Nei giorni scorsi il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si è espresso sul conflitto con l’Ucraina, che si prolunga ormai da più di quattro anni, lasciando intendere chiaramente che la conclusione dei combattimenti potrebbe concretizzarsi nel breve periodo. Il leader del Cremlino si è addirittura spinto oltre, affermando che la Russia è pronta a negoziare, proponendo l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder per condurre i colloqui con l’Unione Europea. Putin ha anche aggiunto che sarebbe pronto a prendere in considerazioni qualsiasi altro negoziatore europeo, a patto che non abbia esternato in precedenza dichiarazioni avverse alla Russia.
L’opzione Schröder però non pare essere apprezzata da Bruxelles e Berlino, considerando il suo stretto legame con Mosca e diversi incarichi eseguiti presso compagnie energetiche russe. È difficile ipotizzare quale figura possa essere selezionata dal Vecchio continente, ma è chiaro che qualsiasi personalità suggerita dalla controparte verrà rigettata, effettuando in maniera autonoma una scelta così rilevante. Anche l’Ucraina ha manifestato apertamente la volontà di sedersi al tavolo dei negoziati, con il consigliere presidenziale Serhiy Leshchenko che ha affermato che il Presidente Volodymyr Zelensky sarebbe disponibile ad incontrare Putin in qualsiasi sede, Mosca esclusa. Sotto questo punto di vista si registra un netto disaccordo, ma la possibilità che possano essere programmati incontri in Medio Oriente, negli Stati Uniti o in Europa non può essere esclusa.
Non è di certo la prima volta che le parti fanno riferimento a potenziali negoziati; negli ultimi mesi entrambi i leader si sono espressi a riguardo più o meno apertamente, senza però segnalare mai un’effettiva prossimità alle discussioni di pace. In questo frangente, invece, Putin ha modificato il proprio approccio comunicativo, indicando in maniera inequivocabile che i negoziati sono realmente vicini. È evidente che il conflitto sia durato più di quanto gli strateghi russi si sarebbero aspettati, e che da un punto di vista tattico-militare, dopo aver attraversato un intenso inverno di scontri bellici, affrontare anche un’ulteriore estate con massivi spostamenti di truppe già esauste potrebbe alimentare il processo di deterioramento dei mezzi militari già iniziato negli ultimi mesi, portando ad altre perdite di uomini che risultano essere già eccessive rispetto ai sacrifici pronosticati in fase di preparazione del conflitto.
Inoltre, se è vero che le grandi potenze non ragionano essenzialmente in termini economicistici, di certo Mosca non può permettersi di ignorare le proprie fragilità sul piano economico-finanziario, presenti già a livello strutturale prima dello scoppio della guerra nel 2022, e aggravate dalle sanzioni imposte dall’Occidente. Dopo un conflitto quadriennale su vasta scala, sarebbe il momento di posare le armi, fornire maggiore stabilità alla Nazione, e dedicarsi al fronte interno, che è stato chiamato a sostenere cospicui sacrifici. Chiaramente, Putin non potrà presentare al popolo una vittoria schiacciante, ma dovrà essere abile a comunicare la fine dei combattimenti come un successo ottenuto non solo contro Kiev, ma nei confronti dell’intera NATO, che offrendo supporto militare, operativo ed economico agli avversari ha tentato di ostacolare il totale raggiungimento dei propri obiettivi. Il Cremlino dovrà necessariamente sottolineare anche la sua efficienza nel proteggere i connazionali residenti nel Donbass dal “genocidio” perpetrato dagli uomini di Zelensky, ottenendo anche nuove posizioni nei territori ucraini grazie alle quali sarà possibile fornire maggiore sicurezza al popolo russo.

Anche per Kiev sarebbe conveniente la conclusione degli scontri militari, considerando che sono stati persi oltre 600 mila uomini, e che il Paese è completamente devastato dalla guerra, con più di 4 milioni di rifugiati che hanno lasciato la propria terra, ed una struttura economico-industriale danneggiata irrimediabilmente dalla distruzione bellica. Raggiungere un accordo di pace relativamente equo, in cui si ottengono esplicite garanzie di sicurezza ed autonomia politica, in cambio di alcune cessioni territoriali, potrebbe essere considerata una vittoria, nonostante l’immane sacrificio che è stato sostenuto dal 2022, tenendo conto delle aspirazioni della Russia all’inizio del conflitto. Il fatto che all’Ucraina convenga una evoluzione simile non implica che lo stesso valga anche per il suo Presidente. Se per il leader russo la vera sfida sarà vendere con astuzia una vittoria che sul piano strategico pare essere assente, per Zelensky la fine del conflitto potrebbe comportare anche l’epilogo della sua carriera politica. Il consenso sembra essere in calo, per via di come è stata gestita la leadership militare e dei servizi segreti, per le decisioni tattiche ed operative e la perdita di un’elevatissima quantità di uomini. Questi elementi potrebbero essere sfruttati con scaltrezza dai rivali interni, indebolendo la figura politica del leader ucraino. Inoltre, qualora dovesse accettare eventuali cessioni territoriali, le frange più estreme dell’esercito, come i battaglioni nazionalisti, potrebbero abbandonarlo, a causa del desiderio di combattere fino all’ultimo uomo contro il Cremlino per scongiurare la perdita delle proprie terre.
Paradossalmente, nonostante ci si stia avvicinando al gong finale, l’intensità dello scontro tra i due attori si sta intensificando. La Russia ha colpito pesantemente Kiev, uccidendo ventiquattro ucraini, e ha lanciato una delle più grandi ondate di droni dall’inizio del conflitto, danneggiando in maniera consistente le difese avversarie, mentre l’Ucraina sta rispondendo con prontezza, colpendo la raffineria di Ryazan, provocando la morte di tre persone. Inoltre, alcune indiscrezioni indicano che nelle prossime settimane potrebbero esserci nuove mobilitazioni di massa da parte di Mosca, in modo tale da consolidare le conquiste territoriali ed evitare potenziali arretramenti.
Apparentemente questi avvenimenti sembrano smentire le dichiarazioni dei leader, ma in realtà sono esattamente la conferma della veridicità delle intenzioni di inaugurare un negoziato di pace. Quando ci si avvicina alla conclusione di un conflitto armato, spesso le parti tentano di aumentare sia le proprie capacità offensive che l’aggressività, cercando di acquisire più vantaggi tattici possibili e presentarsi in una posizione di forza al tavolo delle trattative. In questa fase ogni chilometro guadagnato può ampliare il bargaining power, e gli attori sembrano essere più disposti a sostenere sacrifici per massimizzare l’output che è possibile ottenere. Entrambi gli stati hanno speso ingenti costi militari, umani ed economici, e se ora sono intenzionati astanziare ulteriori risorse per i combattimenti è per tentare di far fruttare i più di quattro anni di guerra. Tra gli elementi che segnalano che in questo momento ci si trovi in una fase di escalation pre-negoziale non si registrano solo le dichiarazioni dei due presidenti, ma anche lo scambio di 205 prigionieri mediato da Donald Trump. L’accordo tra le parti prevede uno scambio di “mille per mille”, ed è lecito aspettarsi quindi ulteriori trasferimenti di uomini nelle prossime settimane.
In questo frangente le parole dei leader sembrano contraddire ciò che è possibile osservare sul campo di battaglia, ma considerando come tendenzialmente ragionano le potenze in guerra, non c’è niente di inusuale nel comportamento dei due attori. Il conflitto che ha scosso l’Occidente dal suo torpore potrebbe finalmente volgere al termine, ma gli spari e i lanci di missili rimbombano incessantemente in Europa orientale, e il sangue continua ad essere versato sul terreno.