L’ambiguità nucleare è da sempre la dottrina militare suprema di Israele, centrata su di un vasto arsenale atomico la cui esistenza è un segreto custodito sin dagli anni Sessanta con determinazione totale, licenza di uccidere inclusa, nonché protetto anche dal ferreo e costante sostegno diplomatico degli Stati Uniti. A incrinare, se non ad infrangere del tutto, questo tabù fu proprio Mordechai Vanunu.
Ebreo sefardita, nato in Marocco nel 1954, Vanunu emigrò con la famiglia in Israele nel 1966, stabilendosi a Beersheba. Dopo aver studiato fisica, venne assunto come tecnico presso la centrale nucleare di Dimona. Politicamente partito da posizioni di destra, nel tempo si avvicinò alla sinistra, abbracciando ideali pacifisti e laici.
Nel 1986, un anno dopo aver lasciato il lavoro a Dimona, consegnò al Sunday Times di Londra una serie di fotografie scattate all’interno dell’impianto, corredandole con un’intervista che rivelava i dettagli del programma nucleare militare israeliano.
Poco prima della pubblicazione, però, il Mossad venne informato delle sue azioni: da un lato dal suo conoscente Oscar Guerrero, che lo aveva tradito, dall’altro dallo stesso Sunday Times, che tramite l’ambasciata israeliana offrì a Gerusalemme la possibilità di smentire le informazioni ricevute.
I vertici israeliani decisero di catturarlo, ma senza compromettere i rapporti con Londra e con il governo Thatcher. L’operazione fu dunque spostata in Italia: attraverso un’agente sotto copertura, Cheryl Ben Tov, alias “Cindy”, Vanunu venne convinto a partire per una vacanza a Roma. Qui, il 30 settembre 1986, poche ore dopo l’arrivo con un volo British Airways da Londra, fu rapito, sedato e trasportato clandestinamente su una nave panamense diretta in Israele, appositamente ancorata in attesa al largo di La Spezia in acque internazionale. Secondo testimonianze successive, venne caricato su una barella per non destare sospetti; a bordo vi era anche una donna simile a “Cindy”.
Che cosa accadde davvero in Italia resta tuttora avvolto nel mistero. Il sostituto procuratore aggiunto Domenico Sica archiviò l’inchiesta parlando di una “finta messinscena” organizzata dallo stesso Vanunu, sollevando il sospetto di una copertura politica. Secondo la giornalista Stefania Limiti, autrice di Rapito a Roma, lo Stato italiano non mosse un dito, garantendo di fatto l’impunità all’operazione israeliana.
Al momento del processo a Gerusalemme, Vanunu riuscì persino a denunciare il sequestro: mentre veniva condotto in aula, mostrò alla stampa una scritta fatta a penna sulla mano che recitava: “Vanunu M. was hijacked in Rome ITL 30.9.86 21:00 came to Rome by BA Fly 504”.
Un messaggio disperato, che però non ottenne alcun seguito diplomatico.
Processato in segreto e condannato nel 1988 a diciotto anni di carcere per alto tradimento e spionaggio, di cui undici scontati in isolamento, Vanunu divenne simbolo del dissenso contro l’opacità nucleare israeliana. Il suo processo è stato più volte criticato per la mancanza di trasparenza: testimoni esclusi, atti secretati, udienze a porte chiuse.
L’opzione dell’eliminazione extragiudiziale, prevista dalla legislazione israeliana, fu scartata – come ammise anni dopo l’ex direttore del Mossad Shabtai Shavit – perché “gli ebrei non lo fanno ad altri ebrei”. Anche la pena di morte, applicata solo in due casi nella storia di Israele, non fu richiesta dal procuratore Uzi Hasson.
Le rivelazioni di Vanunu rappresentarono un punto di svolta: per la prima volta un insider descriveva con precisione la consistenza dell’arsenale israeliano, stimato tra le 100 e le 200 testate, alcune termonucleari, con ordigni potenziati, bombe al neutrone e testate compatibili con caccia F-16 e missili Jericho-II.
Le sue fotografie mostrarono l’esistenza di un impianto sotterraneo di lavorazione del plutonio capace di produrre circa 40 kg di materiale fissile all’anno, molto più di quanto stimato dagli analisti occidentali. Inoltre, le immagini evidenziavano testate dal design avanzato, che lasciavano intuire una capacità tecnologica in grado di moltiplicare l’arsenale israeliano con quantità relativamente ridotte di plutonio.
Theodore Taylor, ex ingegnere nucleare statunitense e autorità in materia, dopo aver esaminato le immagini concluse che i progetti israeliani apparivano meno complessi rispetto a quelli di altre potenze, ma erano comunque in grado di garantire rese superiori a quelle delle armi a fissione convenzionali. Secondo l’Istituto per le Analisi di Difesa (IDA), nel 1987 Israele aveva raggiunto un livello tecnologico nel campo delle armi nucleari paragonabile a quello degli Stati Uniti a metà degli anni Cinquanta.
Con le rivelazioni di Vanunu, l’ambiguità nucleare israeliana smise di essere un segreto impenetrabile. Da allora, il suo nome resta legato a una delle più clamorose fughe di notizie della storia contemporanea, capace di incrinare la più custodita delle dottrine strategiche di Israele.
Dopo la scarcerazione nel 2004, Vanunu non è mai stato però davvero libero. Le autorità di Israele gli hanno imposto diverse e severe restrizioni: il divieto di lasciare il paese, parlare con cittadini stranieri senza autorizzazione e perfino di accedere ad internet.
Negli anni successivi è stato arrestato diverse volte per aver violato tali regole. Nonostante avesse chiesto asilo a diversi paesi europei, come la Norvegia, nessuno ha acconsentito ad ospitarlo, probabilmente per timore di incrinare i rapporti diplomatici con Tel Aviv e Washington.
Ad oggi Vanunu vive ancora in Israele nella condizione di sorvegliato speciale. Per i movimenti pacifisti internazionali è divenuto un simbolo della libertà di coscienza nonché precursore dei whistleblower contemporanei, come Julian Assange ed Edward Snowden, restando tuttavia un traditore per molti suoi concittadini.
Sul piano internazionale, il suo caso ha evidenziato anche un’ambiguità della politica italiana dell’epoca, la quale ha permesso che un’operazione di intelligence di questo tipo si svolgesse indisturbatamente sul proprio territorio e che altri paesi, come in primis il Regno Unito, probabilmente non avrebbero tollerato, sulla scia di altri casi analoghi delle cosiddette “Extraordinary Renditions” che hanno destato scalpore in passato per possibili violazioni dei diritti umani (vedasi il caso di “Abu Omar”, sebbene molte delle circostanze fossero ben diverse).
Il rapimento di Vanunu a Roma si inserisce infatti in un quadro più ampio, dimostrando ancora una volta il coinvolgimento dell’Italia in misteri politici e controverse operazioni sotto copertura (dal caso Ustica all’Achille Lauro, fino alla rete dell’organizzazione Gladio), svolgendo spesso il ruolo di teatro operativo per missioni pertinenti ad attori stranieri e che necessitavano di discrezione nonchè di tacito consenso politico.