OGGETTO: Il narcotraffico è mobilità sociale
DATA: 10 Marzo 2026
SEZIONE: Società
Morto un capo, se ne fa un altro: il Messico dei cartelli non conosce decapitazione, solo metamorfosi. Dal fentanyl cinese alle criptovalute del riciclaggio, dalla Malinche presidenziale stretta tra Trump e Pechino all'idra immortale del CJNG. Mentre i preti di frontiera cadono e i Mondiali si avvicinano, il labirinto di Paz non ha ancora trovato la sua via d'uscita.
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Octavio Paz asseriva che l’essere del messicano è un’esitazione tra due mondi, uno stato dell’animo sfuggente ed altrimenti incomprensibile per chi del Messico riesce a contemplare solo Acapulco, una delle quintessenze di terrestre beltade. Ma il Messico non è solo spiaggia e mare; ¡Qué viva México! non è una banalità da curva da stadio, ma un richiamo viscerale che avvince orgoglio e identità di un popolo che grida per la sua libertà, che esalta il mestizaje, l’unione di sangue indigeno e spagnolo, che fa suoi la resistenza alle avversità ed il senso di appartenenza alla comunità sociale. Amante dei dedali, Paz direbbe che il Messico vive nel labirinto della globalizzazione: mentre Diego Rivera e Aaron Copland tentavano di impiantare artisticamente un’idea di concreta identità nazionale, oggi l’identità è diventata fluida ed il trovare un momento di vera comunione sociale resta l’unica via d’uscita dal labirinto. 

Il messicano sfida il destino: è nella sua natura non arrendersi mai, rimanere vivo pur in una profonda ossessione per la morte: ​​per l’abitante di Parigi, New York o Londra, la morte è la parola che non si pronuncia mai perché brucia le labbra. Il messicano, invece, la frequenta, la lusinga, ci dorme insieme, la festeggia; è uno dei suoi giocattoli preferiti e il suo amore più fedele. Ancora adesso, se il Messico di Paz è un dedalo intessuto di isolamento, i murales di Rivera lo trasformano in luogo d’incontro collettivo; se l’individuo di Paz indossa una maschera, Rivera gliela strappa per rendere il popolo protagonista, rischiando tuttavia di fargli indossare un altro paludamento, quello ideologico.

Guardando al Messico si può cogliere la differenza tra ciò che è spazio, così come ritratto con colori vividi e violenti, e ciò che sono gli attimi infiniti del tempo impiegato a osservare e decidere; don Octavio Paz lo dice: il Rivera della lotta di classe dipinge il tempo messicano come se fosse spazio, ovvero come una successione di immagini tangibili; badate, non è solo arte, ma vita, descrizione di dinamiche sociali e politiche dove si concretizza il Messico di Fernanda Melchor, Valeria Luiselli, Yuri Herrera, ovvero il locus che vive e affronta la modernità di cartelli militarizzati, della violenza, delle sparizioni. È qui che si sente ancora più vibrante la carenza di una cultura capace di sconfiggere l’incongrua aspirazione a bruciare in un lampo. Non è il mondo di celluloide di un vacanziere, è la realtà contemporanea in cui alcuni degli scontri più drammatici sono avvenuti tra la Chiesa ed i cartelli, con preti di frontiera quali nuovi martiri del labirinto di Paz, tragici e predestinati interpreti della profanazione di uno degli ultimi simboli di un’autorità morale che non può non opporsi ai culti sincretici dei narcos e che non trova, né può trovare, accettazione nel laicismo presidenziale della Presidente Scheinbaum, simbolo sofferente di uno Stato lontano con un popolo che si rifugia tra le volute d’incenso di una Chiesa.

Il Messico è il catalizzatore di una combinazione geografica-storica-politica-economica che lo porta ad essere una summa da tempesta perfetta per il narcotraffico; Porfirio Diaz ebbe a dire povero Messico, così lontano da Dio e così vicino agli Stati Uniti, evidenziando una contiguità che garantisce profitti stellari a costi relativamente contenuti e che rende il Paese l’imbuto naturale della cocaina colombiana, una prossimità esaltata dall’eredità del sistema a partito unico, l’ossimorico PRI, che a lungo ha garantito una sorta di pax malavitosa per la quale le autorità puntavano a gestire il traffico degli stupefacenti consentendogli di mettere e diffondere radici nelle istituzioni. Del resto, per moltissimi giovani di zone rurali o periferie urbane, il narcotraffico è pura mobilità sociale che contrasta povertà ed assenza di uno Stato a cui si sostituisce, financo mantenendo un ordine comunque violento ed arbitrario, una sorta di riedizione delle politiche adottate altrove dall’Isis, un narco welfare o, se preferite, un governo ombra dai costi sociali elevatissimi, che recluta forza lavoro dalle famiglie più povere sospinte dalla legittimazione offerta da una cultura distorta in cui il trafficante, secondo la corrente estetica del potere, è un eroe che sfida e sconfigge lo stato corrotto, il coraggioso che con una mano dona le despensas e con l’altra esige il pizzo.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

È qui che si innesta l’altra eccezione della grammatica istituzionale messicana, il fenomeno politico dello zapatismo indigenista e anticapitalista del Chiapas, puntato allo scontro con i cartelli e purtuttavia teatro attuale del confronto tra il Cartello di Sinaloa ed il CJNG per il controllo delle rotte dei migranti e dei precursori del fentanyl. Peccato che le speranze suscitate dalla lotta ai vertici dei narcos non abbiano prodotto altro che la frammentazione dei cartelli, secondo il ritmo impresso dalle infinite teste di un’idra implacabile. Il caos è in via di continua alimentazione grazie ad un flusso bidirezionale che vede la droga volare a nord e le armi da fuoco piovere a sud, agevolando le attività criminali secondo un paradigma da multinazionale che prevede logistica, protezione militare, sostegno finanziario. Il passaggio al sintetico fentanyl evidenzia una trasformazione radicale che ha mutato il business degli stupefacenti che hanno implementato un’efficientissima filiera produttiva chimica asservita ad un sistema logistico agile e rapido. Il problema è che il fentanyl nella sua letalità assicura profitti immensi, con il Messico che, da produttore, si è replicato in hub di trasformazione, con una feroce competizione in essere per il controllo dei porti commerciali, necessari allo stoccaggio dei precursori cinesi.

I cartelli si sono trasformati in organizzazioni criminali multi-settore versate nella strategia del caos; in questo contesto così precario, il ruolo femminile è rilevante, perché le donne, spesso contemporaneamente vittime e complici, gestiscono il consenso verso i cartelli, assurgono al ruolo di patrone della carità, di assistenti parasociali cui lo Stato ha cercato di reagire con la debole strategia dell’abrazos, no balazos, puntando a spezzare i legami tra popolazione e narcos ma trovandosi a combattere contro incomparabili disponibilità finanziarie ed un insufficiente controllo del territorio. Ecco che il narcotraffico si presenta non solo quale problema di ordine pubblico, ma anche come fornitore di identità e risolutore di bisogni primari: un complesso di elementi che fanno comunque sempre propendere per la scelta di un male ineludibile, in un Paese dove il primo problema è nella distribuzione della ricchezza, con i cartelli quali uniche aziende pronte ad assumere forza lavoro in contesti in cui il riciclaggio la fa da padrone. Se è vero che il globalizzato Cjng ha perso il suo jefe, El Mencho, è altrettanto vero che non ha lesinato nel reagire per la sopravvivenza. Il messaggio si è incarnato in una catena di comando rimasta operativa e capillare, cosa che ha costretto la presidente Scheinbaum a difendere l’integrità territoriale dai tentativi di ingerenza americana e che si trova oggi, quale nuova maschera, a gestire lo schema dell’identità teorizzato da Paz e dipinto da Rivera; una Presidente che, nell’imminenza dei mondiali di calcio, è stata costretta obtorto collo a tralasciare le offensive per provvedere al ripristino di ordine e sicurezza, cosciente del fatto che la fase più complessa sarebbe iniziata subito dopo l’eliminazione di El Mencho; se si aprirà un conflitto interno al cartello, il rischio sarà quello di giungere ad una balcanizzazione criminale, a meno che non si manifesti un imprevedibile depauperamento delle risorse umane atto a sopravvalutare l’uccisione del singolo ma che non considererebbe il fatto che i cartelli sono strutture capitaliste a propensione transnazionale per cui, di necessità virtù, morto un capo, se ne fa un altro; quel che è paradossale è che quanto disponibile a bilancio per l’ordine pubblico, nel 2024, non abbia toccato lo 0,7% del PIL.

Del resto, il narcotraffico rientra a pieno titolo tra le forme di potere geopolitico e geoeconomico capace di esaltare una forma di economia di certo non sommersa destinata a divenire indispensabile e frutto, negli anni ’90 in Messico, di un indebolimento della filiera colombiana, un’economia così rilevante da tornare utile agli USA per giustificare l’imposizione di dazi giustificando la crisi del fentanyl. Una delle molteplici correnti analitiche in auge, vagliando la guerra al narcotraffico, ha identificato i cartelli con apparati destinati ad ingenerare il caos tra i capitalisti locali inducendo le società sovranazionali all’accesso presso segmenti economici rimasti privi di concorrenza. Gli stupefacenti giocano anche un ruolo crescente tra le grandi potenze, ed il PCC è attore protagonista, tanto che, già da prima del 2019, Pechino risultava tra i principali fornitori dei precursori necessari alla preparazione del fentanyl; nel tempo, la Cina ha dunque evidenziato uno scarso interesse nell’opporsi ai traffici illeciti, ricorrendo agli sforzi antidroga quale moneta di scambio geopolitica. Che poi le tecniche deputate alla gestione dei flussi finanziari illeciti tra Messico e USA si siano evolute non deve stupire, visto il ricorso non solo al contrabbando valutario massivo, ma anche alle divise virtuali, contrastato da una nuova filosofia che vede, almeno per il momento, il rafforzamento della cooperazione tra Washington e Città del Messico, condizionata sia da una profonda revisione della policy di austerità già in voga dai tempi del presidente López Obrador, sedotto dalle politiche permessivise del colombiano Gustavo Petro, sia da una rivisitazione delle forme di cooperazione transfrontaliera che peraltro ora vedono in discussione le interdipendenze dello United States-Mexico-Canada Agreement, dove il presidente americano è al centro della partita.

Sia la presidente messicana che gli imprenditori nazionali sono consci del fatto di dover cedere più che pretendere e che il gioco, visto il volume dell’export, vale la candela malgrado questo possa condurre ad un irrigidimento con altri soggetti politici, vedi Pechino, considerato che Washington ultimamente ama miscelare le questioni commerciali con quelle geopolitiche che configurerebbero il Messico come una sorta di fortezza norteamericana. Nel mondo di celluloide non vacanziero di Sergio Leone, Giù la testa, pur ambientato durante la Rivoluzione del 1913, offre spunti straordinariamente attuali per comprendere il Messico di oggi, con il disincanto verso politica ed economia ed il cinismo del protagonista, Juan Miranda, così affine a quello dei giovani che oggi si arruolano tra le fila dei cartelli, in un caos tratteggiato magistralmente dall’irlandese Sean Mallory con una frase iconica: la rivoluzione è.. un’esplosione, messaggera del fallimento della guerra alla droga e intrisa di un’ineluttabilità tragica.

In questo contesto l’elezione della Presidente Scheinbaum rompe lo schema secolare della Chingada, del trauma della madre violata: qui la figlia della Malincheriscrive la storia perché possa condurla sfidando l’archetipo messicano ed imponendo una razionalità funzionale alla fuga dal labirinto di Paz come sognava Rivera. La politonalità del Salon México di Copland si accompagna al Messico ed ai suoi cambiamenti climatici, alle nuvole di cui si è occupata la Scheinbaum, nella speranza che portino una pioggia rigenerante per una terra che ha la faccia di fango ma vorrebbe sperare in un futuro migliore e non remoto. Nuvole e Messico si fondono nelle note di Paolo Conte, avvocato, chansonnier e campesino ad honorem, che è riuscito a catturare il divario tra fascino e realtà di una terra bella e maledetta, così come l’aveva immaginata Paz, straziata tra il fango che la àncora e le nuvole che la invocano verso l’astrazione, verso un sole che viaggia e viaggia con una leggera e persistente malinconia. Il Messico è davvero un luogo dell’anima; è lì che Juan Miranda, senza più Sean Mallory vicino, ancora si chiede: e ora cosa faccio?  

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