Due milioni di euro e una raccomandazione della Commissione: la Biennale di Venezia perde i fondi UE per aver riaperto il padiglione russo, chiuso dal 2022. Parte tutto con una lettera di protesta della maggioranza degli Stati membri a marzo, la procedura di revoca si apre ad aprile, la raccomandazione è dell’11 luglio e l’esecuzione due settimane dopo. L’Italia non ha firmato la lettera, il ministro Giuli si è detto contrario alla riapertura ma ha rivendicato l’autonomia della Biennale, una posizione che è già tutto il problema: nessuno vuole la responsabilità diretta della scelta, tutti vogliono il diritto di commentarla.
La notizia viene commentata con due approcci, entrambi pigri: lo scandalo (“come si può ancora dare voce alla Russia”) e il vittimismo (“si perseguita la cultura e sdogana la russofobia per colpa dello Stato”). Il primo approccio ha il limite di confondere artisti e Cremlino con un automatismo che – paradossalmente – la Russia stessa adora, perché le permette di presentarsi come vittima innocente ogni volta che viene toccata. Il secondo, invece, finge che l’arte russa, specie quella con accesso ai grandi palcoscenici internazionali, sia mai stata separabile dallo Stato; cosa storicamente falsa già nella Russia degli zar, figuriamoci in quella sovietica o postsovietica, dove l’Accademia, i teatri imperiali prima e i ministeri della cultura poi hanno sempre selezionato, formato ed esportato chi potesse rappresentare degnamente il potere.
Occorre però esplorare una terza lettura, più scomoda per entrambi gli schieramenti, ed è quella che l’attualità di questi giorni rende visibile senza bisogno di scomodare troppa storia: l’Europa non ha mai avuto un rapporto neutro con la cultura russa. L’ha sempre accolta, ma a una condizione implicita, che si presentasse come rottura e non come rappresentanza della madrepatria. Il salotto parigino dell’emigrazione bianca, la stampa libera degli esuli, le compagnie che portavano in scena un’arte russa “apolide” proprio negli anni in cui la Russia ufficiale, in veste sovietica, quella cultura “troppo nazionale” non la voleva più: sono tutte varianti dello stesso patto. Si entra in Europa con un visto, quello del dissidente. È un po’ la storia anche della politica: Alexei Navalny, tutto sommato, non era il principale oppositore di Putin, era semplicemente l’unico disposto a fare un’abiura completa di quel sistema politico che consente di opporsi fintanto che non si diverga da una serie di premesse condivise su cosa la Russia debba essere e dove debba collocarsi. Un sistema che accoglie difatti tanto i nostalgismi sovietici di Zijuganov, tanto quelli nazionalisti del defunto Zijrinovskij.

Quello che però si ostina a definire anomalo, l’esclusione russa dalla Biennale, letto in questa cornice, non è un’anomalia nella storia dei rapporti culturali euro-russi. È la normalità che torna dopo una parentesi. La vera anomalia – sulla quale varrebbe la pena ragionare di cosa fosse cambiato – è stato il decennio precedente il 2022, quando per la prima volta direttori d’orchestra e cantanti vicinissimi al potere di Mosca calcavano regolarmente i palchi europei senza che nessuno chiedesse dichiarazioni di dissidenza. Più che la chiusura del padiglione russo, il fatto sorprendente è che ci sia voluta un’invasione su scala europea per far riemergere un riflesso che l’Europa credeva di aver superato. Ed è qui che è necessario fare una precisazione: la Commissione non sta punendo l’uso politico dell’arte in sé, se lo facesse dovrebbe aprire fascicoli su mezzo programma espositivo europeo, dai padiglioni del Golfo a quelli asiatici, tutti finanziati e curati con logiche di immagine nazionale. Sta punendo la partecipazione di un finanziamento statale russo in un contesto di sanzioni attive per un conflitto in corso.
Resta un punto che complica la narrazione compiaciuta della sanzione giusta. Chiudere il padiglione non colpisce solo l’apparato statale che lo finanzia, colpisce anche – per via indiretta – chiunque all’interno di quello spazio avrebbe potuto usarlo in rottura con la narrazione ufficiale. È già successo nella storia recente della Biennale, che curatori e artisti russi si dimettessero in polemica pubblica contro la propria delegazione statale invece di limitarsi a esporsi. La chiusura del 2022 prima che imposta, fu costretta proprio dalle dimissioni in blocco per protesta contro l’invasione dell’Ucraina. Un padiglione chiuso per decreto europeo non lascia spazio neanche a quel gesto: lo rende semplicemente impossibile, restituendo involontariamente il monopolio della voce russa a chi controlla i visti e i fondi da Mosca.
Il tema dovrebbe essere, allora, non se l’Unione Europea abbia ragione a diffidare: ci pensa già la storia, più che l’ideologia, a suggerire che la diffidenza verso l’arte di Stato russa sia più la regola che l’eccezione del rapporto euro-russo. La domanda è se il gesto di Bruxelles sia coerente fino in fondo, o se resti – come la posizione italiana, contraria nei toni ma assente nella firma – un esercizio di responsabilità condivisa che nessuno vuole intestarsi fino alle estreme conseguenze. Sospendere due milioni di euro è facile. Definire, oggi e non nel 2028 quando i fondi dovevano scadere comunque, quale sia lo statuto della cultura russa in Europa, ospite condizionato, ambasciata mascherata o le due cose insieme a seconda di chi guarda, è la parte del lavoro che la burocrazia non può fare al posto della politica.