Vecchio futuro, nuovo passato e nessun presente

Le contraddizioni di un’epoca che pensa il futuro con idee vecchie e rifonda il passato con idee nuove. In tutto questo, il presente dov’è?
Le contraddizioni di un’epoca che pensa il futuro con idee vecchie e rifonda il passato con idee nuove. In tutto questo, il presente dov’è?

Quale consapevolezza del presente può produrre una società che elabora vecchie visioni del futuro e nuove visioni del passato? È rarissimo, per non dire impossibile, trovare un qualche discorso del futuro che non sia posticcio o comunque la riproposizione in veste nuova di idee vecchie di decenni. Allo stesso modo, sembriamo diventati incapaci di guardare al passato con la grigia serenità che la polvere del tempo dovrebbe suggerirci e ci affanniamo invece a giudicare il passato, spesso con approssimazione, secondo criteri attualissimi.

Le narrazioni più in voga sul futuro e sul passato dell’umanità sono perlopiù catastrofiste: ieri il mondo era il regno di abusi, soprusi e violenza, meno male che ce ne siamo resi conto; domani il mondo sarà un deserto ipertecnologico nella devastazione ambientale, sempre che non interveniamo prima. Il filo di lama su cui sediamo è allora il peggiore dei mondi possibili perché se da un lato è ancora retto dalle logiche perverse e violente del passato, dall’altro ne ha generate altre che produrranno la devastazione futura. Questa doppia narrazione in avanti e all’indietro pone chi sta in mezzo, cioè intellettuali e militanti del presente che animano tali dibattiti, nella posizione di autoproclamati giudici del passato, del presente e del futuro, condizione che è sempre stata attribuita solo agli dei. Più in generale, la nostra epoca si colloca (e ama raccontarsi) come l’ultimo anello di una catena di errori e orrori e contemporaneamente il primo anello di una catena che preannuncia gli stessi esiti, sebbene per ragioni diverse. Cultura della paranoia, l’ha chiamata qualcuno.

Se fermassimo una persona per strada e le chiedessimo come immagina il futuro, probabilmente risponderà in due modi, a seconda dell’esposizione mediatica. Prima opzione: si aspetta un futuro catastrofico, in cui la terra collasserà per effetto del cambiamento climatico, acqua e cibo saranno insufficienti, fame e malattie imperverseranno, il mercato e i sistemi politici imploderanno e si aprirà la strada per l’estinzione dell’umanità. Seconda opzione: la nostra vita fisica e quella virtuale si fonderanno, diventeremo dei cyborg, molto più intelligenti e forti di ora, il cui corpo sarà l’hardware che ospiterà software impiantati; la robotica verrà applicata anche alla vita quotidiana, abiteremo smart cities ipertecnologiche dove tutto sarà elettronico e interconnesso. Esiste anche, a corollario della seconda opzione, la sua versione politicamente pessimista: gli stati non reggeranno alla pressione dell’onniscienza e dell’onnipotenza della tecnologia e delle aziende che la producono, divenute ormai più potenti degli stati stessi; si inscenerà così una specie di 1984 versione 2.0.

Queste narrazioni, che pure sono suggestive e accattivanti, soffrono però un problema fondamentale: rispondono tutte alla domanda “cosa cambierà?” e mai alla domanda “cosa rimarrà uguale?”. Inoltre, peccano di eccessivo ottimismo o pessimismo, in ogni caso dimenticando che la storia non procede linearmente e che il catastrofismo spesso si rivela una bolla di sapone. Negli anni Sessanta la principale paura era l’olocausto dell’umanità in una guerra nucleare Usa-Urss; nel frattempo tutti fumavano dovunque ed erano convinti che gli aerei sarebbero presto diventati velocissimi. Nessuno aveva immaginato che gli aerei sarebbero rimasti pressoché uguali ma nel frattempo il comunismo sarebbe crollato e fumare sarebbe stato proibito. Figurarsi poi se si poteva prevedere la diffusione di internet. Proprio ciò che era inatteso, la tecnologia inaspettata e quasi casuale, è stata quella più incisiva e più capace di trasformare il nostro modo di fare e pensare le cose. Tutte le narrazioni sul futuro tralasciano un importante dettaglio: l’imprevisto. Come ha efficacemente scritto John M. Greer su UnHerd:

“Dobbiamo essere preparati a affrontare progresso tecnologico e disfacimento tecnologico, scosse improvvise e transizioni lente, nuove opportunità eforti limiti – tutte queste cose, tutte insieme.”

John M. Greer 

Inoltre, ci si concentra quasi esclusivamente sugli strumenti dell’agire umano, la tecnologia, e sulle condizioni ambientali: in ogni caso, su ciò che è esterno all’essere umano. Nessuna narrazione infatti prefigura dei cambiamenti culturali e di costume. Prevederli è davvero impossibile, ma proporli no. L’unica proposta culturale di massa in tal senso è quella ambientalista, che chiede di modificare le abitudini così da ridurre l’impatto ecologico. Tutte le altre narrazioni sul futuro dimenticano che nell’immaginare un mondo nuovo bisogna per forza immaginare anche un uomo nuovo.

Ma forse aveva ragione Emanuele Severino e davvero stiamo vivendo il periodo di transizione tra l’epoca di asservimento della tecnica all’uomo faber all’epoca di asservimento dell’uomo alla tecnica, che ne diventa padrona. Infatti, mai ci si chiede come potremo noi cambiare muovendo da noi stessi, bensì sempre e solo come la tecnologia ci cambierà, o al massimo come potremo cambiare grazie alla tecnologia, come se la tecnologia non fosse essa stessa un prodotto umano bensì un’entità separata che ci governa.

In ogni caso, le proiezioni ideali e perfino i progetti concreti rispetto al futuro risultano tutti rimestati nel passato, rifacimento in termini nuovi e tecnologicamente più avanzati di idee già viste e riviste. Come ha notato Joel Stein, il metaverso progettato da Zuckerberg “risolve un problema che non esiste”, è la versione interattiva del cinema con gli occhiali 3D e rischia di fare la stessa fine. Perché in fondo “noi vogliamo solo storie” e “se per farcele raccontare dobbiamo fare degli sforzi, allora non ci stiamo.” Se per parlare con amici o colleghi bisogna mettersi in faccia un visore, magari guadagnandone mal di testa, identificarsi nel proprio avatar e spendere perfino denaro per abbigliarlo e dotarlo di accessori virtuali, allora no: meglio una normalissima videochiamata, comoda, gratis e in grado di produrre pressappoco gli stessi risultati.

Allo stesso tempo, se la tensione verso il futuro è tutta tecnologica e ambientale e per nulla morale, l’osservazione e il giudizio del passato seguono invece solo criteri morali. Si soffre in ciò il vizio già discusso, cioè l’eccesso di settarismo unito all’equivoco della linearità della storia. Pare non si riesca più a concepire che in passato nessuno era tenuto a essere coerente al pacchetto all inclusive di valori che noi oggi crediamo irrinunciabili, cioè che si poteva essere illuministi e razzisti, sostenitori di diritti civili e politici e schiavisti, antifascisti e colonialisti, grandi intellettuali e persone spregevoli.

In generale, si è constatato che nel passato la maggior parte delle persone – soprattutto chi rivestiva potere politico o culturale – sbagliava e, quel che è peggio, a volte si presume lo facesse intenzionalmente. Ne conclude Douglas Murray sullo Spectator:

“Da questa constatazione può venire un orgoglio fuori luogo. È una delle ragioni per cui la nostra epoca ha un così arrogante desiderio di esprimere giudizi su chiunque del passato. Poiché non sapevano cose che noi sappiamo, abbiamo un’innata tendenza a ritenere che perciò siamo in qualche modo migliori di loro.”

Douglas Murray

Sfugge ai giudici che un domani potranno essere giudicati secondo altri criteri ed essere ritenuti deplorevoli e meritevoli di cancellazione allo stesso modo. Sarebbe il caso di ricordare l’apologo di Wallace in cui il pesce anziano chiede ai pesci giovani come sia l’acqua e questi non sanno rispondergli perché non hanno idea di cosa sia l’acqua. Nessuno è in grado di affermare con certezza cosa è giusto e cosa sbagliato nel momento in cui le cose avvengono. Il più delle volte non siamo neppure in grado di stabilire cosa esattamente stia avvenendo, figurarci trarne un’opinione la più corretta e lungimirante, che resista all’erosione culturale dei secoli, e agire di conseguenza.

Allora da dove viene questa veemenza giudicante e cancellatrice? Forse dal desiderio dell’affermazione di sé nell’oblio di ciò che è stato. Il passato sta lì: lo guardiamo e ci guarda, lo interpretiamo e ci facciamo ispirare, magari in polemica e cercando di non ripetere gli stessi errori. Ma siamo diventati così impazienti di stabilire i nostri nuovi modi di intendere le cose da non riuscire più a tollerare il forzato dialogo con i nostri predecessori. Ecco che allora si invoca la distruzione del passato così che dalle macerie si possa riedificare tutto da capo. Non altrimenti si spiega come si possa auspicare la rimozione della classicità greco-romana e giudaico-cristiana da quello che è il suo posto naturale, che piaccia o no: il fondamento della cultura occidentale. E come possano classicisti scrivere, come Johanna Hanink sul Chronicle (in un articolo prima intitolato “Se i classici non cambiano, che brucino” poi furbescamente modificato in “Un nuovo percorso per i classici”), che preferirebbero “vedere l’attuale incarnazione dei classici bruciare invece che fossilizzarsi”, e di “essere impazienti di un fuoco che apra la strada a una nuova salutare ricrescita.”

Il passato è silenzioso: siamo noi a farlo parlare. Quindi tutto sta in cosa gli facciamo dire. Infatti, come ha risposto James Kierstead a Hanink:

“Le idee sull’antica Grecia e l’antica Roma sono state usate per autorizzare all’incirca qualsiasi progetto si possa immaginare, da comunismo e fascismo a femminismo e democrazia liberale.” 

James Kierstead

A meno che uno non voglia fare dei greci misogini, schiavisti e pederasti un modello di condotta, criticarne queste caratteristiche, rilevare che le loro opere sono anche servite a perpetuare “suprematismo, colonialismo, classismo e misoginia” e che lo studio dei classici è stato tradizionalmente condotto da maschi-bianchi-eterosessuali non muove di un millimetro il rapporto che con essi possiamo avere oggi. Noi non siamo di ciò responsabili e nessun fuoco rimetterà le cose a posto, se c’è un posto.

Davvero in certi ambienti oggi si avverte una tale urgenza di rimediare ai mali della storia, di rifondare pressappoco tutto lo scibile umano in termini sociali e culturali, da non esitare nemmeno di fronte alla cancellazione delle strutture e perfino delle persone che quel passato hanno popolato. Dovremmo invece mantenere la calma e avere lo sguardo lucido e abile nel discernimento, così da distinguere l’abominio da ciò che abominio non è, “ricordando che, come noi, quando erano vivi nemmeno loro avevano idea di cosa stesse succedendo”, come ci suggerisce Murray. Figurarsi poi se potevano sapere come sarebbe andata a finire. E nemmeno noi lo sappiamo.

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