Kipling & la Cancel Culture

Il cantore del “fardello dell’uomo bianco” è semplicemente un genio. Bompiani pubblica una nuova versione del “Libro della giungla”. Tettamanti: “La cancel culture è una delle perversioni più cupe dei nostri tempi”
Il cantore del “fardello dell’uomo bianco” è semplicemente un genio. Bompiani pubblica una nuova versione del “Libro della giungla”. Tettamanti: “La cancel culture è una delle perversioni più cupe dei nostri tempi”

Bisogna sfogliare l’edizione del 1903, stampata da Macmillan, digitalizzata, ora, dalla Library of Congress, illustrata dai gemelli Edward e Charles Detmold, due ventenni dal talento prodigioso e tragico. Solo lì, in quei disegni, capite l’entità divina di Mowgli: l’indecente giovinezza, la nostalgia violenta, asessuata, il genio della giungla. L’Ottocento palpita di divinità letterarie, bambine, di infanti speciali: Alice sgomita nel Paese delle Meraviglie – prima che qualcuno la trasfiguri in Lolita, nel mondo claustrale e lubrico degli uomini –, Pinocchio tenta di trasmutare il legno in corpo – e si tradurrà, astratto, in Fanciullino, “la vocina del bimbo interiore” –, Peter Pan, più tardi, darà alla rivolta una natura cauta, capricciosa, innocua, l’isola-che-non-c’è sul cuscino. Mowgli, desunto da un mito barbaro – “C’è ancora l’osso da spezzare, disse Mowgli… E la lama arrossata di sangue lampeggiò come un fulmine lungo le reni di un dhole” – non si fa civilizzare dagli scout, non arde nella buona morale dei civilizzatori, sa sciogliere la ritrosia del serpente e staccare la pelle dalla rabbia della tigre; precede tutti gli dèi, ci è conficcato come un monito tra le costole.    

Secondo Bruce Chatwin, il modello di Mowgli era Dina Sanichar, uno dei tanti “bambini selvaggi” trovati ai margini della foresta, nell’Uttar Pradesh. Morì di tubercolosi l’anno in cui pubblicarono Il libro della giungla, nel 1894. Rudyard Kipling non aveva neanche trent’anni: audace giornalista a Lahore, aveva già scritto tanto – tra cui il celebre L’uomo che volle farsi re – e viaggiato moltissimo, dal Giappone al Sudafrica all’Oceania. Fissò la sua dimora a Brattleboro, nel Vermont, per poi approdare in Inghilterra. Roso da una inquietudine bianca, una lebbra, Kipling non stava bene da nessuna parte, si sentiva sempre fuori luogo, strappato da una qualche giungla immaginaria. Quanto a Mowgli, disse che glielo aveva imposto il suo Demone, “e quando il Demone è al comando, non azzardatevi a pensare razionalmente, lasciatevi trascinare dalla corrente, aspettate e obbedite”. Ottenne il Nobel giovanissimo, nel 1907, a 41 anni; gli morì un figlio, l’unico maschio, John, al fronte, durante la Prima guerra; i suoi racconti si fecero sempre più oscuri, labirintici, gravi. Borges lo amava, Horacio Quiroga lo idolatrava, in molti, dopo la morte, nel 1936, cercarono di defenestrarlo: figlio del vecchio mondo, Kipling era il cantore del colonialismo, del “fardello dell’uomo bianco”, il “reazionario… che si è venduto alla classe governativa britannica” (così George Orwell, scrittore meno bravo di ‘Ruddy’). Eppure, degno miniatore di contraddizioni, Kipling era anche lo scrittore di If…, stornello da intonare compulsando Siddharta durante il canonico viaggio in Oriente. Il libro della giungla, ora pubblicato da Bompiani nella nuova versione di Stefano Tettamanti, è semplicemente un capolavoro, di atavica potenza, dove spesso si sente l’odore del sangue (in racconti come La foca bianca, L’ankus del re, Cane rosso). Inaccettabile per gli umani, cacciato dal popolo della giungla, Mowgli resta il ragazzo enigmatico, che sa tutto e da tutti è escluso, il puer aeternus che verrà a falciare il tempo, cavalcando la pantera.

Perché tradurre I libri della giungla?

La mia via a Kipling è stata prima cinematografica e poi letteraria. Ho cominciato con lo strepitoso film di John Huston con Sean Connery e Michael Caine, L’uomo che volle farsi re, che è del 1975 ed è tratto da un racconto di Kipling. Poi, qualche anno dopo (il ’78? so che ero a militare) La casa dei desideri, nella Biblioteca di Babele, l’incredibile (a riguardarla oggi) collana diretta da Borges per Franco Maria Ricci, uno di quei racconti per cui Borges paragonò Kipling nientemeno che a Kafka. Da allora non ho mai smesso di leggere Kipling, ovviamente, da bravo settantasettino, vergognandomi un po’ di amare tanto il cantore del colonialismo, il fascista inglese e scemenze simili assortite (che, temo, non erano tipiche soltanto di allora), vergogna mitigata soltanto qualche anno dopo dalla scoperta dell’interesse per Kipling di Antonio Gramsci e infine del tutto dimenticata grazie alla lettura fascinosa di Quest for Kim. In search of Kipling’s Great Game di Peter Hopkirk (da poche settimane meritoriamente tradotto in italiano dalle Edizioni Settecolori con il titolo Sulle tracce di Kim. Il Grande Gioco nell’India di Kipling). Quello che non avevo mai fatto, era stato leggere integralmente i Racconti della Giungla, tanto meno in originale (né avevo mai visto il cartone di Disney e tanto meno ho fatto il lupetto). La proposta di tradurli ricevuta da Andrea Tramontana, che per Bompiani dirige la collana dei classici, mi ha obbligato a riempire un buco. Buco, ora lo so, colossale. I libri della giungla sono un capolavoro assoluto della letteratura di tutti i tempi, a tradurli mi sono divertito, appassionato, commosso e mi sono convinto, una volta per tutte, che leggere regala uno dei piaceri più intensi e duraturi che si possano provare.

Che lingua è quella di Kipling, come è possibile ingabbiarla nell’italiano di oggi?

Spero di non aver ingabbiato niente, il ricordo di Bagheera ingabbiato dall’uomo era sufficiente a farmi detestare ogni gabbia. La libertà è la forma più pura di fedeltà e traducendo (ovviamente confortato dalletraduzione italiane storiche, quelle di Umberto Pittola per Mursia, di Silvia Rota Sperti per Feltrinelli, di Giuliana Pozzo Galeazzi per Rizzoli e naturalmente di Ottavio Fatica per Einaudi) mi sono preso delle libertà. Forse la più rilevante è stata quella di non seguire metrica e rime delle poesie-ballate-canzoni che precedono e chiudono ogni racconto. Mi è sembrato che sarebbe stata un’esibizione di virtuosismo che avrebbe prodotto risultati involontariamente comici e sono andato giù liscio. Per il resto, una volta che a ogni riga ti ripeti che stai lavorando al testo di un grande stilista (un premio Nobel per la letteratura, en passant), dalla ricchezza linguistica fuori dell’ordinario e dopo ogni riga capisci che ce la puoi fare, che è l’autore stesso a offrirti tutto il suo aiuto per far sì che venga letto con facilità da italiani che vivono un secolo e mezzo dopo di lui, be’, il più è fatto. Rimane solo da decidere se le forme verbali riferite a Bagheera o Shere Khan, rispettivamente una pantera e una tigre maschi, vadano concordate al maschile o al femminile. Bagheera era comodamente sdraiata o sdraiato? Shere Khan si allontanò furibonda o furibondo? Se qualcuno fosse curioso di sapere come ho risolto il dilemma può leggere l’edizione Bompiani dei Libri della giungla.

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Mowgli, Alice, Peter Pan: in pochi decenni l’Inghilterra letteraria evoca tre personaggi letterari, mitici, che costituiscono dei “tipi”, indimenticabili. Qual è in particolare la caratteristica di Mowgli?

Mowgli compare solo in una piccola parte dei racconti, ma è evidente che la sua esperienza di ragazzo selvatico, mezzo uomo e mezzo bestia, anzi né uomo né bestia, è quella che riempie di sé tutto il libro. Il limite, continuamente superato e infranto, fra due culture e due condizioni differenti, la scoperta della infinita complessità delle cose, il rispetto totale per l’alterità, il rapporto con la cosiddetta natura che ha fatto parlare alcuni (Antonio Faeti ad esempio) di visione proto-ecologica di Kipling (visione peraltro lontana anni luce dal verdismo di maniera oggi di moda). E la solitudine, la solitudine estrema, che viene accettata e non scade nella depressione grazie all’ironia e al senso dell’umorismo che la riscattano. Questi, mi sembra, i tratti essenziali per una psicologia di Mowgli.

Siamo nell’era in cui le statue vengono abbattute e vien fatto lo scalpo ai miti. Da tempo, ormai, Kipling è relegato come aedo del colonialismo, cantore del White Man’s Burden, reazionario, ultimo refluo dell’era vittoriana: è davvero soltanto questo? Non ritiene sia naturale, proprio oggi, rivalutare Kipling?

La cancel culture è una delle perversioni più cupe dei nostri tempi. Non credo tuttavia che Kipling abbia bisogno di essere rivalutato. Basterebbe leggerlo per evitare di dire o pensare delle solenni belinate sul suo conto. Solo che leggere, oltre che estremamente piacevole, è anche maledettamente faticoso. E non tutti quelli che vogliono parlare di libri e di scrittori hanno la pazienza di leggerli, i libri e gli scrittori. Più comodo andare ai festival, ai saloni, alle rassegne, alle presentazioni piuttosto che starsene chiusi in casa a leggere.

Qual è tra i racconti della giungla quello che la affascina di più? Perché?

Sono indeciso fra La foca bianca, così crudo e così poetico, il racconto in cui, a costo di sforzi inenarrabili e derisioni violente, Kotik trova una via di fuga dalla ferocia dei cacciatori di pellame, grazie al passaggio che gli indica il più improbabile e imperscrutabile dei frequentatori dei mari del nord, la vacca marina, e Quiquern, meraviglioso racconto visionario sullo scioglimento dei ghiacci e sulla durezza della vita. Anche Toomai degli elefanti però, con quella danza spaventosa e ipnotica cui i pachidermi si abbandonano nella notte, meriterebbe. E allora, nell’incertezza, scelgo Il miracolo di Purun Bhagat, dove si trovano atmosfere e personaggi che saranno di Kim e dove leggiamo la descrizione di una valanga catastrofica, la più impressionante della storia della letteratura universale. 

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