OGGETTO: Non fare nulla e vincere
DATA: 21 Aprile 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
AREA: Asia
Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.
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Prima di entrare nell’analisi serve una premessa metodologica, utile per pulire il ragionamento. Sul teatro indo-pacifico, e in particolare su Taiwan, da anni si moltiplicano letture fondate sull’imminenza dell’attacco cinese. Scenario tutt’altro che implausibile: diversi elementi spingono a considerarlo concreto, e in geopolitica anche un lieve aumento della probabilità basta a rendere il rischio reale. Ma l’imminenza, se evocata troppo a lungo senza mai compiersi, da un lato scade nel ridicolo, come ogni profezia che non si avvera; dall’altro si trasforma in un’arma semi-automatica del discorso, pronta a esplodere il colpo senza che ce ne rendiamo conto.

Robert K. Merton, nel saggio The Self-Fulfilling Prophecy del 1948 definiva la profezia che si auto-adempie come “una falsa definizione della situazione” capace di provocare un nuovo comportamento che rende vera quella stessa concezione inizialmente falsa. Applicato a Taiwan: se tutti agiscono come se la guerra fosse imminente, le mosse preventive, il riarmo e l’irrigidimento delle posture possono contribuire ad aumentare la probabilità dello scontro. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la fallibilità dell’analista. Gli scenari non sono oggetti neutri: una volta formulati, circolano, vengono assorbiti dagli attori, ne orientano paure, aspettative e condotte. In certi casi, possono perfino contribuire a spostare il corso degli eventi che pretendono di descrivere. Un conto è figurarsi, alla Kaplan, lo scenario peggiore per impedirne l’avvento; altro è trattare come già certo ciò che resta ancora privo di prova e di reale conoscenza.

Viene allora da chiedersi se le ipotesi che formuliamo non finiscano talvolta per produrre conseguenze che rientrano, almeno in parte, nel quadro che pretendevano non solo di descrivere, ma anche di prevedere. Se si ripete senza tregua che un attacco è vicino, gli apparati militari si allertano, le opinioni pubbliche si irrigidiscono, i governi accelerano il riarmo, i mercati reagiscono, le diplomazie si chiudono. La previsione non resta esterna al fatto, ma comincia a entrare nelle condizioni entro cui il fatto può maturare. Non perché l’analista determini da solo l’evento, ma perché contribuisce a costruire il clima mentale nel quale quell’evento può apparire sempre più plausibile, necessario o perfino inevitabile. In altri termini, non bisogna chiedersi soltanto se un attacco verrà, ma quale ambiente psicologico venga costruito attorno alla sua possibilità. 

Ma c’è un ulteriore punto da mettere a fuoco. La logica cinese si muove dentro una grammatica più indiretta, paziente, dissimulatrice, in cui il tempo, la postura, la pressione psicologica e l’erosione dell’avversario contano almeno quanto lo scontro aperto. Se nei nostri apparati mentali pesa Clausewitz, cioè l’idea della guerra come prosecuzione della politica con altri mezzi, come scontro decisivo tra volontà organizzate, nel canone strategico cinese pesa invece Sunzi, per il quale la forma più alta della vittoria consiste nel piegare l’avversario senza arrivare allo scontro aperto, attraverso l’inganno, la pazienza, la pressione e il logoramento.

C’è qui anche una lezione più generale: la storia non si muove solo per fatti compiuti, ma anche per anticipazioni, timori, attese, immagini del futuro. I popoli e gli Stati agiscono spesso non in base a ciò che è già avvenuto, ma a ciò che percepiscono imminente. Ed è proprio quella percezione, a sua volta, a orientare le decisioni del presente. Per questo la previsione non è mai del tutto innocente: ogni analisi del futuro entra, in qualche misura, nella lotta per definirlo.

Tolto di mezzo il rumore, occorre allora tornare ai punti di vista degli attori in gioco. Taiwan, anzitutto, teme che la Cina possa sfruttare la distrazione degli Stati Uniti, oggi assorbiti dalla guerra in Medio Oriente, per intensificare la pressione sull’isola. Intanto, i media di Stato cinesi stanno già utilizzando il conflitto per mettere in dubbio l’efficacia delle armi americane che Taipei impiegherebbe in caso di invasione, alimentando così una campagna di logoramento psicologico volta a erodere la fiducia taiwanese nella protezione statunitense. Prolungare l’impegno nel Medio Oriente finirebbe per consumare le scorte militari americane, sottrarre attenzione all’Asia-Pacifico e rafforzare negli Stati Uniti il sentimento contrario a nuovi impegni bellici. 

Per Chang Kuo-cheng, professore di relazioni internazionali alla Taipei Medical University, tutti questi fattori possono indurre Xi Jinping a ritenere che, esercitando una pressione maggiore su Taiwan o perfino ricorrendo alla forza, la sua posizione sarebbe oggi più solida di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

A Taiwan, la ripresa, dal 14 al 15 marzo, di incursioni aeree cinesi su larga scala nei pressi dell’isola viene letta come il tentativo di Pechino di approfittare del ridispiegamento di forze americane dall’Asia orientale verso il Medio Oriente per accrescere la tensione nello Stretto. Un alto funzionario della sicurezza taiwanese ha definito questa fase “un momento in cui la Cina può esercitare influenza”, aggiungendo che ciò che Pechino sta cercando di produrre è la sensazione che, quando gli Stati Uniti spostano altrove le proprie forze e la potenza indo-pacifica viene reindirizzata verso il Medio Oriente, tensione e instabilità diventino inevitabili. 

Provare a guardare la fase attuale anche con gli occhi di Pechino, non per assumerne la narrazione ma per coglierne la logica, significa riconoscere che lo scontro fra Stati Uniti e Iran offre all’impero di mezzo un’occasione preziosa per studiare il proprio principale rivale. Anche se oggi prevale una tregua dal futuro incerto, il conflitto ha già aperto una finestra di osservazione strategica. Più a lungo la crisi resterà accesa, o anche solo sospesa sull’orlo della ripresa, più lezioni la Cina potrà trarre sul modo di pensare dell’apparato militare americano, sui suoi tempi di risposta, sulla gestione simultanea dei teatri e sull’impiego dei sistemi d’arma avanzati in uno scenario di alta intensità. Il protrarsi dell’instabilità offre a Pechino un numero crescente di indicazioni sulle tattiche americane e sui possibili scenari di risposta a un’eventuale mossa cinese contro Taiwan, consentendole di osservare, apprendere, comparare e proiettare queste informazioni su un futuro scenario taiwanese.

È a questo punto che bisogna mettere a fuoco la ragione dell’attendismo cinese. L’Impero Celeste, infatti, continua a ottenere risultati senza oltrepassare la soglia della guerra aperta. Nelle ultime settimane ha combinato pressione militare senza oltrepassare la linea rossa, più campagna psicologica e messaggi sui presunti benefici della riunificazione, soprattutto in materia di energia e infrastrutture.

Inoltre, la propaganda cinese ha sfruttato la guerra in Medio Oriente per diffondere video e narrazioni volte a insinuare nell’opinione pubblica taiwanese il timore di una crisi energetica devastante in caso di accerchiamento. Parallelamente, l’Ufficio cinese per gli Affari di Taiwan ha offerto all’isola sicurezza energetica in cambio dell’accettazione dell’unione con Pechino, presentandola come uno dei vantaggi della “riunificazione pacifica”. Taiwan ha respinto immediatamente il messaggio, e il viceministro dell’Economia Ho Chin-tsang lo ha definito un’ulteriore forma di guerra cognitiva. Lo stesso ufficio ha proseguito l’opera di seduzione presentando come beneficio della riunificazione anche il miglioramento delle infrastrutture, arrivando a evocare un collegamento rapido stabile attraverso lo Stretto, cioè una rete di trasporto veloce tra le due sponde, e perfino un’autostrada Pechino-Taipei. Se riesce a logorare Taiwan, a dividerne il campo interno e a mettere in dubbio l’affidabilità americana senza combattere, per la Cina questo è infinitamente meno costoso di un’operazione militare aperta. Il rinvio, dunque, non va letto anzitutto come esitazione o insufficienza, ma come calcolo.

A ciò si aggiunge un altro elemento. Washington continua a sostenere il rafforzamento della spesa militare dell’isola, insiste sulla necessità di consolidarne la capacità di dissuasione e viene al tempo stesso sollecitata da Taipei ad accelerare la consegna degli armamenti già acquistati. La Cina può certamente saggiare i limiti americani, ma non può ancora dare per acquisito il loro venir meno.

Pechino non agisce soltanto dall’esterno, con pressioni militari e diplomatiche, ma cerca anche di influire sugli equilibri politici interni di Taiwan. Da un lato sostiene apertamente le forze favorevoli alla riunificazionerifiuta di trattare con Lai Ching-te, il presidente in carica, che considera espressione di una linea troppo vicina al separatismo taiwanese; allo stesso tempo mantiene invece aperti i canali con il Kuomintang, il principale partito d’opposizione, storicamente più favorevole a preservare rapporti e negoziati con la Cina continentale.

La classe dirigente cinese sembra preferire, almeno per ora, sfruttare le divisioni politiche dell’isola e coltivare interlocutori più accomodanti, invece di compattare l’opinione pubblica taiwanese con una mossa militare drastica. Anche questo contribuisce a spiegare perché l’erosione graduale appaia oggi più utile dell’urto frontale.

Altro elemento riguarda la retorica ufficiale della “riunificazione pacifica”. Essa non segnala una rinuncia alla coercizione, ma piuttosto una strategia a doppio binario. Da un lato, Pechino ha irrigidito nel tempo il proprio lessico, lasciando intendere che la forza resta sul tavolo; dall’altro presenta pubblicamente la riunificazione come fonte di benefici economici e sociali, quasi fosse una scelta razionale e conveniente per Taiwan. Non cambia il fine, cambia la confezione. La minaccia non scompare; viene affiancata dalla seduzione. 

La pressione esterna si accompagna a un parallelo irrigidimento interno. La nuova legge cinese sulla ‘promozione dell’unità e del progresso etnico’, approvata nel marzo 2026, mira esplicitamente a forgiare una ‘forte coscienza della comunità del popolo cinese’, a rafforzare l’identificazione con la madrepatria, con la cultura cinese e con il Partito comunista, a generalizzare l’uso del mandarino nell’istruzione e nelle funzioni ufficiali e a conferirgli preminenza anche dove coesiste con le lingue minoritarie. La norma estende inoltre questa pedagogia patriottica alla scuola, ai media, alle famiglie, ai gruppi religiosi e più in generale all’intero spazio pubblico. La leadership cinese parte, infatti, da un presupposto preciso: uno Stato che intenda sostenere una competizione prolungata con gli Stati Uniti, premere su Taiwan, presidiare regioni di frontiera sensibili e attraversare eventuali crisi economiche o militari, ha bisogno di un fronte interno il più possibile compatto. Per questo la legge non si limita a “educare”, ma punta a uniformare la base umana dello Stato, rafforzando la lealtà al Partito, alla madrepatria e a una identità nazionale comune. 

Anche in materia matrimoniale la logica è la stessa: la norma vieta che etnia, consuetudini o religione vengano invocate per ostacolare unioni tra appartenenti a gruppi diversi, favorendo così l’integrazione interetnica. Ma non si tratta di un’apertura al pluralismo. 

I matrimoni interetnici non sono valorizzati come espressione di differenze riconosciute e poste su un piano di parità, bensì come strumento di integrazione verticale: le differenze possono continuare a esistere solo in forma subordinata, come componenti secondarie di una cornice superiore e unificante, quella della ‘comunità del popolo cinese’. 

La legge lo suggerisce chiaramente quando afferma che tutte le culture etniche sono parte della cultura cinese, insiste sulla necessità di rafforzare l’identificazione con la madrepatria, con la cultura cinese e con il Partito e assegna al mandarino una posizione centrale nella scuola e nella vita pubblica. In altri termini, poiché cancellare integralmente le differenze etniche sarebbe tanto impraticabile quanto destabilizzante, per Pechino risulta più conveniente ricondurle entro una gerarchia politica e simbolica che le renda compatibili con la stabilità dello Stato, subordinandole a un’identità superiore e unificante.

Tradotto in grammatica strategica, l’assimilazione forzata risponde a una logica precisa. Anzitutto serve a chiudere le linee di frattura interne: molte minoranze vivono in regioni di frontiera vaste, strategiche e spesso ricche di risorse, sicché lasciare in questi spazi identità forti, autonome e scarsamente integrate significherebbe per Pechino mantenere aperti potenziali punti di vulnerabilità. In secondo luogo, la costruzione di una “comunità di destino” rende più agevole la mobilitazione nazionale, perché abitua la popolazione a percepirsi come un corpo politico chiamato a condividere sacrifici, disciplina e costi collettivi in caso di crisi. Infine questa omogeneizzazione prepara il paese a una competizione esterna più dura: la pressione su Taiwan e il compattamento interno rispondono infatti alla stessa grammatica strategica, poiché la coercizione esterna richiede coesione interna. Infine, la legge riduce lo spazio di ogni mediazione alternativa al Partito: lingue minoritarie, religioni, consuetudini matrimoniali e memorie storiche locali, che in una prospettiva liberale rinviano al pluralismo, nella logica di Pechino possono trasformarsi in centri di lealtà concorrente. Per questo il provvedimento non le sopprime formalmente, ma le gerarchizza, ponendo al di sopra di tutte l’unica identità politica giudicata legittima, quella della “comunità del popolo cinese”.

Per ora una guerra per Taiwan costituirebbe ancora un salto enorme e ancora troppo rischioso. I segnali disponibili mostrano un aumento della pressione, non preparativi pubblicamente confermati per un’offensiva decisiva imminente. Pechino approfitta del caos in Medio Orienteanzitutto per osservare e studiare, per mettere alla prova più che per eseguire un piano già entrato nella sua fase terminale. Anche da questo punto di vista, il disordine mediorientale offre alla Cina non tanto un pretesto immediato per colpire, quanto un laboratorio da cui trarre insegnamenti sulle armi americane, sui tempi di risposta di Washington e sulla tenuta psicologica dei suoi alleati.

L’impero di mezzo sta cercando di ottenere tre risultati insieme. Far apparire gli Stati Uniti sovraestesi. Accrescere la vulnerabilità psicologica di Taiwan. Coltivare una soluzione politica più favorevole ai propri interessi. Finché questi strumenti producono effetti, la guerra resta l’opzione più rischiosa. La pressione graduale le consente di accumulare vantaggi senza pagare, almeno per ora, il prezzo enorme di una guerra.

Viviamo in un momento storico in cui ogni giorno può accadere quasi di tutto, soprattutto ciò che, solo pochi anni fa, avremmo giudicato improbabile o addirittura impensabile. Osservando il caos mediorientale, è plausibile che la Cina desideri tutto fuorché ritrovarsi ora in un conflitto con un’amministrazione americana che fa dell’imprevedibilità una tattica, capace di dire A al mattino e B alla sera. Per Pechino, nell’immediato, può risultare più conveniente l’attesa di un avversario più leggibile, più inquadrabile. Ed è proprio questa instabilità a suggerire un’ulteriore considerazione. Se il nostro tempo appare segnato dal ritorno del disordine come condizione permanente, tanto più perché l’impero americano ne è divenuto in larga misura diretto produttore, allora vale la pena integrare il caos come elemento dell’analisi.

Ordine e caos appartengono entrambi alla vita umana. L’ordine è la condizione ottimale che l’uomo ricerca per arginare il disordine, cioè quella tendenza alla dispersione che, portata al limite, coincide con la massima entropia. Non tutti gli attori cercano l’ordine nello stesso modo. Vi è anche chi il disordine lo cavalca, chi tenta di piegarlo a proprio vantaggio, di nascondersi nella sua ombra per disorientare l’avversario e sottrarsi a una lettura lineare delle proprie mosse. Nel massimo caos si è meno leggibili: ci si confonde con il rumore di fondo, si obbliga l’altro a reagire senza coordinate fisse, appannandone la capacità di distinguere il gesto decisivo dal movimento diversivo. 

Halford Mackinder scriveva che chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo, e chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo. Nicholas Spykman spostò il fuoco sul Rimlandsostenendo che chi governa il bordo dell’Eurasia governa l’Eurasia stessa. Alfred Mahan fu ancora più ambizioso, spostando completamente l’attenzione sul mare: secondo il principio centrale di The Influence of Sea Power upon History (1890), chi controlla i colli di bottiglia governa i mari, e chi governa i mari governa il mondo.

Oggi, Stati Uniti e Cina si incontrano nel caos da posizioni opposte: da una parte chi lo alimenta, lo cavalca e sembra quasi ricercarne l’adrenalina; dall’altra chi preferisce sfruttarlo di riflesso, lasciando che i rivali si logorino altrove e traendone i vantaggi strategici che ne derivano. Nella grande contesa del secolo prevarrà chi avrà imparato a stare nell’incertezza senza smarrirsi, a farla propria senza subirla, ad accettarla come parte costitutiva della realtà. Chi governa il caos controlla tutto.

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