduce davvero. Intanto però un capitolo è chiuso. È così che la Siria ritorna, anche se per ora solo nella lista dei Paesi distrutti, violati, scalcinati. Poi si vedrà. Il problema della Siria è proprio la Siria; è una tautologia buona per molti Paesi dell’area in realtà, ma per Damasco ha un colore diverso, fatto di spezie introdotte a forza da attori vicini e lontani. Emblematico al proposito è l’intervento di Erdoğan del 15 marzo sulle politiche regionali: “La Turchia non ha mai cambiato la sua posizione in Siria”, così dice il “Sultano” dando per scontato che ciò sia considerato un merito e non un problema. Il riferimento del presidente turco non è solo relativo alla pretesa di Ankara di mantenere truppe regolari e milizie affiliate nel nord della Siria; insiste piuttosto sulla necessità che l’Occidente (gli USA etc.) si allontani dalle YPG, le forze a guida curda che i turchi considerano alla stregua del PKK. In altri termini, è vero che la guerra in Siria è sostanzialmente finita ma i nodi cruciali emersi col disastro iniziato dieci anni fa sono ancora tutti da sciogliere. La sovranità di Damasco non è percepita da tutti allo stesso modo, del resto. La Turchia non ha intenzione di mollare l’osso: la nicchia aperta in Siria, parte del revanscismo neo-ottomano di Erdoğan, serve infatti a regolare i rapporti con l’Occidente, alzando l’asticella della tensione in base alla posta. In questo senso Erdoğan gioca bene, rimanendo un attore decisivo proprio della crisi siriana.

In questa direzione va il riavvicinamento turco all’Arabia Saudita, ghiotta di non uscire dal party per la ricostruzione della Siria, nonostante il suo ruolo nel tentativo di distruggerla. Dopo quattro anni, si rimuove per volontà saudita il blocco del Consiglio di Cooperazione del Golfo contro il Qatar, alleato della Turchia. I diversi schieramenti in Libia (Ankara appoggia i Fratelli musulmani in Tripolitania, Riad è tra gli sponsor di Haftar) vengono per il momento congelati di fronte a una nuova realpolitik mediorientale. Turchi e sauditi dunque si riavvicinano e si ritrovano quasi amici proprio in Siria? Ad Ankara fanno comodo i soldi di Riad e un avversario in meno; a Riad invece fa comodo la Turchia come interlocutore con l’Iran, eterna angoscia dei wahabiti. In sostanza, turchi e sauditi non si oppongono affatto al ritorno di Damasco nella famiglia delle nazioni normali, purché questo avvenga secondo i loro interessi: ridimensionare l’asse sciita è sicuramente tra questi. Le amenità, le cicatrici e il dolore perdono importanza e la politica siriana torna di moda. La Siria lentamente riemerge; evidentemente è vero. Assad, dato per spacciato nel 2013, valuta come prendersi la rivincita in modo pragmatico. In quest’ottica riavvicinarsi al mondo arabo sunnita sul piano politico e finanziario non può che giovare. Nel dicembre 2018 a Damasco, sulla Al Mahdi Ibn Barakeh, proprio di fronte all’ambasciata irachena, riapre quella degli Emirati Arabi (Ansa). L’evento risalta sui media mediorientali: uno dei maggiori sostenitori dell’opposizione siriana del 2011 apre la strada per una normalizzazione delle relazioni con Assad. Nemmeno 24 ore dopo (Al Arabiya news) il Bahrein annuncia di voler fare lo stesso precisando che le relazioni diplomatiche con Damasco segnano l’intenzione di “rimettere gli arabi al centro della questione siriana”.  In realtà Abu Dhabi e Manama inviano solo incaricati di affari. Il primo Paese del Golfo a riportare un messo col rango di ambasciatore a Damasco è l’Oman, il 4 ottobre del 2020 (Associated Press) ma il dado è ormai tratto: il rientro della Siria nella famiglia araba è ineluttabile.

Sotto questo profilo non può passare inosservato il riavvicinamento della Siria alla Lega Araba. Il ritorno appare del tutto naturale per quanto complesso, alla luce del fatto che Damasco nel 1945 è tra i sette fondatori dell’organizzazione e semmai fosse necessario ricordarlo, un cardine della cultura e della storia araba.  La Lega Araba, va precisato, è un’istituzione controversa, dichiaratamente identitaria per certi versi, pleonastica per altri. Ciò significa che farne parte ha un enorme significato simbolico, ma sul piano pratico il senso profondo spesso si diluisce. Basti pensare che le decisioni prese dal Consiglio della Lega (organo supremo articolato a livello di Capi di Stato e di Ministri degli Esteri) sono vincolanti solo per i Paesi che le votano e le accettano. La grande riottosità e la disomogeneità del mondo arabo finiscono spesso per sterilizzare il suo potenziale esecutivo, lasciando così alla diplomazia e alla rappresentanza i ruoli più incisivi. Come specificato all’articolo 2 dello Statuto, la Lega Araba infatti “ha il compito di sviluppare le relazioni fra gli Stati membri, di coordinare le loro politiche allo scopo di intensificare la cooperazione fra loro e di salvaguardare la loro indipendenza e sovranità”. La norma ha senso soprattutto in termini di mediazione di conflitti interni, di cui la storia degli arabi è piena. A questo proposito va detto che possono fare parte della Lega solo Paesi arabi indipendenti che ne sottoscrivono lo Statuto. Chi sgarra può essere espulso con voto unanime dei membri. Prima della Siria capitò nel 1979 ad un altro fondatore, l’Egitto, colpevole di aver stretto la mano ad Israele. Essere dunque parte della famiglia, a livello simbolico è fondamentale. Concetto bello e commovente, ma nello specifico anche importante per tracciare il rientro della Siria nel consesso delle nazioni. Essere nella Lega Araba significa sostanzialmente rientrare nelle grazie di Egitto e Arabia Saudita, Paesi guida (e amici) che vantano alcune prerogative: l’Egitto tra poco arriverà a 100 milioni di abitanti, quasi un quarto della totalità degli arabi; l’Arabia Saudita è il secondo Paese al mondo per riserve di petrolio; insieme i due Paesi contano quasi la metà del PIL di tutti i 22 membri della Lega Araba messi insieme.

Averceli vicini in una ipotetica  rissa fra arabi è meglio che averceli contro. Ça va sans dire. Se i buoni rapporti tra Siria ed Egitto non allarmano nessuno (Turchia a parte), soprattutto alla luce della convergenza di Al Sisi verso Mosca, è diverso il discorso per le relazioni con l’Arabia Saudita, come già accennato. Con riguardo a questo, assume un certo valore la visita del Ministro degli esteri russo Lavrov a Riad, il 10 marzo scorso. All’apice di un tour diplomatico di Mosca nel Golfo Persico, la visita segna probabilmente uno spartiacque nell’attualità politica del vicino Oriente. Si riallacciano i fili fra arabi litigiosi (crisi del Qatar compresa); si sdogana definitivamente Assad; si mette una pietra sulle ingerenze sunnite (Riad e Abu Dhabi su tutti) nel conflitto siriano. Forse è la chiusura ideologica della guerra siriana, passaggio necessario per il recupero della Siria stessa. Il prezzo che la Siria dovrà pagare per essere al centro di queste nuove dinamiche è l’inevitabile insofferenza dell’alleato storico Iran. Il numero di ambasciate del Golfo che riaprono a Damasco è proporzionale al giramento di balle a Teheran. In fondo, non si può servire Dio e Mammona. La coperta è corta si sa, ma l’abilità diplomatica della famiglia Assad è altrettanto rinomata. Ogni evoluzione va comunque inquadrata all’ombra della nuova amministrazione USA. Biden, tra una bombetta di richiamo e una dichiarazione ufficiale, rimane ostaggio della sindrome degli ultimi presidenti americani: la necessità di trovare una exit strategy dalle scelte dell’amministrazione precedente. Valeva soprattutto per Trump, quando nel tentativo di salvare la faccia agli States, era sbarcato in Siria per affiancare i curdi contro le roccaforti ISIS (direttrice di Deir Ezzor 2017). Lo scopo era palese: mostrare al mondo chi combatte lo Stato Islamico e al tempo stesso impedire che fosse Assad a sconfiggerlo. La mossa era necessaria per uscire dal cul de sac creato dalla coppia Clinton-Obama, intenzionati a rovesciare Damasco e a cambiare le carte geografiche della regione. Disegno legato a sua volta al fallimento del dopo Iraqi freedom e alla polverosa politica mediorientale USA degli ultimi 30 anni. Appare possibile insomma che Washington non abbia più la capacità di intervenire direttamente in Siria se non con mosse disarticolate e che il futuro passi dalle potenze regionali di cui sopra: Arabia Saudita e Turchia appunto, con l’appoggio del mondo arabo sunnita (Emirati in testa). Arrivata la benedizione da Mosca, rimarrebbero le variabili Iran e Israele in posizione di osservazione attiva: Teheran consapevole di essere ancora l’unico collante dell’universo sciita in Libano, Iraq e Siria e di continuare a incombere su tutti; Tel Aviv felice ancora una volta di tenere relativamente sotto controllo i potenziali militari e politici nemici. Nonostante gli attacchi missilistici recentissimi contro Damasco, i contatti dell’ultim’ora tra Israele e Siria per un possibile accordo sul Golan (marzo 2021), sarebbero coerenti proprio con questo: la Siria per rialzarsi ha bisogno dei ricchi arabi sunniti, mondo da cui è stata ostracizzata per dieci anni. Inoltre Benjamin Netanyahu ha fatto sapere di preparare 4 nuovi accordi di pace con 4 nuovi Paesi mediorientali. Sopravvivenza di Damasco e pragmatismo a parte, questo riavvicinamento è davvero possibile? Se vuoi la pace prepara la guerra.


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