L’era della suscettibilità

Guia Soncini ci spiega che stiamo vivendo un’epoca fatta di piagnistei, vittimismo e indignazione
Guia Soncini ci spiega che stiamo vivendo un’epoca fatta di piagnistei, vittimismo e indignazione

Sempre sia lodata Guia Soncini. Non che servisse L’era della suscettibilità (Marsilio, 2021) per capire l’ovvio, perché quello che riesce a spiegare così bene in poco meno di 200 agili pagine in queste pagine si scrive da tempo. Anzi, è la stessa Soncini a scrivere che non serve a niente un libro che ci consoli dandoci ragione quando riteniamo che sia assurdo che il mondo ci abbia privato del talento di Kevin Spacey a causa di accuse di molestie poi prevedibilmente ritirate. Un libro che spieghi che la morale c’entra poco e nulla con il talento, con l’arte, con la capacità, non serve a nulla e questo è vero, ma se lo leggerete probabilmente passerete il tempo ad annuire. Pagina dopo pagina. L’era della suscettibilità è necessario per comprendere come siamo arrivati a tutto questo, in quale maniera decidiamo di auto fustigarci ogni giorno a botta di premesse (o premessite, come la chiama l’autrice) nevrosi da pronomi e amenità affini. Quando arriverete alla fine del libro forse vi darete qualche spiegazione in più sul come siamo arrivati a questo. Sicuramente abbiamo una spiegazione del perché ci siamo arrivati ed è sorprendentemente banale. Si tratti di soldi e visibilità. 

Il sistema è il seguente: Tizio dice o scrive una roba che sembra normale ma che risulta “attaccabile”. Un Caio di turno decide quindi di approfittarne e di attaccare ciò che ha detto o scritto Tizio. Tizio finisce alla gogna, se ha un lavoro viene licenziato, mentre i social lo investono con quello che oggi viene chiamato “shit storm” ma che può definirsi banalmente un attacco di insulti di massa. La massa naturalmente si muove unendosi al coro del Caio che ha iniziato, senza capire, il più delle volte, di cosa realmente si stia discutendo. L’importante è avere un’opinione in merito e proporla con la massima violenza possibile. In questo modo si crea la polarizzazione: la massa si divide fra indignati e non. Caio con questa operazione guadagna follower, produce picchi di visibilità che torneranno utili se si vorrà sponsorizzare un prodotto, vendere copie di giornale (sono sempre di più gli influencer che scrivono rispetto ai giornalisti) essere seguito in tv o esser votato alle prossime elezioni, ad esempio. Questa manovra ben architettata oggi la definiremmo quindi “monetizzabile”. Indignazione un tanto al peso e questa manovra Guia Soncini la spiega benissimo nel suo libro. 

È esattamente il metodo che usano moltissimi influencer, giornalisti (o presunti tali) politici e altri personaggi che desiderano null’altro che un po’ di visibilità e per farlo utilizzano e sfruttano il senso morale. Per partecipare come protagonisti a questo giochino si può anche decidere di fare le vittime. Infatti inizialmente si credeva che l’unico modo di salvarsi era quello di essere inattaccabili, l’esperienza ci ha insegnato che è impossibile, tutti sono attaccabili. E se l’onda di indignazione ha deciso di scagliarsi contro di te un modo per farlo lo troverà sempre, inutile resistere, non c’è scampo. Allora perché non sfruttare il meccanismo al contrario? Lo schema è semplice: tu vieni attaccato, a quel punto anche se non eri nessuno, tutti sapranno chi sei e allora basta offendersi di più. Più del tuo nemico, in una spirale di vittimismo e suscettibilità senza fine. Entrambi ne escono bene, tutti contenti tranne noi che assistiamo ad una rottura di scatole senza fine. 

Il bello è che il meccanismo dell’era della suscettibilità ha invaso ogni campo possibile e spesso anche il dibattito politico ne diviene vittima. Succede di continuo, ed è successo anche nei giorni scorsi, quando il dibattito è stato tenuto in ostaggio da Imen Jane, una giornalista (forse?) di Instagram famosa per essere tra i fondatori di Will Ita e passata alla cronaca per aver fatto finta di avere una laurea che poi non aveva (o qualcosa del genere). Cosa avesse detto importa poco o nulla, in ogni caso è stata linciata dai social per questo. Quello che interessa è che per difendersi ha deciso di fare la vittima di più, tirando in ballo i genitori immigrati (o pure lì qualcosa di simile). Anche su questo Guia Soncini è impeccabile nello spiegare che esiste un punteggio della suscettibilità. “Nella gerarchia delle vittime razzismo batte sessismo” e altre varie opzioni. Nel caso di Imen Jane lavoratori immigrati battono lavoratori italiani ad esempio. Anche Bret Easton Ellis in Bianco affrontava benissimo il grande dramma del maschio bianco eterosessuale e magari cattolico. Una specie sempre più emarginata e discriminata. Una categoria che non ha più il diritto di dire fare o produrre quasi nulla. 

Tornando alla sfera Italia, Guia Soncini scrive di cancel culture, di politicamente corretto, di cancelletti e altre cose che ci hanno fondamentalmente rovinato la vita. La accusano di non produrre una critica costruttiva, qualcuno dice che sia antipatica. Forse qualcuna lo ha pensato quando ha deciso di scrivere che:

“Se nessuno compra questo libro, se nessuno va a vedere il mio film, se nessuno mi telefono per dirmi che ho vinto il Nobel, la responsabilità non è mai mia: è perché ho quel cromosoma e non quell’altro, quel colore di pelle e non quell’altro”.

La chiama cultura del piagnisteo, come quell’altro genio che cita, Robert Hughes, che di questo scriveva già trent’anni fa. Guia Soncini non sarà una militante del #metoo, questo sicuramente, ma è proprio per questo che va letta assolutamente. Basta che poi non vi offendete. 

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