L'illusione del metaverso

La società dello spettacolo ha trovato nella realtà virtuale la sua somma culminazione. Ma anche questa schiavitù mentale verrà inevitabilmente spezzata.
La società dello spettacolo ha trovato nella realtà virtuale la sua somma culminazione. Ma anche questa schiavitù mentale verrà inevitabilmente spezzata.

Che il concetto di “aristocrazia” non dovesse svanire con il collasso della nobiltà del Vecchio Continente, con le teste mozzate a Parigi, con le guerre mondiali e le epurazioni condotte dai soviet, era prevedibile. Aristocrazie in un mondo che è dichiaratamente anti-aristocratico, che tende all’egualitarismo e all’omologazione. Due facce della stessa medaglia, che contengono in sé elementi fortemente discordanti e contraddittori. All’accessibilità del comfort, che ha toccato in Occidente le sue punte più opulente nella seconda metà del secolo scorso, si contrapponeva il mito (spesso in salsa statunitense) del miliardario, del self made man, dell’imprenditore, del capitalista di Wall Street, ammirato e rispettato, costruitosi da sé e dunque meritevole della propria posizione di prestigio. Trascorsi diversi decenni dal momento aureo del capitalismo occidentale, entrato in un meccanismo di decomposizione dall’interno, e nel trionfo ormai quasi assoluto della tecnica e della tecnocrazia, divise nelle loro propaggini ultra occidentale (la California) ed estremo-orientale (la Cina), brillantemente dedotto dallo scomparso Emanuele Severino, assistiamo inerti ad una radicale inversione di tendenza. Degno di ammirazione diviene non più l’imprenditore, il broker, ma il genio del Web 2.0, il guru del post-umano e di una società che, incapace di risolvere le proprie stridenti diseguaglianze – e che le ha viste al contrario accrescersi – le sostituisce con la ricerca di “un’altra realtà”, un metaverso. Altri pianeti. Altri mondi in cui ricominciare daccapo e fallire, forse, meglio. L’attesa del piacere, l’illusione, l’immaginazione che in Leopardi, sole, possono condurre l’uomo alla felicità, si vivificano oggi al punto da divenire l’unica tangibile aspirazione umana.

In un film di Spielberg, Ready Player One, tale stridente realtà emerge in un contesto al limite tra la distopia e la passiva accettazione di una realtà che è già fattuale. Il mondo non è mai stato così povero dai tempi del dopoguerra. Le diseguaglianze mai così ampie. Eppure è il mondo virtuale l’unico desiderabile. Costruito per sperare in una vita migliore. Il sogno capitalista è divenuto una ricerca, incontrollata, di notorietà e successo ottenibili in maniera sempre più semplice, mediante gli strumenti del virtuale. In una recente inchiesta di Ian Bogost pubblicata sulle pagine di The Atlantic si è sottolineato in effetti come questo slittamento sia oggi cavalcato in maniera preponderante dal fenomeno TikTok:

«Per gli utenti giovani che ambiscono a diventare influencer, il fascino di TikTok è evidente. Gli insegnanti raccontano di studenti che saltano le lezioni per registrare balletti in bagno; in Nepal i santuari buddhisti mostrano cartelli con scritto “No TikTok”. John Christopher Dombrowski, studente della Cornell university i cui video a carattere scientifico gli hanno fatto guadagnare 2,8 milioni di follower su TikTok, ha dichiarato di essersi pagato la retta universitaria con i soldi dei contratti pubblicitari firmati […]. “I social network sono il nuovo sogno americano”, ha dichiarato.»

TikTok è l’emblema della totale liquefazione e digitalizzazione della realtà, messa in piedi da uno dei due pilastri tecnocratici citati: la Cina. Apparire per essere. Dall’esterno si ritorna nella grotta platonica, giacché le condizioni di vita vi appaiono altamente preferibili. E intanto dall’altra parte del Pacifico stentano a tenere il passo, si riorganizzano e puntano sul Metaverso. Progetto titanico, talmente inverosimile da essere (forse) costato a Zuckerberg già più dei prospettati guadagni. Il declino dei social network tradizionali, cui si associa l’instabilità del nuovo Twitter in salsa Musk, sembra profilare un destino di superamento. Crisi e riadattamento che il complesso anti-umano della Silicon Valley sembra aver trasformato nell’ultimo e più inquietante passo verso il Mondo Nuovo.

Aristocrazie digitali, moribonde prima di essersi consolidate, eppure desiderose di costituire, in luogo delle gerarchie terrene e spirituali della vecchia nobiltà, un nuovo ordine della pura quantità, fatto di codici binari, di progresso infinito, di negazione dell’umano, già decapitato spiritualmente, svestito dei suoi limitanti panni materici. L’illusione di un benessere senza limiti, lascia il posto alla consapevolezza di una gigantesca illusione, di un apparato di sogni, di aspettative, di scalata sociale ottenibili non più e non solo con i limitati mezzi materiali, ma con quelli infinitamente più produttivi del Metaverso occidentale e del TikTok cinese. Lo intravide già Guénon ne Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, come l’abisso materialista fosse solo l’anticamera ad un ulteriore e più inquietante passaggio:

«Si finirà soltanto per cadere immediatamente in un’altra illusione, peggiore della prima e più pericolosa sotto ogni aspetto, in quanto comporta conseguenze molto più estese e più profonde, illusione che è quella d’una “spiritualità alla rovescia” di cui i diversi movimenti “neospiritualistici” che la nostra epoca ha visto nascere e svilupparsi»

Grande è il contenuto “spiritualmente invertito” della propaggine occidentale. New Age, accelerazionismo, post-umano, ambientalismo e pacifismo in salsa social, convergono nel labirinto sociopatico della Silicon Valley. Chiusi al mondo e consapevoli di esserne la direttrice, i nuovi aristocratici rovesciano completamente il concetto, caro ai greci, del “governo dei migliori”. Invero essi sintetizzano megalomania (Musk) e cinismo (Zuckerberg). Si spingono nello spazio il primo e nell’irreale il secondo. Edificano piramidi, nutrendosi della forza lavoro di una umanità interte. Scrive Di Dario nel suo Declinare del mondo, come queste siano solo espressioni di un organismo che è già cadaverico, e che accelera nella sua dissoluzione, si proietta oltre la materia, oltre il rigor mortis di un’intera civiltà globale giunta al sospiro finale:

«Il digitale riduce la qualità alla quantità. Ogni caratteristica qualitativa può esser ora riportata alla quantità. La realtà intera viene ricondotta alle due varabili del sistema binario e la sua parte quantitativa riprodotta all’infinito. La natura – o meglio, ciò che il contemporaneo vede nella natura – può essere così quantizzata come l’informazione»

E mentre anche il denaro si fa puramente virtuale, la cultura viene veicolata per tramite puramente spettacolare. TikTok sostituisce il margine di attenzione, già frammentatosi nel fenomeno della serie tv, in una infinità di filmati di pochi secondi. La decisione individuale, caratteristica dell’individualismo e dell’umanesimo occidentali, si tramuta in un semplice meccanismo. Scrive ancora Drew Harwell per il Washington Post, come “il meccanismo di decidere cosa guardare” sia stato sostituito con “una scarica sensoriale di brevi video che forniscono un rilascio continuo di endorfine”.

Non è un supporto verso il futuro, quanto un orpello ad un’umanità stremata. La Silicon Valley si erge, come una torre in mezzo al deserto (letterale ed effettiva). La monarchia tecnocratica cinese, si erge imperiosa, smaterializzando il proprio fatiscente marxismo economico. Si osservano e si studiano, pronti a spartirsi la carcassa. E sembra di rivedere in questi tecnocrati, geni e maghi cybernetici, i negromanti di Clark Ashton Smith, infinitamente potenti, padroni di forze occulte, sovrani assoluti e spietati, corrotti e squallidi, di un mondo giunto già al suo respiro finale:

«E così i negromanti scacciati da Tinarath ebbero un impero e un popolo di sudditi nella terra desolata dove erano stati mandati a morire. Regnavano incontrastati sui morti di Cincor grazie ai loro poteri malefici e si comportavano da despoti. Portatori scarnificati recavano tributi dai regni vicini […]. Principi e ciambellani di epoche passate diventarono i coppieri dei due stregoni e per loro diletto gli antichi strumenti a corda vennero suonati dalle mani sottili di imperatrici dai capelli d’oro uscite intatte dalla tomba. Le più belle, quelle che i vermi e la pestilenza non avevano corrotto eccessivamente, diventarono le loro compagne e ne appagarono i desideri necrofili»

Desiderosi di pace, i morti insorgeranno alla fine del racconto rovesciando i loro folli burattinai. Reclamando la liberazione dalle catene e dagli orpelli del Regno della Quantità. Morendo ancora, i cadaveri rianimati tornano Umani. Le aristocrazie negromanti dei social network e dell’illusione, finiranno, come tutte le altre prima di loro, come scrive ancora Ian Bogost:

«Tutto ciò che possiamo fare è sperare che appassiscano, e fare la nostra piccola parte nel contribuire ad abbandonarli.»

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