“Sono un conservatore. Come la quercia”

Le “meditazioni mediterranee” di Ernst Jünger, tra Sardegna, Roma, Egitto, Medio Oriente. Dialogo con Mario Bosincu
Le “meditazioni mediterranee” di Ernst Jünger, tra Sardegna, Roma, Egitto, Medio Oriente. Dialogo con Mario Bosincu

L’ispirazione nasce dall’espatrio, dall’estraneità. “Sin dal principio, sensazione di essere uno straniero: a scuola, nell’esercito, nelle scienze, in società. Sono giunto e giungo da fuori; l’orribile sensazione di non avere dimora da nessuna parte”, scrive Ernst Jünger il 24 marzo 1962, in Egitto. Eppure, lo straniamento – sguardi foderati di cristallo – conferisce alla scrittura di Jünger quella feroce esattezza, quella placida inflessibilità, e al suo tono l’efficacia di chi attraversa il mondo con distratta curiosità, con sagacia analogica, la sapienza, infine, degli esseri oceanici. Così, in riflessioni dal candore apocalittico, Jünger legge la tempra della pietra, la sua intelligenza – “Laddove oggi si trova una pietra, domani può esservi l’acqua o il fuoco. Nella roccia stessa fluisce una forza infinita” –, parla del veggente, “l’uomo ai margini estremi”, riconosce nella scomparsa dei serpenti, celati in cupi coni d’ombra a noi ignoti, la fine di un tempo, nodi tra questo e gli altri tempi scissi per sempre; ragiona sul “potere crescente degli esseri banausici” che “affonda le sue radici in un sottosuolo plutonico, titanico e magico”. Sta sulla soglia, in veglia, Jünger, e con quiete miliare riconosce che tutto un mondo di simboli e di destini è al collasso, che il robotico ha sostituito il vitale, il vile aliena il rischio, l’astratto schiaccia l’astrale, l’anonimo vince sull’eccezione, sulla rivelazione. Come La grande madre. Meditazioni mediterranee (Le Lettere, 2021), Mario Bosincu – ricercatore presso l’Università di Sassari, jüngeriano, che ho contattato – ha raccolto alcune pagine sgargianti di Jünger, un repertorio dai viaggi in Sardegna, Spagna, Medio Oriente, Egitto. Per Jünger il volo di un uccello, “una lunga pelle di serpente”, il dedalo urbano di un paese, il colore dell’acqua, il cavalcavia di un dialogo, il tono della voce e la forma delle rocce sono elementi che designano una civiltà, la statura del precipizio. “Noi possiamo, dunque, raggiungere uno stato nel quale nessuna perdita ci minaccia nel nostro divenire”, scrive Jünger il cui sommo compito, alchemico, è vivere per la morte, scrivere per celebrare, predisposto a perdere tutto, avendo conquistato tutto. Certo, sorrideva, spavaldo nel lavacro del giorno; sembrava una spada.

Che valore ha per il ‘nordico’ Jünger il Mediterraneo?

Jünger affermò che considerava perso un anno in cui non gli fosse stato possibile raggiungere le sponde del Mediterraneo. Esso gli offre un trionfo di forme e colori che fanno appello ai sensi, restituendo l’uomo a quella dimensione corporea che nella civiltà moderna è sacrificata a favore della mera ragione strumentale. Il Mediterraneo ‘ritellurizza’ Jünger, ripristina il suo contatto con la sfera del corpo e della natura. Ecco perché, in un’intervista concessa nel 1978, dichiarò: “Sono un conservatore, se volete definirmi tale, un po’ come la quercia o l’anemone quando affondano le loro radici nella terra”. Naturalmente, si avverte in tali parole l’emergere di una dimensione archetipica: non a caso Jünger chiama il Mediterraneo la sua “seconda grande madre”. Non bisogna dimenticare, inoltre, che, sin dal testo intitolato Lettera dalla Sicilia all’uomo della luna (1930), il Mediterraneo è presentato come lo scenario di vere e proprie ierofanie.

Perfeziono: tra i ‘ludi africani’, la gita parigina, il vagare in Indonesia, i viaggi reali e lisergici, come si colloca la Sardegna, l’Italia?

In una lettera inviata a Jünger il 29 maggio 1965, Martin Heidegger citò “l’antico detto di Lao Tzu” secondo cui il saggio non deve viaggiare. Jünger la pensava diversamente: i suoi viaggi (anche quelli lisergici) sono riconducibili alla pratica dell’elusione [die Schleife], definita nella seconda versione de Il cuore avventuroso (1938) come la tecnica – potremmo dire, in termini foucaultiani, la tecnologia del sé – che permette di sottrarsi alla realtà consueta. La fuga dalla modernità: questo è un motivo che ricorre in tutta l’opera di Jünger. In questo contesto la Sardegna occupa una posizione di primo piano. Negli anni Cinquanta Jünger cerca nell’isola l’ultima ‘ridotta’ non ancora espugnata dalla civiltà tecnologica, ma è troppo lucido per non accorgersi che presto anche quest’ultimo baluardo cadrà nelle mani del nemico. Le sue annotazioni acquistano con gli anni un tono sempre più elegiaco fino a chiudersi con la desolata presa d’atto della scomparsa di un microcosmo premoderno. Al tempo stesso, le scorribande sull’isola sono viaggi interiori che consentono di entrare in contatto con dimensioni intrapsichiche originarie e di approdare ad una forma più ‘vasta’ e profonda di soggettività. Insomma, Jünger vive la Sardegna non come una propaggine dell’Italia, ma come qualcosa di radicalmente diverso e di “segreto e compiuto”, come scrive in San Pietro (1957).

“I serpenti scompaiono”, scrive Jünger in un passo del libro, un po’ come Pasolini, in altro modo, in estremo, ragiona sulla scomparsa delle lucciole. La scomparsa dei serpenti è il segno del “periodo di decadenza in cui viviamo”, che perdura. Cosa contrappone Jünger all’etica devastante del progresso? Che valore dà alla ‘politica’?

Come testimone di due guerre mondiali, dell’avvento dell’era atomica e della devastazione dell’ambiente, Jünger vive in pieno la crisi dell’idea del progresso. Nei suoi scritti ricorre continuamente l’immagine del Titanic quale metafora della modernità tecnologica. Di fronte a tali frangenti epocali egli non riconosce alcuna funzione salvifica alla politica, ma assegna un ruolo decisivo all’individuo. Lo dimostra la scelta stessa dell’emigrazione interna durante il Terzo Reich. In una lettera del 1934 al fratello Friedrich Georg egli scrisse che “gli spiriti che possiedono la giusta misura operano come specchi in cui si rivela la nullità del mondo delle ombre”. La scrittura è il mezzo con cui Jünger, in quanto individuo, si rivolge al singolo lettore per favorirne la trasformazione interiore. L’autore, una figura contrapposta al mero scrittore, ne è l’agente.

A cosa mira lo sguardo microscopico di Jünger, che studia la pietra, l’acqua, l’insetto, quasi che da lì potesse ricomporre una unità perduta? Che significa assegna Jünger alla ‘scienza’?

Jünger riprende la tesi weberiana del disincantamento del mondo a opera della scienza e le contrappone la Weisheit, la saggezza/sapienza di cui sono depositari i poeti e che consente di elevare i singoli dettagli del mondo fenomenico al rango di simboli di una dimensione metafisica. Se la scienza, quindi, comporta il fenomeno dello “svanimento” [Schwund] e del subentrare dei numeri agli dèi, la vera arte riscopre nel mondo le tracce del sacro.

Che significato, direi, proprio oggi che si blatera a vanvera di ‘cambiamento climatico’, Jünger assegna alla parola ‘natura’? E che valore ha per lui la ‘civiltà’?

Richiamandosi a Franz von Baader e a John Ruskin, Jünger vede nella natura il tempio che cinge e custodisce il sacro. Quanto alla civiltà, essa è tale solo se preserva il legame con delle verità metafisiche. Da questo punto di vista, Jünger recupera la distinzione spengleriana tra la Kultur,la fase aurorale religiosa di una civiltà, e la Zivilisation quale fase di totale decadenza. Ecco perché in Metamorfosi. Una prognosi per il XXI secolo (1993) scrive che in “assenza degli dèi non può esistere alcuna civiltà”. Jünger è uno spirito radicalmente antimoderno.

Nella tua introduzione citi un passaggio jungeriano, “Noi viviamo per realizzarci. Solo mediante questa attuazione la morte diviene priva di importanza”. Dunque qual è la ‘realizzazione’ cui tende Jünger, il suo pensiero, per così dire, ‘religioso’?

In uno degli epigrammi che chiudono il libro Foglie e pietre si legge che “vivere significa ribadire la propria forma. In questo senso il morire è l’azione estrema”. L’opera di Jünger sta anche nel segno di un’etica di sé di sapore antico, tesa a ‘scolpire’ e a dare una forma a sé stessi. Essa si lega alla concezione religiosa della morte non come fine, ma come transito, ultima avventura in una regione inesplorata. In una pagina di Irradiazioni (1949), uno dei suoi libri più affascinanti, si leggono queste riflessioni significative, vergate il primo gennaio 1945: “Meditazione per la sera dell’ultimo dell’anno: ci avviciniamo al centro del Maelstrom, alla morte quasi sicura. Devo perciò tenermi pronto, intimamente preparato a passare sull’altra luminosa riva dell’essere; non costretto, ma libero da ogni legame, con interno consenso, con serena attesa davanti al nero portale”.

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