Intervista

Vladimiro Giacché: «Quella tedesca è una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale»

«Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l'Ue. L'Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore»
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L’ascesa di Alternative für Deutschland di Alice Weidel e lo sgretolamento dei consensi del governo di Friedrich Merz fino agli scontri su immigrazione e riarmo sono il segno di una crisi profonda che sta maturando all’interno della Germania. Sembra emergere cioè una spaccatura: tra élite e popolo, gruppi militaristi e masse neutraliste, nazionalisti ed europeisti, Est e Ovest. A distanza di oltre trent’anni la Germania è ancora divisa a livello economico, partitico e sociale, nonostante il trionfalismo che ha accompagnato la riunificazione e l’epoca doro del mercantilismo merkeliano. Per comprendere questa spaccatura antica e complessa occorre rileggere un libro cruciale come “Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa” (Imprimatur) di Vladimiro Giacché che ha analizzato i lati controversi e problematici della riunificazione (per troppi aspetti simili ad una annessione secondo l’autore) per capire come questi nodi stiano venendo al pettine. Abbiamo raggiunto Giacché, Responsabile Comunicazione, Studi e Marketing strategico presso la Banca del Fucino, membro del Consiglio di Amministrazione di Igea Digital Bank S.p.A, filosofo, studioso e saggista per affrontare questi temi. 

-Professor Giacché, dall’ascesa dell’AfD al progressivo logoramento del governo guidato da Friedrich Merz, come valuta la crisi del sistema politico tedesco?

L’attuale esecutivo nero-rosso si è trovato a gestire una situazione già profondamente compromessa e, a mio giudizio, non ha adottato misure capaci di affrontarne le cause strutturali. Alla base vi è anche la fragilità intrinseca dello stesso modello mercantilistico tedesco, fondato sul contenimento della domanda interna, su una marcata vocazione all’export e sulla competitività dell’industria manifatturiera, a lungo sostenuta dalla disponibilità di energia a basso costo. Un assetto che per decenni ha garantito crescita e stabilità, ma i cui presupposti si sono progressivamente erosi.

-Quali ne sono le cause profonde?

Le motivazioni sono molte. Un primo elemento riguarda la Cina. Dopo aver costruito la sua egemonia economica imponendo l’applicazione del sistema dell’austerity a tutta l’Ue, a svantaggio soprattutto dei paesi dell’Europa meridionale, Berlino si è rivolta soprattutto verso il mercato cinese. Ancora nel 2019 la Germania aveva una posizione commerciale molto favorevole nei confronti di Pechino ed esportava soprattutto beni durevoli e automobili. La crisi dell’industria automobilistica tedesca non deriva principalmente, come spesso si sostiene, dall’arrivo delle vetture elettriche cinesi sul mercato europeo. Il problema decisivo è stato che i produttori tedeschi non riescono più a vendere in Cina milioni di automobili come in passato e non riescono a sopperire in Europa la loro offerta. Nel frattempo l’industria cinese è cresciuta, ha acquisito capacità tecnologiche e ha sostituito una parte del mercato tedesco.

Il secondo elemento è la fine del ruolo chiave dell’energia russa a basso prezzo. Se il gas che prima arrivava direttamente attraverso i gasdotti viene sostituito da gas naturale liquefatto acquistato a prezzi molto più elevati negli Stati Uniti, si produce inevitabilmente un problema di competitività. Per qualche tempo questa difficoltà è rimasta parzialmente nascosta. Oggi è evidente. Questi elementi insieme a problemi strutturali profondi e a criticità congiunturali esterne hanno determinato l’attuale indebolimento tedesco. 

– Il governo sembra voler compensare questa crisi attraverso la spesa militare e una riconversione bellica di parte dell’apparato industriale. Può essere una soluzione?

La considero una scelta sbagliata sia politicamente sia tecnicamente. Si immagina di compensare la crisi di un sistema industriale fondato sui beni di consumo e sulle esportazioni attraverso l’espansione della produzione bellica. Ma non si può pensare che questa riconversione riproduca automaticamente la medesima struttura di domanda, produttività e profitti del precedente modello.

La produzione militare può certamente assicurare commesse protette e profitti ad alcuni operatori, perché in questo settore esiste inevitabilmente un privilegio accordato ai produttori nazionali. Ma dal punto di vista macroeconomico resta un consumo improduttivo e non risolve i problemi fondamentali dell’economia tedesca. Anzi questa transizione rischia solo di generare conflittualità e tensioni con gli altri partner europei e con i paesi vicini. 

-Il modello tedesco, consolidatosi tra Schröder e Merkel, aveva prodotto anche una particolare collocazione internazionale. L’ambasciatore Sergio Vento parlava della Germania merkeliana come di una sorta di «grande Svizzera». Cosa resta oggi di quell’impostazione?

Resta soprattutto il vuoto prodotto dalla sua dissoluzione. La Germania aveva costruito una posizione estremamente vantaggiosa basandosi sul rifornimento tramite l’energia russa, il mercato cinese in espansione, la protezione strategica americana e un’Unione Europea organizzata in maniera compatibile con gli interessi dell’industria tedesca.

Oggi questi pilastri che avevano garantito il protagonismo tedesco si sono indeboliti quasi contemporaneamente. È venuta meno anche una complessiva visione strategica. In questo quadro Berlino cerca spazio attraverso un approccio velleitario sempre più protezionistico e unilateralmente atlantista. Continuare su questa linea sarebbe un ulteriore errore non solo per la Germania, ma anche per tutta l’Ue. L’Europa dovrebbe essere un continente commercialmente aperto, capace di intrattenere rapporti con una pluralità di attori. Chiudersi in una logica di blocco è probabilmente la scelta peggiore.

-Sul piano interno, però, sembra riemergere con forza la frattura tra Ossis e Wessis. Nell’Est AfD, BSW e, in misura diversa, Die Linke raccolgono consensi molto superiori rispetto ai partiti tradizionali. La Germania è di nuovo divisa in due?

Lo è sostanzialmente dalla riunificazione. Dal punto di vista politico essa fu indubbiamente un successo. Sul piano economico il giudizio è però molto più problematico. Tanto che nel mio libro parlo di una vera e propria “annessione”. Nei primi anni Novanta vi fu una fase di entusiasmo e di predominio della CDU, ma già una decina d’anni più tardi risultava evidente che nell’Est la presenza dei partiti definiti “antisistema” era molto maggiore.

Per anni fu la Sdp, poi Die Linke, a raccogliere una parte significativa dell’insoddisfazione orientale. Negli ultimi anni questa funzione è stata in larga misura assorbita dall’AfD, mentre anche il BSW di Sahra Wagenknecht ha avuto una presenza particolarmente significativa nell’Est.

-Perché questa spaccatura?

Le ragioni di questa divisione sono innanzitutto materiali. La Germania orientale fu integrata mediante un’unificazione monetaria estremamente aggressiva. Pensiamo che fu applicato un cambio uno a uno tra marco occidentale e il più debole marco orientale, nonostante quest’ultimo non fosse neppure una valuta convertibile… Seguirono privatizzazioni rapidissime, spesso distruttive che fragilizzarono l’ economia dell’Est. Una parte considerevole dell’apparato produttivo orientale fu poi letteralmente smantellata, nella convinzione che sulle sue macerie sarebbe sorto spontaneamente un nuovo tessuto di piccole e medie imprese.

Questo non è avvenuto nella misura promessa. L’Est è rimasto strutturalmente più debole, con minori patrimoni, salari e opportunità. Da qui l’emersione di movimenti cosiddetti anti-sistema che non vanno assolutamente demonizzati in quanto incarnano un disagio che i partiti tradizionali hanno ignorato per molto tempo. Attribuire questa situazione a una presunta incapacità culturale dei tedeschi orientali come fanno alcuni commentatori significa semplicemente rimuovere la questione abbandonandosi a pregiudizi razzisti.

-Quindi il successo dell’AfD è innanzitutto sociale e politico, più che il prodotto di nostalgie identitarie o di un “prussianesimo di ritorno”?

Qualche elemento identitario naturalmente esiste, ma sarebbe fuorviante spiegare tutto attraverso il nazionalismo o nostalgie ancestrali. Io credo che alla base di questa esplosione di consensi per l’Afd ci sia una crisi di rappresentanza molto profonda. Quando studiavo in Germania, a metà degli anni Ottanta, era difficile immaginare un sistema nel quale CDU e SPD insieme non raccogliessero una quota largamente maggioritaria dei voti. Oggi la situazione è completamente diversa. Il centro politico si è ristretto perché si sono progressivamente attenuate le differenze tra i principali partiti. Quando CDU e SPD finiscono per aderire, pur con sfumature differenti, allo stesso paradigma economico neoliberale e a impostazioni molto simili in politica europea, cresce inevitabilmente il desiderio degli elettori di rivolgersi a un’offerta politica differente. È un fenomeno che abbiamo conosciuto anche in Italia. 

-In Germania si discute perfino della possibilità di mettere fuori legge l’AfD. Sarebbe una risposta alla crisi?

No. Non è certamente proibendo un partito, oggi primo nei sondaggi, che si recupera credibilità politica. In una democrazia bisogna convincere gli elettori che la propria posizione sia migliore. Anzi, determinati comportamenti possono rafforzare la percezione di un sistema chiuso. Pensiamo alle controversie relative al BSW, rimasto fuori dal Bundestag per pochissimi voti, e alle richieste negate di ulteriori verifiche e riconteggi. In situazioni del genere dovrebbe prevalere la massima trasparenza. Qualunque incertezza lasciata irrisolta alimenta la sfiducia degli elettori e rende ancora più problematico il rapporto tra istituzioni e opinione pubblica.

-Bisogna quindi superare anche l’idea di un “cordone sanitario democratico”?

Sì. Posso essere contrario a molte posizioni dell’AfD: economicamente la considero una variante securitaria del neoliberismo e giudico negativamente anche alcune sue posizioni sul Medio Oriente. Ma quei voti sono espressi liberamente da milioni di cittadini. Neutralizzare quell’elettorato invece di comprenderne le ragioni è poco democratico e inefficace.

L’AfD, inoltre, non è più soltanto un fenomeno orientale. È forte anche altrove perché la crisi e la depressione che un tempo caratterizzava l’Est colpisce ormai anche l’Ovest. Quando Volkswagen annuncia grandi tagli occupazionali, il problema colpisce soprattutto i distretti industriali nella parte occidentale. Il sistema tedesco ha bisogno perciò di un vero riavvio.

-AfD, BSW e Die Linke sono forze profondamente differenti, eppure hanno un elemento comune: l’opposizione alla politica tedesca sulla guerra in Ucraina e al riarmo. Quanto conta questo fattore?

È probabilmente uno degli elementi più importanti che avvicinano forze altrimenti assai diverse. Tutte contestano quella che considero una deriva bellicista europea e, in particolare, l’idea che la Germania debba prepararsi in prospettiva a uno scontro sempre più diretto con la Russia. Anche su questo terreno il governo tedesco, come altri governi europei, manifesta una crisi di consenso: sembra non riuscire a rappresentare ciò che pensa una parte molto rilevante della popolazione su una questione fondamentale.

-Riemerge anche una tradizione neutralista, dall’Ostpolitik all’opposizione alla militarizzazione. Come evolverà il conflitto tra neutralismo e centralità militare tedesca?

Non so prevederlo. Posso però dire che rilanciare l’industria attraverso gli armamenti mi sembra catastrofico, economicamente e politicamente. L’economia tedesca non è quella americana e una riconversione militare non può sostituire il precedente modello industriale. Inoltre una nuova centralità militare tedesca in Europa suscita comprensibili diffidenze storiche. Come conferma la rottura del cosiddetto motore franco-tedesco e la ormai evidente diffidenza di Parigi. Sarebbe meglio cambiare strategia prima che torni davvero l’alternativa tra “burro e cannoni”.

– È possibile un fronte AfD-BSW sui temi della pace, oppure l’AfD finirà per “melonizzarsi”, avvicinandosi alla CDU?

Ritengo più probabile la seconda ipotesi, quindi un avvicinamento AfD-CDU. Preferirei però che su questioni decisive, come guerra e pace, si votasse sulle posizioni concrete e non sulle appartenenze. Va notato che anche il BSW ha fatto delle aperture iniziando a mettere in discussione l’idea che l’AfD debba essere esclusa per principio da ogni interlocuzione. Un’idea di buonsenso che se fosse stata assunta in precedenza la avrebbe favorita anche alle elezioni federali. Anche perché credo che in democrazia le idee vadano battute politicamente, non con barriere preventive.

-La crisi tedesca è anche una crisi europea?

Assolutamente sì. L’Unione Europea ha incorporato per decenni un’impostazione neoliberale condivisa dai principali partiti e modellata sulla governance tedesca. Questa impostazione è franata di fronte al ridimensionamento tedesco. Oggi in molti paesi il centro viene percepito come incapace di risolvere i problemi reali. Da qui la crescita dei cosiddetti partiti antisistema. E non bastano le spiegazioni sulla propaganda russa: sono fenomeni anteriori all’attuale conflitto e riguardano una crisi profonda della rappresentanza europea ben più antica. 

-Merz sembra infine recuperare una proiezione mitteleuropea, rafforzando i rapporti con Polonia ed Europa centro-orientale. È un ritorno alla logica dell’era Kohl?

I legami economici tra Germania e Polonia sono già strettissimi. La Polonia è cresciuta anche perché, restando fuori dall’euro, ha conservato maggiore flessibilità pur integrandosi nelle filiere tedesche. Per quanto riguarda la proiezione verso Est occorre ricordare che essa non è nuova. Basti pensare al ruolo di Kohl nel riconoscimento di Slovenia e Croazia durante la crisi jugoslava. Merz prova a rilanciare questa strategia, ma un blocco centro-orientale costruito soprattutto in funzione antirussa sarebbe un grave errore. La Germania avrebbe più interesse a mantenere rapporti tanto verso Ovest quanto verso Est, Russia compresa.

-Il vecchio equilibrio tedesco sembra dunque definitivamente tramontato. Quali prospettive vede?

La questione decisiva è comprendere che non siamo davanti a una semplice crisi elettorale. È una crisi economica, sociale, geopolitica e culturale. Se si continuerà a considerare AfD esclusivamente come un’anomalia da contenere, senza affrontare le condizioni che ne alimentano il consenso, la frammentazione politica aumenterà. La Germania dovrà quindi ripensare il proprio modello di sviluppo, cercando sia di ricostruire condizioni energetiche competitive che una ridefinizione del proprio rapporto economico con la Cina senza scivolare nel protezionismo. Occorrerà soprattutto affrontare seriamente la disparità tra Est e Ovest e recuperare una capacità di elaborazione in grado di costruire una politica estera autonoma. Si tratta di una necessità ineludibile anche perché il vecchio modello non tornerà. La questione quindi è se la Germania saprà costruire un nuovo equilibrio oppure continuerà a difendere, con costi sempre maggiori, un sistema le cui condizioni storiche sono ormai venute meno.

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