Lezione nelle tenebre

Spigando le lettere dell’alfabeto ebraico, un testo di Giorgio Agamben. Che ruolo ha il profeta, oggi? Che cosa significa parlare “alle tenebre del tempo”? Perché la profezia resta inascoltata? Che cos’è il Regno? Tra azione, attesa, linguaggio
Spigando le lettere dell’alfabeto ebraico, un testo di Giorgio Agamben. Che ruolo ha il profeta, oggi? Che cosa significa parlare “alle tenebre del tempo”? Perché la profezia resta inascoltata? Che cos’è il Regno? Tra azione, attesa, linguaggio

Aleph

La posizione del profeta è oggi particolarmente scomoda e i pochi che provano ad assumerla sembrano spesso mancare di ogni legittimità. Il profeta si rivolge, infatti, alle tenebre del suo tempo, ma, per farlo, deve lasciarsi investire da queste e non può pretendere di aver conservato intatta – non si sa per quale speciale dono o virtù – la sua lucidità. Geremia, al Signore che lo chiama, risponde solo con un balbettio – «a, a, a» – e aggiunge subito dopo: «ecco, non so parlare, sono un bambino».  

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Beth

A chi si rivolge il profeta? Immediatamente a una città, a un popolo. La particolarità della sua apostrofe consiste, però, nel fatto che essa non può essere intesa, che la lingua in cui egli parla risulta oscura e incomprensibile. L’efficacia della sua parola è, anzi, precisamente funzione del suo restare inascoltata, del suo essere in qualche modo fraintesa. Profetica è, in questo senso, la parola infantile che si rivolge a qualcuno che per definizione non potrà ascoltarla. E proprio la necessaria compresenza di questi due elementi – l’urgenza dell’apostrofe e la sua inanità – definisce la profezia.  

Louis Cretey, “La visione di San Girolamo”, XVII secolo

Gimel

Perché le parole del profeta restano inascoltate? Non perché denunciano le colpe dei suoi simili e le tenebre del suo tempo. Piuttosto perché l’oggetto della profezia è la presenza del Regno, la sua discreta ingerenza in ogni trama e in ogni gesto, il suo ostinato avvenire qui e ora, ogni istante. Quello che i contemporanei non possono né vogliono vedere è la loro quotidiana intimità col Regno. E, insieme, il loro vivere «come se Regno non fossero».

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Daleth

In che modo il Regno avviene, è presente? Non come una cosa, un gruppo, una chiesa, un partito. Il Regno coincide sempre col suo annuncio, non ha altra realtà che la parola – la parabola – che lo dice. È di volta in volta un chicco di senape, un’erbaccia, una rete gettata nel mare, una perla – ma non come qualcosa che è significato dalle parole, ma come l’annuncio che esse ne fanno. Ciò che viene, il Regno, è la parola stessa che lo annuncia.

He

Ascoltare la parola del Regno significa allora fare esperienza della sorgività della parola, di una parola che resta sempre veniente e illeggibile, che sta sola e prima nella mente e non si sa da dove venga e dove vada; accedere a un’altra esperienza del linguaggio, a un dialetto o a un idioma che non designa più attraverso grammatica e nomi, lessico e sintassi – e solo a questo prezzo può annunciare e annunciarsi. Questo annuncio, questa insignificante, integrale trasformazione della parola è il Regno.

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Waw

Fare esperienza della sorgività della parola significa ripercorrere contropelo il lungo processo storico attraverso il quale gli uomini hanno interpretato il loro essere parlanti come il possesso di una lingua, fatta di nomi e regole grammaticali e sintattiche, che permettono il discorso significante. Quello che era il risultato di un paziente lavoro di riflessione e di analisi è stato così proiettato nel passato come un presupposto reale, quasi che la grammatica costruita dagli uomini fosse veramente la struttura originaria della parola. Il Regno non è, in questo senso, che la restituzione della parola alla sua natura dialettale e annunciante, al di là o al di qua di ogni lingua.

Zajin

Chi compie questa esperienza della parola, chi è, in questo senso, poeta e non soltanto lettore della sua parola, ne scorge la segnatura in ogni minimo fatto, ne testimonia in ogni evento e in ogni circostanza, senza arroganza né enfasi, come se percepisse con chiarezza che tutto ciò che gli capita, commisurato all’annuncio, depone ogni estraneità e ogni potere, gli è più intimo e, insieme, remoto.

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Heth

L’oscurità dell’annuncio, il malinteso che la sua parola produce in chi non la intende, si ritorce su chi la pronuncia, lo separa dal suo popolo e dalla sua stessa vita. L’annuncio si fa allora lamento e esecrazione, critica e accusa e il Regno diventa un’insegna minacciosa o un paradiso perduto – in ogni caso non più intimo e presente. La sua parola non sa più annunciare: può solo vaticinare o rimpiangere.

Tet

Il Regno non è una meta che si deve raggiungere, il fine a venire di un’economia terrena o celeste. Non si tratta di immaginare e realizzare istituzioni più giuste o Stati meno tirannici. E nemmeno di pensare una lunga, crudele fase di transizione, dopo la quale la Giustizia regnerà sulla terra. Il Regno è già qui, quotidiano e dimesso e, tuttavia, inconciliabile con le potenze che cercano di travestirlo e nasconderlo, di impedire che la sua venuta sia amata e riconosciuta, o di trasformarlo in un evento futuro. La parola del Regno non produce nuove istituzioni né costituisce diritto: essa è la potenza destituente che, in ogni ambito, depone i poteri e le istituzioni, compreso quelli, chiese o partiti, che pretendono di rappresentarla e incarnarla.

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Jodh

L’esperienza del Regno è dunque esperienza della potenza della parola. Ciò che questa parola destituisce è innanzitutto la lingua. Non è possibile, infatti, deporre i poteri che dominano oggi la terra senza prima deporre la lingua che li fonda e sostiene. Profezia è consapevolezza della natura essenzialmente politica dell’idioma in cui parla. (Di qui, anche, l’irrevocabile pertinenza della poesia alla sfera della politica).

Giorgio Agamben

*Si pubblica per gentile concessione un brano dal libro di Giorgio Agamben, “Quando la casa brucia. Dal dialetto del pensiero”, Giometti & Antonello, 2020

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