OGGETTO: Il genocidio visto da Pretoria
DATA: 16 Gennaio 2024
SEZIONE: Geopolitica
Il Sudafrica porta Israele all'Aia su suggerimento degli alleati Russia e Cina e per rispettare gli ultimi desideri del padre della nazione, Nelson Mandela. Ma anche per saldare un conto in sospeso con gli storici nemici, risalente all'epoca dell'apartheid.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Il Sudafrica lo ha promesso e poi lo ha fatto: Israele sarebbe stato portato all’Aia, per rispondere dei presunti crimini di guerra commessi durante la campagna di Gaza, e così è stato. Il governo sudafricano non ha perso tempo, inoltrando in tempi record la documentazione necessaria per l’apertura del processo del decennio e ottenendo di salire alla ribalta del palcoscenico internazionale.

Alcuni credono Pretoria abbia agito su mandato iraniano, ma la verità è che Tehran non possiede nessuna leva nell’estremità meridionale del continente nero. Pretoria ha agito probabilmente di concerto coi BRICS+, sempre meno partner e sempre più alleati, e sicuramente per chiudere un conto in sospeso con Tel Aviv risalente all’epoca dell’apartheid.

Le ragioni di Pretoria

Due sono i fattori che hanno incoraggiato il Sudafrica, eterna potenza ascendente, a trascinare Israele al banco degli imputati della Corte Internazionale di Giustizia. E né l’Iran né Hamas, sebbene il Sudafrica stia venendo dipinto come un loro proxy, hanno svolto alcun ruolo in tutto ciò.

Il primo fattore, non per forza in ordine di importanza, è la politica estera comune in divenire del gruppo BRICS+, la BRICS+ diplomacy, che, sebbene non ovunque e non sempre con lo stesso vigore, va lentamente e inevitabilmente prendendo forma. Con l’obiettivo di dare concretezza a un’alternativa, a tratti antagonistica ed essenzialmente antitetica, al fronte rivale di G7 & co., ovvero l’Occidente a guida statunitense.

Il secondo fattore, colpevolmente trascurato dalle analisi mainstream, è la cara, vecchia, dimenticata storia. Storia che, nel caso delle relazioni Israele-Sudafrica, è fonte di un risentimento duro a morire che spiega la rivalità contemporanea.

Il peso del passato

Durante la Guerra fredda, all’ombra ma pur sempre nel contesto dello scontro egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in Africa combattevano guerriglieri, mercenari e paramilitari di ogni dove: britannici, cubani, francesi, israeliani. Chi per la gloria. Chi per la causa – colonialismo contro decolonizzazione.

Israele, dopo un iniziale posizionamento con le istanze degli anticolonialisti, all’indomani della guerra dello Yom Kippur, ritrovatosi semi-isolato a livello internazionale, fece un drastico cambio di rotta. Investendo nella costruzione di relazioni speciali con altri paria, come gli ultimi governi bianchi dell’Africa: Rhodesia e Sudafrica.

L’intesa tattica col Sudafrica sarebbe diventata una vera e propria alleanza strategica, multiforme e multisettoriale, nell’arco di pochi anni. Il Sudafrica forniva a Israele il materiale necessario allo sviluppo del suo programma militare atomico. Israele addestrava e armava l’esercito e i gruppi paramilitari del Sudafrica. Entrambi si reciprocavano investimenti e conducevano, congiuntamente e segretamente, esperimenti illegali su armi di distruzione di massa: biologiche, chimiche, nucleari, radiologiche. Il mondo venne a conoscenza di quell’alleanza lontana dai riflettori nel 1979, anno dell’incidente Vela, uno dei tanti episodi misteriosi della Guerra fredda.

Roma, Luglio 2023. X Martedì di Dissipatio

I neri dei bantustan, una volta recisi i legami con Israele, cercarono l’emancipazione rivolgendosi all’Unione Sovietica, seguendo così le orme dei loro fratelli sparsi nel resto del continente, e stringendo un patto con l’OLP di Yasser Arafat. Fu l’inizio dell’espansione delle guerre arabo-israeliane in capo all’Africa: i guerriglieri dell’Umkhonto we Sizwe addestrati dai fedayyìn, i guardiani dell’apartheid preparati dalle forze speciali israeliane. Fu l’inizio di un rapporto di immedesimazione, tra neri dei bantustan e palestinesi dei campi profughi, dimostratosi resistente al mutamento dei tempi e delle circostanze.

I sudafricani non hanno mai dimenticato l’aiuto esteso, multidimensionale, e in particolare securitario-militare, fornito da Israele ai governi boeri dell’era apartheidiana. E hanno anche interiorizzato il terzomondismo dell’African National Congress di quell’epoca e l’affezione alla causa palestinese del padre della nazione, Nelson Mandela, facendo di essi le cifre distintive dell’identità e della politica estera del Sudafrica.

Il passato è un ricordo che non passa. In Sudafrica come in ogni parte del mondo che non è stata avvolta dal manto soporifero e annichilente della fine della storia. Il passato, e non la presunta influenza dell’Iran o di Hamas sul Sudafrica, è la chiave per comprendere le origini e le ragioni che hanno spinto il governo Ramaphosa a portare Israele a processo. Perché, come si dice nella savana che circonda la culla dell’umanità, un buon zulu né perdona né dimentica. E per il Sudafrica, eterna potenza ascendente alla ricerca di un posto nel mondo, la guerra in Terrasanta è l’occasione di chiudere un conto in sospeso con un antico rivale.

I più letti

Per approfondire

Il controspionaggio come forma di dialogo

Oltre le alleanze ideologiche, Mosca e Pechino celebrano un matrimonio di necessità sotto il sipario multipolare. Tra brindisi e contro-spionaggio, costruiscono una diplomazia fatta di dissimulazione e calcolo. L’asse sino-russo non nasce dalla cieca fiducia, ma dall’equilibrio tra dipendenza e controllo. Non è da leggersi come una rottura che incombe, si tratta di una sfida: rendere stabile una cooperazione imperfetta.

Geopolitica dell'Acqua

Il composto chimico più abbondante in natura è l'acqua, eppure la guerra per "l'oro blu". è appena iniziata.

Il Golan, la mossa del cavallo di Tel Aviv

Dopo poco più di un secolo, i segni tracciati dal righello di Sykes-Picot vengono cancellati con un colpo di spugna dagli epigoni ottomani che, pure, li avevano subìti. Crollano i meno nobili baathisti, ascendono su un lembo di terra montagnoso i volitivi eredi di un regno ancora più antico, impegnati nell'eterno gioco degli equilibri di potere bilanciati tra guerra e denaro.

Nella mente di Trump

Da George Washington a Donald J. Trump: come un paese nato in odio all'imperialismo si è trasformato in un impero mirante ad omologare l'intero pianeta alla propria visione.

"In Ucraina, Erdoğan dovrà scegliere da che parte stare". L'analisi di Daniele Santoro

Coordinatore Turchia e mondo turco, per la Rivista italiana di geopolitica "Limes", Daniele Santoro spiega che la strategia di Ankara, in bilico tra Nato e Russia, potrebbe non funzionare più.

Gruppo MAGOG