Il candido rider

La riscrittura del classico di Voltaire irride l’entusiastica accettazione della tecnologia come progresso tout court mostrando, anzi, le distopiche conseguenze dell’economia digitale
La riscrittura del classico di Voltaire irride l’entusiastica accettazione della tecnologia come progresso tout court mostrando, anzi, le distopiche conseguenze dell’economia digitale

Iremake di Candido scritto da Guido Brera con I diavoli  film già in produzione con Sky – sarebbe un soggetto ideale per la regia di Terry Gilliam; un incrocio tra Brazil e Gattaca o, meglio, tra The Zero Theorem e Orwell 1984. Il Candido 2.0, naturalmente, non può che essere un motivatissimo rider sfrecciante per le strade dell’imminente smart city, dove tutto è connesso e monitorato in tempo reale. Munito del rassicurante caschetto protettivo e dell’indispensabile smartphone non ha più bisogno di – come nell’originale di Voltaire – fare “il giro del mondo in ottanta pagine” per confrontarsi con la realtà, perché l’intero esistente è  già connesso all’interno della globalizzata metropoli con le sue propaggini/device. Non importa nemmeno in quale metropoli viva, dal momento che democraticamente garantiscono il medesimo tenore di vita a seconda dei crediti – alimentari, sanitari e ricreativi – di cui dispone. Ogni sua infrazione della legge o della pubblica morale esige ovviamente una loro riduzione – da quelli ricreativi fino alla cancellazione di quelli sanitari – ma, infondo, “tutto funziona a meraviglia”. E il rischio di perdere anche quest’ultima forma residuale di potere d’acquisto stronca sul nascere qualunque velleità di protesta.

Quale figura meglio del rider, in effetti, incarna perfettamente l’ottuso ottimismo progressista dei nostri tempi? Questi moderni schiavi, così liberi da catene da poter perfino procedere in contromano e in un certo senso, perfino, possessori dei loro “mezzi di produzione”, sono davvero indispensabili al funzionamento della città del futuro. Con le loro pettorine e zaini-porta-vivande colorati fanno ormai parte del “corredo urbano” quanto i bianchi taxi o le rosse M della metropolitana; già metabolizzati dai nostri stomaci voraci come essenziali, utili, imprescindibili.  Quella innegabile manifestazione di vitalità e potenza muscolare dell’atto stesso del pedalare non può che essere celebrata come salutare nelle nostre città piene di smog e repentine “bombe d’acqua”. Del resto, non a tutti capita la sfortuna di finire  relegati all’insalubre lavoro d’ufficio e, nella città del nostro Candido 2.0 gli impiegati stacanovisti sono così solidali da effettuare ordini ultrarapidi di bottigliette d’acqua per non dover alzarsi dalla propria postazione, moltiplicando contemporaneamente produttività e numero di fattorini in un virtuoso circuito di crescita collettiva. Il rider in effetti già oggi, visibile lumpen proletariat, viene ammantato di una vesta eroica, quasi fosse avanguardia di una nuova e muscolosa classe sociale i cui miglioramenti sono visibili a occhio nudo. Pare quasi sia il vero successo inclusivo della smart-economy che, in un battito di ciglio, ha portato ad abbandonare le  vecchie sgangherate biciclette degli esordi in favore di quelle elettriche, rendendolo maggiormente sostenibile. Ha lottato duramente per essere considerato lavoratore e non più collaboratore occasionale o fornitore di servizi; sembra possa essere finalmente equiparato a un lavoratore della logistica. Un epocale successo: il capitalismo 2.0 è davvero il migliore dei mondi possibili se per un momento dimentichiamo che questo impiego, nato come “lavoretto per studenti”, è diventato la professione per migliaia di giovani (e meno) che, per consegnare un panino da un capo all’altro della città, ogni giorno incappano in gravi incidenti, mentre inalano a pieni polmoni le polveri sottili delle metropoli. Il rider d’altronde sembra fatalmente incatenato al suo “there is not alternative” destinoanche coloro che si accorgono dell’estremo loro sfruttamento non riescono a evitare di utilizzare questo servizio digitalizzato, confortandosi con un benaltresco “altrimenti poveretti cosa farebbero?” oppure un “però lascio sempre qualche euro di mancia”, senza mettere in dubbio la perfezione dell’algoritmo che costringe a pedalare a ritmi infernali.

Il Candido 2.0, protagonista del Mondo Nuovo prossimo venturo, ovviamente non si pone questi problemi. Ligio al dovere, si affanna senza sosta per essere puntuale alle consegne nei “quartieri inclusivi” – dove l’accesso è regolamentato da parametri biomedici legati al censo – per poi tornare  alla sterminata periferia dove convive con la madre un minuscolo bilocale. Ovunque lungo le strade, sulle facciate di palazzi e grattacieli, giganteggiano le oleografiche immagini del rassicurante volto di Pangloss dispensante massime meritocratiche che il giovane fa proprie con gioia. Non tutti i colleghi però la pensano allo stesso modo. Serpeggia malcontento tra i sottopagati pedalatori; il problema è che sono completamente intercambiabili, senza possibilità di sindacalizzarsi per una lotta comune. Sono invisibili alla deriva e Candido, completamente assorbito dalla propaganda di Pangloss e dal suo amore per una Cunegonda virtuale, non riesce a capirli. È come parlassero un’altra lingua e provenissero da un altro pianeta; sono, di fatto, il Martin voltairiano: i pessimisti, i bastian-contrari, gli eredi di quei pericolosi “cospirazionisti” che l’ubiqua e pervicace sorveglianza del Pangloss-Panopticon ha spazzato via dalla società. L’imago del filosofo ottimista non è qui, per l’appunto, che un volto, un attore prestato al Sistema e, sebbene non abbia mai avuto alcun contatto fisico con il nostro Candido, la sua influenza è perfino più pervasiva ed efficace della sua versione originale, in carne e ossa.

La ragion d’essere di questa riuscita riscrittura del Candido in un tecnocratico futuro dove ogni cosa è gestita da un imperscrutabile Algoritmo è, senza dubbio, da rintracciarsi nel paradossale rovesciamento dello scopo originale di Voltaire. Se, infatti, il filosofo parigino tramite le melodrammatiche peripezie del protagonista voleva sbeffeggiare e irridere il tentativo liebniziano di razionalizzare la Provvidenza; la versione 2.0 stigmatizza proprio la deriva scientista erede di quel positivismo ottocentesco che, lastricato di buone intenzioni, pare inesorabilmente riportare indietro le lancette della Storia. Un mondo in cui la tecnologia, invece di emancipare l’umanità, ha semplicemente moltiplicato le occasioni e i modi di sfruttamento, aumentando le disparità sociali e rendendo davvero possibile un controllo capillare (e sanitario) delle persone. La società dove vive questo modernissimo Candido è, se possibile, ancor più piramidale di quella del suo antenato. Il “benessere” si misura entusiasticamente con la gentrificazione di nuovi quartieri, che diventano finalmente inclusivi – immediatamente riconoscibili dalla verticalità delle architetture e dal verde sospeso in piazze inaccessibili o non fruibili – appena i precedenti abitanti ne vengono scacciati. Un progresso che Candido accetta e difende entusiasticamente perfino quando collide con il suo appartamento, costringendolo a drastici cambiamenti; ma non gliene si può dare colpa. È figlio di una generazione virtuale, individualista per natura, cresciuta a competitività e conflitto orizzontale. Solo quando riuscirà ad entrare nella Cittadella posta al centro della città, dove i server sono protetti da alte impenetrabili mura, inizierà ad aprire gli occhi sulla propria condizione e quella del genere umano. Ribellandosi.               

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