Alle radici del pensiero di Putin

L’azione politica di Vladimir Putin letta attraverso le lenti di tre grandi pensatori russi: Ivan Alexandrovich Ilyin, Nikolaj Berdjaev e Solov'ëv.
L’azione politica di Vladimir Putin letta attraverso le lenti di tre grandi pensatori russi: Ivan Alexandrovich Ilyin, Nikolaj Berdjaev e Solov'ëv.

«Anche i cinici amano sembrare morali». Così David Brooks sul New York Times, in un articolo del 3 marzo 2014, introduceva una notizia curiosa riguardo a Vladimir Putin, peraltro già diffusa da Maria Snegovaya sul Washington Post: l Zar di Russia aveva recentemente fatto dono ai governatori regionali di un cofanetto composto da tre volumi: I nostri compiti di Ivan Alexandrovich Ilyin; Filosofia della diseguaglianza di Nikolaj Berdjaev e Giustificazione del Bene di  Solov’ëv. Non si è trattato affatto di un dono casuale e Brooks dimostrò, nel suo articolo, di cogliere la portata dell’aneddoto che molto rivela, infatti, della Weltanschauung, quindi dell’azione politica, di Vladimir Putin.

Presentiamo un sommario ritratto dei tre filosofi, in particolare di Ivan Ilyn –  la cui figura fu presa in considerazione in un articolo del 2015 apparso su Foreign Affairs a firma di Anton Barbashin e Hannah Thoburn – scarsamente conosciuto in Occidente, per coglierne i tratti salienti del pensiero. Ivan Ilyn, nato a Mosca nel 1883 e morto a Zollikon (Svizzera) nel 1954, figlio di nobili, nonché figlioccio di Alessandro II, si laureò in giurisprudenza a Mosca, senza mai trascurare il suo vero interesse, la filosofia le cui speculazioni in molti casi non prescindono da considerazioni di natura giuridica, mai esaurendosi in esse giacché l’elemento religioso costituisce lo sfondo del suo pensiero. Si tratta di una figura abbastanza controversa, considerata il vero punto di riferimento filosofico di Putin, soprattutto dal punto di vista geopolitico. Riprendendo l’articolo di Foreign Affairs del 2015 – Ivan Ilyn and the ideology of Putin’s rule -scopriamo che Ilyn inizialmente anarchico, poi liberale di centro destra o conservatore, antibolscevico, certamente uno dei primi ispiratori di quello che fu il Movimento dei Bianchi, fedele allo zar, viene espulso per ordine di Lenin nel 1922 insieme a Berdjaev e ad altri, con i quali prenderà il largo dalla Russia sovietica su quella che è passata alla storia come la “nave dei filosofi”, giungendo nella città di Stettino, oggi Polonia ma al tempo parte della Germania.

Ilyn ritiene che i paesi occidentali siano ostili nei confronti della Russia, perseguendo pervicacemente lo scopo di smembrarla. In particolare, ritiene che oggetto del discredito di cui la sua patria gode presso gli occidentali, sia l’essere particolare del popolo russo e quindi agisce per disunirlo. Una volta caduto il bolscevismo (Ilyn attribuirà un solo ed unico aspetto positivo al nazional-socialismo, quello di aver posto un freno al bolscevismo), la Russia si troverà davanti a due strade: riunirsi sotto l’autorità di un leader forte, o il caos totale, che è quello che vuole l’Occidente. Dunque, Ilyn richiama il popolo alla sua vera forza che è l’unità. In linea di massima, il pensiero di Ilyn certamente si inserisce lungo quella direttrice che vede contrapposti slavofili e occidentalisti, che per buona parte dell’800 assorbì il dibattito pubblico in Russia, sulla scorta anche delle profonde innovazioni operate da Pietro Il Grande.

Geopoliticamente, l’Ucraina per Ilyn costituisce il punto nevralgico del confronto fra la Russia e l’Occidente e secondo il suo pensiero, le forze occidentali avrebbero utilizzato per giustificare le mire espansionistiche formule quali “democratizzazione” e “trionfo della libertà”. Ci riferisce Brooks del NYT, nell’articolo citato, che molto si è speso Putin per riportare le spoglie di Ilyn in Russia: preso poi da un fervore nazionalista, continua il nostro, “consacrando egli stesso la tomba” pare abbia pronunciato queste parole «È un crimine parlare della separazione tra Russia e Ucraina». Sottolineiamo che, essendo sconosciuto in Occidente, l’idea che al momento possiamo farci di Ilyn dev’essere intesa cum grano salis.

Discorso diverso, invece, per quanto riguarda gli altri due filosofi. Nikolaj Berdjaev è certamente tra i filosofi russi più conosciuti in Occidente. Nato a Kiev nel 1874, compirà gli studi presso l’accademia militare, iscrivendosi poi all’università di Kiev. Negli anni dal 1905 al 1915 approderà alla fede cristiano-ortodossa, che costituirà la base per la sua filosofia. Prima di ottenere la cattedra di filosofia a Mosca nel 1920, dà vita ad un forte sodalizio culturale insieme ad altri pensatori russi, in particolare appartenenti alla Russia scismatica (come S. Bulgakov, Novogorodzev, V. Ivanov, E. Trubezkoij). Compagno di esilio di Ilyn sulla nave dei filosofi nel 1922, si fermerà inizialmente a Berlino, per poi stabilirsi nei suoi anni più tormentati, a Parigi (Domenico Coviello, Invito alla filosofia russa, 2013). “Filosofo della libertà”, la cui speculazione, cioè, verte per tutta la vita intorno al problema della libertà dell’uomo in rapporto a Dio: l’uomo risponde con la sua creatività al progetto che Dio ha su di lui ed è proprio attraverso la sua creatività che riesce a trasfigurare il mondo. Nel libro donato da Putin Filosofia dell’ineguaglianza, Berdjaev sostiene che l’ineguaglianza  costituisce la base di ogni struttura e armonia cosmica, ponendola come giustificazione dell’esistenza stessa della persona e la fonte di ogni moto creativo del mondo;

«Ogni nascita della luce nelle tenebre è genesi dell’ineguaglianza. Ogni moto creativo è genesi dell’ineguaglianza, elevazione e selezione della qualità dalla massa senza qualità. La stessa nascita di Dio è eterna ineguaglianza. Dall’ineguaglianza sono nati il mondo e il cosmo. Dall’ineguaglianza è nato anche l’uomo. L’eguaglianza assoluta avrebbe lasciato l’essere in una dimensione potenziale, impersonale, vale a dire nel non essere».

Berdjaev ritiene che proprio l’ineguaglianza sia il segno più evidente della struttura gerarchica della realtà, in cui una minoranza spiritualmente e intellettivamente superiore sia capace di prendere le redini della Storia e in tal senso, pur sembrando una contraddizione in termini, ritiene che anche nella democrazia sia possibile selezionare questa aristocrazia spirituale, a patto di rinunciare ai suoi idoli (opinione della maggioranza, governo del popolo o suffragio universale), per sottomettersi a principi gerarchici superiori (Foni Giacomo, Filosofia dell’ineguaglianza di Nikolaj Berdjaev). 

Vladimir Sergeevic Solov’ëv è considerato il maggior filosofo russo. Il suo nome richiama la prima e compiuta sintesi organica dell’anima russa, prima della rivoluzione del 1917. Nel dibattito tra slavofili e occidentalisti, si pone come figura di mediazione, tentando di accorciare le distanze tra le due visioni. Noto anche per la sua feconda amicizia con Dostoevskij, il cui pensiero – particolarmente complesso e articolato – si intreccia con la tradizione religiosa dell’Oriente cristiano, secondo il quale è necessario assimilarsi a Dio per via di conoscenza e santità (Franco Muscato Spiritualità ed etica nel pensiero di V.S.Solov’ëv).

Faremo soltanto un accenno, relativamente al libro citato ad inizio articolo. Giustificazione del Bene, è un’impegnativa opera etica la cui composizione impegnò il filosofo russo per tre anni, dal 1894 al 1897, che mira a riaffermare tali capisaldi: senso del pudore; senso di pietas per i genitori, per i fanciulli ed altri; senso religioso di sottomissione a Dio e il suo riconoscimento come Bene supremo. Sono queste le caratteristiche della natura buona dell’uomo, che possiede sin dalla nascita e che attraverso la sua coscienza trasforma in legge morale. Sostanzialmente, il Regno di Dio può trovare realizzazione attraverso la famiglia, la Chiesa e lo Stato.

In estrema sintesi, se questo dono ci dice molto di colui che lo ha fatto, si possono individuare, anche se soltanto grossolanamente, le direttrici principali del Putin-pensiero e inserire gli eventi bellici di questi ultimi giorni in un contesto le cui radici ideologiche e soprattutto geopolitiche, affondano lontano nel tempo e in una tradizione di pensiero tutt’altro che estirpata dall’anima russa.

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