Céline vs. cancel culture

Torna lo studio di Pol Vandromme su Louis-Ferdinand Céline. Elogio di uno scrittore necessario in questo tempo di codardi e moralisti
Torna lo studio di Pol Vandromme su Louis-Ferdinand Céline. Elogio di uno scrittore necessario in questo tempo di codardi e moralisti

Esercizio di retorica a vuoto provare a mettere un cappello su Céline. Céline ha sempre voluto appartenere a Céline. Un reietto arrivato fino all’anfratto più nero della notte, per impastare miseria e abiezione e farne seme di un nuovo, rivoluzionario stile (un argot mai visto), mentre l’uomo moderno assiste sbigottito allo schiantarsi delle sue menzogne borghesi sul suolo duro della Grande Guerra. Non vale neanche la pena accostarsi ad un imperdonabile come lui, se si pensa che la letteratura – e l’arte in generale – debba essere roba da educande o, peggio ancora, da aspiranti Torquemada laici che vanno a caccia di fantasmi per sottrarsi al giudizio impietoso di uno specchio. Un uomo che mastica odio, pietà  per i derelitti, disperazione e polvere e sputa un’opera – tutta – che è il risultato di una tenzone all’ultimo sangue tra la carta e la parola parlata, perché la prima non diventi, come la chiama lui stesso, la “pietra tombale” della seconda. Una parola che rompe gli argini di uno stile che anestetizza le emozioni, non per la pretesa, né per l’interesse di fondare una nuova estetica, ma per offrire una via di fuga dal mortifero culto moderno dell’esatto, del cronometro, del ponderabile. Tutto quello, cioè, che non si addice alla natura dell’uomo. 

Che farne, di Céline? Uno che ha cominciato a scrivere per motivi di mera indigenza, desiderando, da medico spiantato di banlieu, affrancarsi dall’assillo di un affitto difficile da onorare con regolarità; per guadagnarsi la vita. Nessuna idea, di cui sono già piene le enciclopedie, come ripeterà più volte lui stesso, sta alla base di questo nuovo stile, quasi jazzistico. Non ambisce a divenire modello in senso accademico per nessuno, pur sapendo di essere l’artefice di un nuovo modo di scrivere: la vita che irrompe nella letteratura non per sentito dire, ma perché, per essere scrittori credibili, anche nelle venature comiche, bisogna pagare un prezzo sul piano personale, senza stare a mercanteggiare. Uno scultore della lingua per cui la scrittura dev’essere testimonianza di una vita che fluisce senza menzogneri fronzoli stilistici, ma che pure si intreccia all’affabulazione: “il vero, dirà lui stesso, si fa barando al modo giusto”. E lui è un tipo di baro onesto, se si è disposti a misurarsi con questa contraddizione in termini e con uno che ha avuto come compagna di creazione la morte o qualsiasi cosa le somigliasse. Uno stilista meticolosissimo, nemico dell’improvvisazione, che letterariamente maneggia l’esistenza aggiungendo o sottraendo, come quando si descrive come uno dei miserabili di cui si è preso cura, senza esserlo mai stato davvero, oppure quando racconta di una ferita di guerra – una trapanazione al cranio – che non ha mai avuto, solo perché devono essergli sembrate ben poca cosa quelle vere. Nessuna pacificazione, ché chi scrive non solo non è un uomo risolto, ma neppure vuole esserlo, soddisfatto di rimestare nei suoi deliri e nelle sue nevrosi. Céline o lo si ingoia senza filtri, che non vuol dire giustificazioni, oppure lo si riduce a caricatura letteraria e umana. 

È abbastanza nota la vicenda editoriale della produzione celiniana, travagliatissima soprattutto in seguito all’accusa, provata, di essere stato collaborazionista: per censurare i tre libelli antisemiti Bagatelle per un massacro, La bella rogna La scuola dei cadaveri – che lui stesso e la moglie Lucette si rifiuteranno di ridare alle stampe –  si è finiti con il trattare come un incidente della letteratura tutta la sua opera. Perfino il centenario della sua nascita, in Francia, è passato sotto silenzio. Il problema, con Céline, è sempre lo stesso: l’imbarazzo di chiedersi come possa un geniale innovatore della lingua essere la stessa persona che ha composto opere così odiose. In fondo, se ci pensiamo, l’uomo che si è speso nelle banlieu parigine per curare gratis gli ultimi, è lo stesso, identico uomo capace di odiare così potentemente. Si rimane sconcertati di fronte a questa evidenza. Come se l’essere umano non debba mai passare dal fuoco incrociato delle sue contraddizioni. Come se fosse uno scandalo inaccettabile, ancora oggi, che grazia e perdizione camminino fianco a fianco in ciascuno di noi, certo non con gli stessi drammatici (o felici) esiti per tutti.

Era necessaria la ripubblicazione del Louis-Ferdinad Céline del belga Pol Vandromme (uscito per la prima volta nel lontano 1963, in Italia per Borla), per i tipi di Italia Storica, per metterci di fronte, ancora una volta ad un problema che non rimane circoscritto alla sfera della critica letteraria. Vandromme riemerge dall’oblio per ricordarci l’indicibile e, cioè, banale: l’autore del Viaggio al termine della notte, “pane per un secolo intero di letteratura”, dirà la lettera di accompagnamento al manoscritto al momento di consegnarlo a Gallimard, è lo stesso di Bagatelle per un massacro e degli altri libelli antisemiti. Dunque, senza turarsi il naso, senza atteggiamento da purghe pedagogiche che tagliano e cuciono l’innominabile francese fino a farne brandelli insignificanti, si e ci immerge nell’universo celiniano procedendo in senso verticale. Cioè, il belga si rifiuta di scegliere tra l’abisso del polemista o l’altezza dell’innovatore, perché ha l’ardire di toccarli entrambi, per parlarci di un uomo che ha mostrato se stesso nascondendosi dietro maschere, da indossare indifferentemente in privato e in pubblico. Per muoversi con questa disinvoltura, bisogna rinunciare ad uno sguardo inquisitore da pregiudizio, senza censure preventive che finiscono con il rendere impossibile un giudizio libero sulla realtà, che necessariamente giunge solo dopo aver riconosciuto il diritto di parola, e di errore, al nostro interlocutore. 

La pubblicazione del saggio di Vandromme, con queste premesse, ci spinge un po’ più in là nelle considerazioni. In tempi in cui ci si illude di progredire attraverso quella forma di addomesticamento culturale che ci giunge da oltreoceano con il nome di cancel culture, si pretende di fare strame di personaggi del passato cui si vuole far pagare un tardivo e, per certi versi ridicolo, fio per non essere stati perfetti. L’orrore della soppressione di corsi universitari dedicati ai greci e ai latini; l’abbattimento di statue, etc… sono tutti segni dell’inadeguatezza del postmoderno di fronte all’umano, troppo umano. Non solo e tanto quello del passato e quello degli altri. È il terrore di se stesso, quello che lo muove nella furia iconoclasta. Terrore dei suoi limiti, delle sue contraddizioni, della sua potenzialità di santo e carogna allo stesso tempo. In definitiva, poco incline al perdono, mentre va per il mondo a distruggere, salmodiando falsi inni all’amore e sacrificando la ragione sull’altare di un sentimentalismo buono per anime da manuali di istruzione dell’Ikea. Un puerile, ancorché pericoloso, moralismo che chiama a perseguire le miserie altrui, mettendo le proprie sotto il tappeto, che distrugge non per ricostruire, ma per un perverso amore delle macerie.

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