OGGETTO: Lettere aperte, porte chiuse
DATA: 08 Giugno 2026
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Europa
La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.
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Recentemente Zelensky ha pubblicato una lettera aperta, apparentemente indirizzata a Putin, proponendo un incontro diretto per discutere la fine della guerra. La corrispondenza era pensata anche per altri occhi: élite e popolazione russa, opinione pubblica internazionale, Stati Uniti, Europa. È uno specchio per le allodole. Comunicazione politica rivolta soprattutto agli spettatori. Se fosse stata davvero una proposta riservata di pace, non sarebbe stata pubblicata come manifesto. Sarebbe passata attraverso mediatori, canali diplomatici, servizi, parti terze. Zelensky parla alla platea che dal suo punto di vista deve continuare a finanziare, armare e giustificare la causa ucraina. Ci si mostra predisposti al negoziato per togliere argomenti a chi, negli USA, la accusa di non volere davvero la pace. Ma allo stesso tempo continua a mandare un messaggio di pressione ai russi. E non solo a parole.

Tra le righe si legge un sottotesto chiaro: l’Ucraina è oggettivamente stanca e non può sostenere questa guerra all’infinito, soprattutto perché gli Stati Uniti sono concentrati sull’Iran e non garantiscono più lo stesso livello di finanziamento e attenzione di prima. Dal punto di vista russo, altro che invito alla pace. Quando Zelensky scrive che la quota dei caduti crescerà ancora, sta dicendo a Putin e ai russi che il prezzo della guerra diventerà sempre più alto. Che il fronte continuerà a divorare uomini. Che la Russia non potrà rendere indolore la prosecuzione del conflitto. Formula che serve a coprire la stanchezza ucraina sotto una vernice di forza. Minaccia Mosca per non apparire costretta a trattare. E nel frattempo parla all’occidente allargato: vale ancora la pena armare la “resistenza”. Lette da Mosca, parole del genere non possono apparire come una mano tesa. 

Mosca ha respinto la lettera di Zelensky mantenendo tuttavia una formale apertura diplomatica: il portavoce Peskov ha ribadito che il presidente ucraino è atteso a Mosca “in qualsiasi momento” per parlare con Putin. Una posizione ormai consueta del Cremlino. Agli occhi di Mosca, il diniego della corrispondenza appare inevitabile non solo per il tono del messaggio, ma per la sua stessa struttura: come può esistere una reale volontà di pace se, parallelamente ad una apparente offerta di dialogo, si preannuncia all’interlocutore un aumento delle sue perdite umane? Se i decisori ucraini desiderassero davvero la pace, dovrebbero essere pronti a scendere a patti col diavolo, ma prima ancora con se stessi.

Non si può pretendere di imporre il proprio punto di vista a ogni costo. Le perdite umane certificano che entrambi i fronti hanno già perso, seppure in misura diversa. A ciò si aggiunge il fatto che l’interlocutore rimane un gigante atomico, con un arsenale di oltre 5.000 testate operative, che sale a quasi 6.000 considerando l’inventario complessivo e le armi in attesa di smantellamento. Non esattamente un dettaglio. Andare a Mosca non significherebbe necessariamente accettare le condizioni russe. Significherebbe essere abbastanza scaltri da riconoscere che in certi momenti bisogna concedere all’avversario una via d’uscita (narrativa) per ottenere qualcosa di più importante sul piano materiale. L’invasione russa ha accelerato proprio ciò che Mosca voleva impedire. Finlandia e Svezia hanno presentato domanda di adesione alla NATO nel maggio 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina; la Finlandia è entrata nell’Alleanza il 4 aprile 2023 e la Svezia il 7 marzo 2024. 

La Russia ha bisogno di poter vendere internamente tale insuccesso come semi-vittoria. Per l’Ucraina, un viaggio a Mosca potrebbe apparire come un gesto di debolezza. Scelta che potrebbe però rivelarsi lungimirante, se servisse a salvare ciò che resta del suo serbatoio demografico. Reale questione strategica, spesso confusa con l’immagine proiettata di sé o con la postura esibita all’esterno. Se Kyiv proponesse davvero una qualche forma di pace, allora dovrebbe accettare che essa richiede anche gesti sporchi, sgradevoli, financo ambigui. Un passo verso Mosca potrebbe essere il prezzo simbolico da pagare per ottenere una tregua reale, o almeno per verificare concretamente se Mosca mente quando dice di essere disponibile all’accordo.

La “pace giusta” è solo una formula morale, non una possibilità reale. La giustizia assoluta è una chimera irraggiungibile. Vale un concetto umano basilare spesso sottovalutato nelle analisi: il riconoscimento. Essere riconosciuti significa vedere garantita la propria dignità. Vale per gli individui, ma in forma simile anche per le potenze. Il riconoscimento è il presupposto minimo di ogni ordine stabile. Se nego all’altro la sua identità, se lo riduco a deviazione, minaccia, residuo sconfitto da educare o da contenere, dunque a cercare il riconoscimento con altri mezzi. Anche con la forza. Applicato alla Russia, significa comprendere la radice profonda del suo comportamento. Mosca non chiede soltanto territori, basi, neutralità ucraina o profondità strategica. Chiede di essere riconosciuta come soggetto indispensabile dell’ordine mondiale.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

In forme diverse, ha cercato più volte di essere riconosciuta e inclusa nell’architettura di sicurezza europea. Gli episodi sono almeno tre. Nel 1954, l’URSS propose l’adesione alla NATO e la richiesta fu respinta come ipotesi “completamente irrealistica”. Negli anni Novanta, Yeltsin cercò una struttura pan-europea in cui la Russia non fosse esclusa dall’ordine post-sovietico. Nel 2000, Putin evocò con Clinton e Robertson l’ipotesi di un ingresso russo nella NATO, ma da pari, non da candidato qualunque. Non è esattamente la postura di un attore necessariamente ostile. La Russia non vuole essere trattata come una potenza regionale da contenere e correggere. Vuole essere riconosciuta come soggetto il cui peso specifico non può essere ignorato. Negarle integralmente questo riconoscimento può apparire moralmente soddisfacente (per alcuni), ma politicamente produce risentimento. 

Si tratta di comprendere che nessuna pace può nascere negando la percezione dell’altro. Dunque, una pace reale dovrà contenere un elemento sgradevole per tutti: all’Ucraina sarà chiesto di accettare limiti strutturali di fronte al gigante atomico; alla Russia sarà chiesto di fermarsi senza aver ottenuto la marcia su Kyiv. Rincorrere un risultato “per sfinimento” brucerebbe ulteriormente uomini, mezzi e risorse, imponendo a Mosca ulteriori costi reputazionali. Ai volenterosi sarà chiesto di ammettere che l’ordine continentale non può essere costruito solo contro Mosca, ma deve in qualche misura includerla.

Ormai questa guerra non è nemmeno più giustificabile con la sola questione strategica di indebolire un possibile nemico. Quell’obiettivo, se mai ha avuto senso, è stato consumato dal tempo. Persino gli americani hanno tentato, senza successo, di chiudere la partita attirando Mosca a sé in funzione anticinese (vedi vertice di Anchorage, tenutosi il 15 agosto 2025). Calcolo di chi ha reale contezza dei propri interessi. I “volenterosi”, invece, continuano a sostenere la guerra per apparire morali. Per recitare la parte dei giusti. Per giustificare un riarmo altrimenti difficile da vendere a opinioni pubbliche stanche, perseverando con una postura che in quattro anni e mezzo ha soprattutto palesato un fallimento di cui ci si ostina a non voler prendere atto.

Investire sulla difesa non è sbagliato a priori. Lo diventa quando avviene senza stabilire contro chi, per quale scopo, in base a quale interesse nazionale. Va da sé che i paesi europei non hanno un unico interesse europeo, ma tanti interessi nazionali diversi. Parlare di riarmo europeo come se esistesse una sola minaccia, una sola strategia, una sola volontà politica significa scambiare ideologia per realtà. La difesa è funzione di una minaccia concreta, sia essa esistenziale, esterna o interna. Potremmo chiederci se e a cosa potrebbe servirci un dialogo con la Federazione Russa. Una distensione con Mosca, se condotta con intelligenza e non con servilismo, potrebbe almeno riaprire il dossier energetico, ridurre la pressione industriale, restituire margine a un continente che si è amputato da solo una parte della propria profondità economica.

Ne “La Grande Scacchiera, Brzezinski (geostratega di origini polacche naturalizzato statunitense), esponeva la logica di fondo dell’impero americano: impedire che sul continente eurasiatico emerga un concorrente capace di mettere in pericolo la supremazia statunitense. Tradotto: tecnica, industria e capitale del Vecchio Continente, se uniti agli idrocarburi, alle materie prime e alla profondità strategica della Federazione Russa, potrebbero generare un gigante troppo autonomo che minaccerebbe l’egemonia americana.

Da qui il punto che i paesi europei faticano a vedere. La parola mancata con Mosca indebolisce anche e soprattutto noi, recidendo una complementarità potenzialmente decisiva e ci colloca, in qualche misura, dentro la strategia altrui, mentre continuiamo a illuderci di esercitare libero arbitrio. Se ragionassimo con più calcolo e meno bisogno di proiettare all’esterno una qualche immagine morale di noi stessi ne gioveremmo. Non saremmo più cinici. Diventeremmo semplicemente più adulti.

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