Elias Canetti, ora

Intenet ha protetto gli individui, e imprigionato le masse.
Intenet ha protetto gli individui, e imprigionato le masse.

In questi ultimi cinquant’anni gli schermi (della televisione, dei computer, degli smartphone, ecc.) sono diventati sempre più padroni delle nostre vite, ma lo scoppio della pandemia ha impresso a questa tendenza una piega inaspettata. Quello che è successo negli ultimi due anni è stata un’autentica “tempesta perfetta” perché la diffusione del virus ha precipitato il mondo in una condizione nella quale il contatto fra le persone è improvvisamente diventato un problema ma, nella storia delle epidemie, non era mai accaduto che fosse disponibile una tecnologia come internet, in grado di permettere alle persone di informarsi, comunicare, interagire, lavorare e godere di ogni tipo di intrattenimento mantenendo i corpi distanziati.

Questa funzione di distanziamento ha ridato slancio ad un significato di “schermo” ormai dimenticato, quello di “protezione”. Durante la pandemia gli schermi, oltre ad essere quelle superfici luminose sulle quali ha continuato a scorrere lo spettacolo del mondo, ci hanno fatto sentire protetti dal virus. Ma è diventato subito chiaro che tutto ciò che protegge, contemporaneamente, separa e divide. Anche se questo problema era chiaro già da prima, la pandemia ha messo la funzione ambigua dello schermo, che unisce e che separa, al centro della scena questa. Ed è un’ambiguità che è bene non ignorare. Elias Canetti ha pubblicato nel 1960 un libro intitolato Massa e potere, che esordiva in questo modo: “Tutte le distanze che gli uomini hanno create intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati”. Poco oltre il testo proseguiva così:

“Solo nella massa l’uomo può essere liberato dal timore di essere toccato. Essa è l’unica situazione in cui tale timore si capovolge nel suo opposto. È necessario per questo la massa densa, in cui il corpo si addossa a corpo, una massa densa anche nella sua costituzione psichica, proprio perché non si bada a chi «ci sta addosso». Dal momento in cui noi ci abbandoniamo alla massa, non temiamo di esserne toccati”.

Elias Canetti, Massa e potere

Questa folgorante intuizione di Canetti mostra che “la paura di essere toccati” può essere inibita solo se una certa densità dei corpi determina una corrispondente densità psichica. Proprio l’esistenza di questo legame diretto fra fisico e psichico mette in luce una questione decisiva a proposito di internet, proviamo a porla in forma di domanda: cosa potrebbe accadere in una società nella quale miliardi di schermi impedissero di generare densità fisica mentre, attraverso quegli stessi schermi, un volume spaventoso di interazioni dovesse produrre una densità psichica enorme? Questa stessa domanda la si potrebbe riformulare in modo ancor più diretto così: cosa potrebbe accadere in una società nella quale si formassero delle masse senza corpi? Prima di provare a rispondere occorre aggiungere un altro tassello, perché Canetti ha individuato un altro aspetto che rende ancor più delicata quella domanda:

“Il principale avvenimento all’interno della massa è la scarica. Prima, non si può dire che la massa davvero esista […] All’istante della scarica i componenti della massa si liberano delle loro differenze e si sentono uguali. […] Nella scarica si gettano le divisioni e […] In quella densità, in cui i corpi si accalcano e fra essi quasi non c’è spazio, ciascuno è vicino all’altro come a se stesso. Enorme è il sollievo che ne deriva. È in virtù di questo istante di felicità, in cui nessuno è di più, nessuno è meglio d’un altro, che gli uomini diventano massa”.

Elias Canetti, Massa e potere

Questa ulteriore indicazione permette di precisare meglio la domanda posta in precedenza: se internet genera masse senza corpi e, di fatto, neutralizza ogni possibilità di “scarica” – non essendoci più nessun corpo vicino ad un altro – che tipo di esperienze produce? Che genere di sollievo potrà vivere chi fa parte di una massa nella quale i corpi sono come aboliti? Ma c’è soprattutto una domanda che occorre porsi: per quale motivo questo genere di esperienza attira come un magnete miliardi di persone?

Dovendo escludere che queste esperienze attraggano perché danno sollievo, occorre elaborare un’ipotesi diversa. Prendiamo, dunque, in considerazione il concetto di angoscia così come lo ha sviluppato Kierkegaard nell’omonimo libro. Più nello specifico concentriamoci su quel particolare tipo di angoscia che Kierkegaard chiamava “dello spirito sognante”, nel quale anima e corpo sono separati e non hanno ancora trovato la loro sintesi nello spirito, in un brano del libro egli afferma:

“In questo stato c’è pace e quiete; nello stesso tempo, qualcos’altro che non è né inquietudine né lotta, perché non c’è niente contro cui lottare. Allora cos’è? Il nulla. Ma quale effetto ha il nulla? Esso genera angoscia.”

Kirkegaard, Opere

Riformulando questa idea in un linguaggio più vicino alla nostra sensibilità, e senza forzare il senso delle parole di Kierkegaard, possiamo considerare l’angoscia dello spirito sognante come una mancanza di consapevolezza di sé determinata dall’assenza di unità fra corpo e psiche, questa situazione crea la tipica condizione di innocenza e di ignoranza che vivono i bambini. L’innocenza, ovvero la mancanza di consapevolezza di sé, crea uno stato di quiete ma, in questo stato di quiete, c’è anche qualcos’altro che genera angoscia. È questo aspetto che occorre comprendere bene. Per Kierkegaard lo spirito (cioè la consapevolezza di sé) anche se non c’è (anche se è nulla), non è completamente assente, piuttosto è come se fosse sospeso, sognante. Anche se lo spirito ancora non c’è, è come se avvertisse la possibilità di poterci essere. L’angoscia dello spirito sognante nasce proprio da questa condizione nella quale lo spirito ancora è nulla, ma avverte la possibilità di poter diventare cosciente di sé, e quindi desidera poterlo diventare ma, essendo sognante, non ci riesce; per questo è angoscia per nulla, e la ragione di questa impossibilità, è bene ricordarlo, è determinata dal fatto che corpo e psiche sono separati. L’angoscia per nulla è il presentimento di qualcosa che potrebbe esserci, ma ancora non c’è, e che non si comprende in modo chiaro cosa potrebbe essere.

“Nella veglia la differenza fra l’io e l’altro da me è posta; nel sonno è sospesa; nel sogno è un nulla accennato.”

Kirkegaard, Opere

L’angoscia fiorisce proprio in rapporto a quel “nulla accennato” che promette la possibilità di uno spirito, di un io (e quindi di un altro) che però ancora non ci sono. Questa situazione oscillante determina quella che Kierkegaard definisce la “dialettica dell’angoscia”: da un lato l’io vorrebbe porsi come tale, e acquisire piena consapevolezza di sé ma, contemporaneamente, l’io non vorrebbe questa consapevolezza perché ne è come infastidito, come quando al mattino ci si sveglia da un bel sogno e si desidererebbe rimanere ancora in quella condizione beata e, per un po’, si lotta contro la coscienza del fatto che quello era “solo un sogno”. In una pagina dei suoi Diari, Kierkegaard scrive:

“L’angoscia è il desiderio di ciò di cui si ha paura, un’antipatia simpatica; è una forza estranea che ghermisce l’individuo senza che egli possa né voglia liberarsene, perché si ha paura e nondimeno si desidera ciò di cui si ha paura.”

Kirkegaard, Diario volume 3

Ciò di cui si ha paura, nell’angoscia, è la possibilità di avere un io, di essere coscienti di sé, ma, nello stesso tempo, è anche ciò che si desidera. Forse potrà apparire bizzarra l’ipotesi di voler spiegare la forza di attrazione di internet attraverso il concetto di angoscia, eppure il primo Matrix è stato un film profetico proprio perché ha mostrato, con circa vent’anni di anticipo, questa evidenza, quando ancora la si poteva solo vagamente intuire. La fatidica domanda che Morpheus fa a Neo, “Pillola rossa o pillola blu?”, segretamente intendeva questo: “Vuoi smettere di essere sognante? Vuoi prendere coscienza di te?”. E Neo stesso ragiona da “spirito sognante” quando, in una delle scene iniziali del film, domanda alla persona che fruisce dei suoi servizi da hacker: “Mai provata la sensazione di non sapere se sei sveglio o stai ancora sognando?”. Anche se la domanda sembra sollevare un problema tipicamente cartesiano, qualche scena dopo è Trinity, sempre in un dialogo con Neo, a sistemarla sotto una luce corretta:

“So perché sei qui Neo, so cosa stai facendo, so perché non dormi, so perché vivi da solo e perché una notte dietro l’altra lavori al tuo computer… tu stai cercando lui! Lo so perché a suo tempo ho cercato la stessa cosa, e quando lui ha trovato me, mi ha detto che non cercavo qualcosa di preciso, ma che cercavo una risposta… è la domanda il nostro chiodo fisso Neo…”,

Matrix

al che Neo risponde “…che cos’è Matrix?”. L’equivoco di questo dialogo è il punto decisivo, mentre Neo crede di essere alla ricerca della verità sul Matrix, ignora completamente il fatto che, in realtà, sta cercando se stesso. La sua è la tipica angoscia di uno spirito sognante che desidera conoscere la verità senza avere minimamente idea di quale sia la verità che sta cercando, perché la coscienza di sé è ancora nulla (in modo implicito questo stesso tema si ritrova anche nel mito della caverna di Platone). Neo è convinto che la sua ignoranza dipenda dalla mancata conoscenza di una qualche realtà esterna che gli sfugge (il Matrix appunto), ma in realtà ciò che egli sta cercando, senza saperlo, è il proprio io! È bene ribadire le parole di Kierkegaard:

“L’angoscia è una forza estranea che ghermisce l’individuo senza che egli possa ne voglia liberarsene, perché si ha paura e nondimeno si desidera ciò di cui si ha paura”.

Kirkegaard, Opere

Scena tratta dal film Matrix

Così, quando Neo viene finalmente scollegato dal Matrix, è spezzata la sua condizione sognante e lui ottiene quello che desiderava senza saperlo, un’autentica consapevolezza di sé, e la ottiene prendendo coscienza, prima di tutto, del proprio povero corpo incatenato e martoriato dai cavi. Da quel momento egli inizia a costituirsi come spirito, e da lì inizia anche la dialettica dell’angoscia, infatti qualche scena dopo Neo rifiuterà quella nuova consapevolezza di sé datagli da Morpheus come un peso insopportabile. Tuttavia in Matrix è Cypher il personaggio che meglio esprime l’altro lato della dialettica dell’angoscia, quello che incarna la paura, il dolore e il rifiuto di essere un io cosciente. Nella scena in cui Cypher si incontra con l’agente Smith per tradire Morpheus, egli afferma in modo categorico:

“Io so che questa bistecca non esiste, so che quando la infilerò in bocca Matrix suggerirà al mio cervello che è succosa e deliziosa. Dopo nove anni sa che cosa ho capito? Che l’ignoranza è un bene… Io non voglio ricordare niente… niente! E voglio essere ricco!”.

Matrix

La spietata sincerità di Cypher spiega l’essenza del nostro tempo meglio di mille saggi di filosofia: Cypher non vuole avere alcuna consapevolezza di sé e, non certo per caso, tesse un enfatico elogio dell’ignoranza. Ovviamente per smettere di avere consapevolezza di sé c’è un solo modo, dimenticare di avere un corpo, sospenderlo di nuovo nel Matrix, e tornare ad essere uno spirito sognante. Ma… quando Cypher avrà raggiunto di nuovo questa condizione, e avrà dimenticato tutto, sappiamo già che tornerà a sentire la possibilità di porre se stesso in maniera concreta, ovvero tornerà nella medesima angoscia per il nulla che sentiva Neo. Cypher e Neo sono, in realtà, due immagini di quella dialettica dell’angoscia che tiene inchiodate milioni di persone su internet:

“L’angoscia non è una determinazione della necessità, ma neanche della libertà; essa è una libertà vincolata […] in se stessa”

Kirkegaard, Opere

Volendo è possibile dare un’immagine ancora più vivida a questo problema. Pasolini, in un famoso articolo pubblicato sul Corriere della Sera, scrisse che il desiderio inconscio di ogni “drogato” è quello di morire. Forse oggi bisognerebbe rettificare questa idea dicendo che il desiderio dei forti “consumatori” di internet è quello di poter essere sospesi per sempre, come in un sogno, in un perenne stato di innocenza e di dimenticanza di sé, che non è voluta, ma è voluta…

Se a questo punto tornassimo alla domanda “Perché internet continua ad attirare miliardi di persone?”, si potrebbe rispondere così: “perché genera angoscia”. E quanto più, in futuro, questo fenomeno colonizzerà la vita delle persone, tanto più l’angoscia diventerà intensa. Per questo il panorama terrificante di corpi sospesi, che si apre sotto lo sguardo sconvolto di Neo appena liberato dal Matrix, è solo l’immagine estrema di un problema che sta solo albeggiando.

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