OGGETTO: Palantir è uno specchio
DATA: 28 Maggio 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Scenari
Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.
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L’intelligenza artificiale è il nuovo fuoco di Prometeo. Un fuoco che può ardere l’uomo vivo o permettergli di sopravvivere al freddo, nutrirsi, costruire, fondare una comunità. Diventa salvezza o distruzione a seconda della mano che lo governa. Lo stesso vale per ogni tecnologia. Concentrarsi sull’oggetto in sé e per sé non basta a spiegare nulla. Bisogna sempre chiedersi chi lo usa, per quale scopo, dentro quale visione del mondo. Nella scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio gli uomini-scimmia osservano l’osso come un oggetto morto, inerte, privo di significato. Poi uno di loro capisce che quell’osso può diventare qualcosa d’altro: un’estensione del corpo, un’arma. Lo usa per frantumare altre ossa, poi per imporsi su un gruppo rivale. Lo stesso oggetto che permette di sopravvivere permette anche di dominare. Lo stesso strumento che apre la strada all’evoluzione apre la strada alla violenza. 

L’intelligenza artificiale, proprio perché è uno strumento potentissimo, riattiva tutte le paure umane, quindi perdita di controllo, sostituzione, sorveglianza. La macchina spaventa perché sembra autonoma; ma è l’uomo che la programma, la finanzia, la usa, la indirizza verso un fine. A questa paura si aggiunge un secondo livello: il filtro delle convinzioni. Nessuno guarda la tecnologia da un punto neutro. Ognuno la interpreta attraverso ciò che ha letto, vissuto, assorbito, creduto. Possiamo convincerci che una nuova tecnologia sia il male perché chi ce la racconta la presenta come tale. Ma una rappresentazione non è ancora una verità. È una lettura del mondo, spesso condizionata da interessi e paure.

Poi entra l’ideologia. Nel nostro tempo ogni cosa viene immediatamente trascinata dentro una guerra politica. Ogni strumento, ogni parola, ogni valore viene arruolato da una parte o dall’altra. Così anche la tecnologia smette di essere discussa per ciò che fa e viene giudicata per ciò che sembra rappresentare. Se una tecnologia serve lo Stato, la difesa, l’ordine, la sicurezza, può essere liquidata come autoritaria. Se si accompagna a un lessico di nazione, civiltà, famiglia, religione, responsabilità, può essere marchiata come reazionaria o persino “fascista”. Scorciatoia intellettuale. Il “fascismo”, abusato fino allo svuotamento, è ostacolo alla discussione seria. Viene lanciato contro un argomento per impedirne l’analisi, per espellerlo dal campo del dicibile prima ancora che possa essere discusso. Sottolinearlo è banale, tanto è evidente.

C’è di più. L’azienda cofondata da Peter Thiel è un prodotto naturale dell’impero americano nella fase dell’intelligenza artificiale. Si colloca dentro una zona di interdipendenza in cui burocrazie pubbliche e burocrazie private si alimentano a vicenda. Lo Stato offre contratti, legittimità, missione. L’azienda offre capacità, velocità, tecnologia. In mezzo nasce la potenza. Esiste infatti una zona grigia in cui burocrazie pubbliche e burocrazie private si fondono. Palantir non è semplicemente un’azienda che vende un prodotto al Pentagono. Occupa gli anfratti delle burocrazie securitarie americane, esercitando funzioni che un tempo sarebbero state considerate pienamente sovrane e che ora lo sono un po’ meno di prima, come difesa, intelligence, analisi, infrastrutture critiche.

Lo Stato conserva autorità, denaro, legittimità, potere coercitivo. Le aziende private possiedono software, velocità, talenti, infrastrutture, capacità tecniche che lo Stato non produce da solo. Ne nasce un’interdipendenza reciproca. Il Pentagono e l’intelligence finanziano aziende come Palantirperché ne hanno bisogno; quelle aziende, a loro volta, crescono grazie ai contratti pubblici e diventano sempre più indispensabili. Da fornitori diventano protesi cognitive della sovranità. 

Non c’è nulla di scandaloso in sé. È così che funzionano le potenze. Il rapporto 2024 del Dipartimento della Difesa americano afferma che Pechino persegue la Military-Civil Fusion per fondere sistemi di sicurezza e sviluppo dentro un sistema nazionale integrato, acquisire tecnologie dual use, integrare innovazioni civili e militari e coltivare talenti tra i due mondi. Se la Cina lo fa secondo la propria grammatica strategica, gli Stati Uniti lo fanno secondo una forma più aziendale, più competitiva e caotica. Ma la logica di fondo resta simile.

Mentre demonizziamo Palantir come minaccia autoritaria, l’Occidente già sperimenta apparati pubblici pronti a entrare nel campo minato delle opinioni, dei post, dei linguaggi “controversi”. Basta guardarci dentro casa per cogliere la contraddizione. Per citare qualche esempio, nel Regno Unito, per esempio, la polizia si presentò sul luogo di lavoro di Harry Miller per alcuni tweet giudicati “transphobic”. I giudici riconobbero poi che quell’intervento aveva prodotto un effetto raggelante sulla libertà di espressione, pur senza che quei tweet integrassero un reato. Chelsea Russell fu invece condannata per aver pubblicato su Instagram versi rap, condanna poi rovesciata in appello. Si potrebbe continuare.

È dentro tutta questa complessità che va letto il caso Palantir. L’azienda viene spesso raccontata come il Satana tecnologico dell’Occidente. Ma fermarsi a questa immagine significa non capire nulla. Scandalizza proprio perché non nasconde la propria natura. Non promette un’umanità astratta, pacificata, senza nemici e senza conflitti. Parte dal presupposto di realtà che il mondo è fatto di potenze, alleanze, avversari, infrastrutture critiche, Stati che resistono e Stati che cedono. In un mondo che ci sbatte in faccia la conflittualità come tratto permanente dell’umano, Palantir cavalca il momento. Per questo scandalizza una sensibilità europea abituata a ragionare in termini ideologico-moralistici più che strategici.

Il suo manifesto è un documento geopolitico. Trascende la semplice intelligenza artificiale. Parla di guerra, deterrenza, civiltà, alleanze, nemici, responsabilità nazionale. È questo che lo rende indigesto. Il primo nucleo del manifesto è la rottura con la Silicon Valley del consumo. L’azienda di Karp e Thiel accusa implicitamente l’élite tecnologica americana di essersi rifugiata nella tirannia delle app, nel comfort dell’intrattenimento, nella produzione di servizi gratuiti, nell’economia dell’attenzione. “Free email is not enough”: la formula colpisce il cuore delle illusioni consumistiche degli ultimi vent’anni. L’Occidente non può sopravvivere producendo soltanto piattaforme, pubblicità, dipendenza, socialità simulata. Una civiltà, per continuare a esistere, deve garantire sicurezza, crescita, infrastrutture, capacità industriale, difesa.

Christopher Lasch, ne La Cultura Del Narcisismo, aveva già descritto con lucidità una società americana sempre più ripiegata sull’io, sull’immagine, sull’autopromozione, sul bisogno di riconoscimento e sulla fragilità psicologica prodotta dal consumo. Il consumo non come semplice acquisto di merci, ma come riflesso di un soggetto che consuma sé stesso, la propria immagine, la propria identità, il proprio bisogno continuo di conferma. Dalle nostre parti, Pier Paolo Pasolini attaccava come un leone la dittatura del consumo. Era indigesto allora e resta spesso addomesticato oggi. Quando viene presentato nelle scuole, lo si riduce quasi sempre alla poetica, al romanzo di borgata, a Ragazzi di vita: la parte più irrilevante rispetto al Pasolini che davvero azzannava il presente. 

Degli Scritti corsari, delle Lettere luterane, di Salò o le 120 giornate di Sodoma nemmeno l’ombra. Eppure, è lì che Pasolini ha visto il suo futuro e il nostro presente, in cui il consumismo diventa un meccanismo che deturpa gli uomini, il linguaggio, i desideri, i corpi, la morale, la percezione stessa della libertà. Governa attraverso un potere senza volto, più pericoloso dello stesso fascismo, coglieva ne “La forma della Città”. Il software è il sistema nervoso della potenza. Collega sensori, apparati militari, infrastrutture critiche, intelligence, sanità, industria, logistica, energia. Vedere prima, capire prima, decidere prima: questa è la nuova grammatica del potere. L’azienda lo afferma da anni anche nel suo S-1 depositato alla SEC, dove scrive che le sue piattaforme sono usate dagli Stati Uniti e dai loro alleati, e rivendica di non lavorare sia con Washington sia con i suoi avversari. La formula conclusiva è netta: “We have chosen sides.”. Sta con noi, non contro di noi. Questo è il punto.

Palantir dice alla Silicon Valley di smetterla di fingere che il mondo sia un mercato unico, pacificato, attraversato solo da utenti, clienti e opportunità. Il mondo è tornato competitivo. Anzi, non ha mai smesso di esserlo. Esistono potenze che ragionano in termini di dominio tecnologico, sicurezza nazionale, controllo delle catene produttive, guerra cognitiva, cyber, spazio, intelligenza artificiale. In questo mondo, la neutralità è maschera per l’ego, spesso inconsapevolezza mista ingenuità. A volte convenienza. Nel peggiore dei casi, complicità passiva. Il punto sull’intelligenza artificiale militare è ancora più diretto: la domanda, secondo Palantir, non è se verranno costruite armi basate sull’AI. Verranno costruite. La domanda è chi le costruirà e per quale scopo. 

Gli avversari dell’Occidente non sospenderanno la ricerca per rispetto dei nostri tormenti morali. Non aspetteranno che i nostri seminari sull’etica producano una sintesi accettabile. Procederanno. E infatti il Dipartimento della Difesa americano segnala che l’industria militare cinese sta sviluppando e consegnando capacità di intelligenza artificiale all’Esercito Popolare di Liberazione, mentre la dottrina cinese punta a integrare big data e AI per accelerare il processo decisionale operativo. Il manifesto sostiene poi che una fase della deterrenza, quella fondata sul nucleare, stia lasciando spazio a una nuova deterrenza costruita sull’intelligenza artificiale. Questo punto va approfondito meglio. A una prima lettura potrebbe apparire ambiguo, come se si tendesse a delegare la decisione all’algoritmo. In parte è vero, ma nel senso che tutto il processo di raccolta dati si lega con il tarlo storico dell’intelligence, cioè riuscire a sapere prima, anche solo di pochi istanti, ciò che succederà.

Vedere prima, capire prima, integrare prima, decidere prima, colpire prima. È una deterrenza fondata sulla compressione del tempo. Il processo meccanico di raccolta dati diventa decisivo perché raccoglie informazioni, ordina segnali dispersi, individua pattern, suggerisce bersagli, simula corsi d’azione, coordina sensori, droni, satelliti, comandi e unità operative. Non sostituisce il decisore politico nel momento formale della scelta, ma costruisce attorno a quella scelta un ambiente talmente rapido, denso e automatizzato da ridurre lo spazio della deliberazione umana. Il software assume la sua funzione migliore quando rimane ausilio all’essere umano, non suo sostituto. 

Ufficialmente, Palantir e il Dipartimento della Difesa americano continuano a rassicurare su alcuni principi fondamentali: l’uomo deve restare nel ciclo decisionale, il processo deve essere tracciabile, il sistema deve poter essere controllato e verificato, e ogni decisione che comporti l’uso della forza deve conservare “livelli adeguati di giudizio umano”. In altri termini, la macchina non agirebbe come soggetto autonomo e incontrollabile, ma come strumento inserito dentro una catena di comando ancora umana. Palantir presenta AIP, la sua piattaforma di intelligenza artificiale, proprio in questi termini. Un sistema che propone, ordina, accelera, ma in cui l’operatore umano resta formalmente coinvolto nell’approvazione delle azioni suggerite dall’AI. Anche la direttiva del Pentagono sui sistemi autonomi insiste su questo punto. Comandanti e operatori devono poter esercitare giudizio umano sull’uso della forza.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

Anche se l’uomo resta formalmente presente, l’incognita di fondo rimane. Non si sta necessariamente delegando il “clic finale”, ma una parte della delega si sposta nel processo che porta a quel clic. Raccolta dati, gerarchia delle minacce, selezione delle opzioni, individuazione del bersaglio, compressione dei tempi decisionali. Tutto questo orienta la scelta prima ancora che il decisore umano intervenga. Il problema è che molti sistemi di intelligenza artificiale, soprattutto quelli più avanzati, si fondano sul deep learning, cioè su reti neurali profonde capaci di produrre risultati estremamente efficaci, ma spesso difficili da spiegare fino in fondo. Si vede l’input, si vede l’output, il risultato può apparire coerente, ma non sempre è possibile ricostruire con precisione tutto il procedimento che ha condotto a quella risposta. Questo perché lavora su una mole enorme di dati e passaggi intermedi che rendono opaca anche agli stessi progettisti la piena spiegazione del processo. È il problema della scatola nera ed è un dilemma enorme anche per gli apparati militari.

Il manifesto va poi oltre la dimensione militare. Parla di servizio nazionale, di funzionari pubblici, di vita politica, di religione, di culture, di pluralismo. A prima vista potrebbero sembrare deviazioni. In realtà sono parte della stessa architettura: potenza e coesione interna camminano mano nella mano. Una società incapace di credere in sé stessa, di selezionare élite competenti e consapevoli del contesto, di attrarre talenti nel servizio pubblico, di riconoscere il valore della propria cultura, non avrebbe problemi soltanto nel reggere una competizione geopolitica di lungo periodo. Si sfalderebbe anche in tempo di pace.  Il senso dell’essere umano, il modo in cui ci conosciamo e ci riconosciamo, financo il suo equilibrio psicologico, nascono anche da una coesione interna, da un tessuto comune. Dove manca un centro, dove manca una missione, dove manca un orizzonte collettivo, la società non viene sconfitta solo dal nemico, ma si divora dall’interno. Può avere buoni dispositivi, ma non avrà una strategia. Può avere capitale, ma non avrà missione. Può avere mera innovazione, ma non avrà volontà di potenza.

Generare capitale, da solo, appartiene alla dimensione economica; avere anche una missione appartiene alla dimensione geopolitica. Per questo il manifesto è anche una critica dell’Occidente debole, relativista, stanco di sé. Qui Lasch torna come anatomista di una società che ha perso il senso del tempo storico: una cultura schiacciata sul presente, che svaluta il passato, vive nella gratificazione immediata, si chiude nel culto dell’individuo e non riesce più a pensarsi dentro una comunità. Ma qui ritorna anche il rapporto tra azienda privata e Stato. La fusione tra pubblico e privato può produrre capacità strategica, ma può anche generare ambiguità, perché l’interesse dell’azienda e l’interesse dello Stato possono coincidere, ma non coincidono per natura. Allora la questione è se lo Stato sia ancora capace di orientare le proprie protesi tecnologiche senza rischiare di dipendere da esse. Quando Palantir rifiuta il pluralismo vuoto, sta mettendo anni di ideologia astratta alla prova di sé stessa. Inclusione dentro che cosa? Dentro quale civiltà, quale Stato, quale ordine, quale destino comune? Senza un centro, l’inclusione diventa pura retorica che alimenta il caos. Senza una forma da dare a sé stessi, il pluralismo di facciata si trasforma in dispersione fine a sé stessa.

Qui anche il concetto di famiglia, spesso stigmatizzato dalla parte più estrema delle correnti progressiste, possiede un significato strategico. La famiglia è una delle strutture attraverso cui una collettività si riproduce, si educa, si riconosce, trasmette valori, linguaggio, memoria, appartenenza. Allo stesso modo, la religione agisce come collante culturale, dando forma a una comunità, a compattarla, a offrirle un orizzonte comune. Una società coesa è una società più forte. Una società frammentata, atomizzata, composta da individui sempre più soli, come mostra la crisi della solitudine che attraversa l’Occidente allargato, è invece una società più vulnerabile. Famiglia, cultura, religione, appartenenza sono il materiale profondo con cui ogni collettività di questo pianeta costruisce sé stessa. Se non stabilisci chi sei, come puoi relazionarti con la realtà? come puoi relazionarti con gli altri? L’azienda tecnologica viene raccontata come il Satana tecnologico dell’Occidente. La tecnologia oscura, securitaria, inquietante. Quasi magia nera. Il mostro che trasformerebbe le democrazie in autocrazie digitali. 

Ma mentre tremiamo davanti a un’impresa che mette software, dati e capacità analitica al servizio della difesa, accettiamo con minore turbamento che apparati pubblici, dentro democrazie occidentali, entrino nelle vite private per disciplinare linguaggio, opinioni, satira, dissenso culturale da un punto di vista evidentemente schierato. Profetizziamo istericamente l’avvento della distopia orwelliana senza accorgerci che alcune sue forme sono già tra noi. Ci inquieta l’idea che un software aiuti l’Occidente a vedere meglio, decidere prima, difendersi più in fretta. Ci inquieta assai meno che un cittadino venga visitato, segnalato o arrestato per opinioni sgradite, battute infelici o provocazioni culturali non tollerate da una società sempre più incapace di sopportare un’opinione diversa da quella ufficiale. E la chiamavano democrazia. Non è una novità. L’uomo ha storicamente sempre avuto diffidenza verso le nuove scoperte. Ciò che lo turba non è soltanto la tecnologia in quanto tale, ma il fatto che essa lo costringe a rimettersi in discussione, decostruire le proprie sicurezze, le convinzioni valide fino a ieri, e accettare un nuovo ordine del mondo.

Il sistema copernicano mise in crisi l’ordine costituito. Successivamente Galileo Galilei fu accusatodi eresia per averlo difeso. Giordano Bruno fu arso vivo per idee che rompevano l’immagine di uncosmo chiuso centrato sull’uomo. Tra il 1811 e il 1816, operai tessili inglesi (luddisti) distrussero macchinari per protestare contro l’automazione del lavoro. Non furono un argine al progresso, cheinfatti si incanalò verso altre traiettorie. Siamo di fronte a una normale fase di sconquassamento prodotta dal progresso e dalle implicazioni del rapporto tra essere umano e macchina. La storia mostra che gli uomini si sono spesso opposti al progresso scientifico e tecnico, ma quasi mai sono riusciti a fermarlo davvero. Il problema, per noi e per gli Stati Uniti, è riuscire a manovrarlo prima della concorrenza e a trasformarlo in potenza. Tuttavia, se la società interpreta l’IA principalmente come un pericolo, il perseguimento di questi obiettivi rischia di essere quantomeno rallentato. Rischio che può essere contenuto solo guardando al progresso con lucidità e realismo, superando il terrore dell’ignoto.

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