OGGETTO: L'Italia galleggia, la politica affonda
DATA: 24 Marzo 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Un referendum che avrebbe dovuto misurare il Paese ha misurato invece la sua paralisi: tutto si trasforma in voto politico, ogni riforma in campo di battaglia ideologico, ogni questione strategica in propaganda. In un paese che ha fatto di tutto politica, il dibattito pubblico si è ridotto a macchietta - e il quieto vivere è diventato l'unica vera ideologia trasversale.
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Verrebbe da chiedersi quale fosse l’obiettivo di questo referendum. Quale l’importanza. Quale il ruolo nel determinare il futuro in un modo o nell’altro all’interno dell’Italia. E verrebbe da chiedersi ciò non tanto – o non solo – alla luce del risultato attuale. Quanto, specialmente, per la continuità che rasenta il sintomatico nella storia e nella tradizione politica italiana. Galleggiare sarebbe il verbo più adatto.

Sospesi nell’indefinito e indefinitamente attaccati a questioni di merito, ad appartenenze ideologiche. In modo trasversale, qualunque iniziativa dell’una o dell’altra fazione viene bocciata e osteggiata dalla prima o dalla seconda, se proposta dal proprio avversario di turno.

Il voto tecnico si trasforma in voto politico. Tutto resta indefinito. Sospeso. Spesso attraversato da leggiadre acrobazie in cui vincoli evidenti vengono accolti come scelte di campo. In un paese che ha fatto di tutto politica, eredità – e involuzione – della Repubblica dei Partiti, tutto sembra potersi risolvere in questo. E tutto è funzionale semplicemente alle rispettive propagande. Vi converge indistintamente. Elencando, in ordine sparso (come si conviene al magma indefinito del nostro dibattito pubblico), politiche energetiche, politica estera, giustizia, politiche economiche, risultati del Festival di Sanremo, famiglia nel bosco, Garlasco e cronache nere varie ed eventuali, non si commetterebbe errore.

Partiamo da un presupposto, apparentemente al di là del discorso: nessun governo italiano ha la forza di dismettere il proprio rapporto con l’Alleanza Atlantica, con gli Stati Uniti o con Israele. E, se anche fosse, ciò dovrebbe avvenire stante alcune condizioni molto delicate e se non altro complesse: dotarsi di un sistema di difesa autonomo o coadiuvato dai soci europei, tra quelli disposti a dismettere la protezione statunitense; costruire una filiera tecnologica e di alta manifattura sufficientemente avanzata da poter dismettere gli importanti appalti che volenti e nolenti abbiamo con Tel Aviv. Accettare una severa diminuzione dei nostri flussi in uscita, garantita in primo luogo dal legame commerciale con gli Stati Uniti e dalla protezione finora offerta dalla flotta statunitense all’apertura dei mari, necessari a un Paese povero di materie prime e dedito all’esportazione di prodotti ad alto valore aggiunto. Accettare, infine, di costruire una filiera energetica non testardamente protesa verso la negazione di qualunque proposito, dall’importazione di idrocarburi perché sancita da rapporti con potenze poco “liberali” (qualunque cosa voglia dire), al nucleare per non precisate incapacità nostrane unite a fobie di “pancia”, prive di valore tecnico scientifico, passando infine per l’esaltazione asettica delle rinnovabili. Ebbene, in nessun caso questi divengono elementi di indagine razionale, strategica. Vengono letti semmai in pura chiave politica. Ergo, mediante categorie di destra o di sinistra.

Qualsiasi discorso sulla difesa del paese viene ad esempio tradotto in imprecisate mire militariste di qualunque governo. Ma al contempo si richiede di non appiattirsi sulle posizioni trumpiane. Che sono le posizioni del momento convulso e schizofrenico della superpotenza, dunque di un intero retroterra. Quale sia il maggiore appiattirsi di questo governo in un paese che ospita dodicimila soldati statunitensi sul proprio territorio, che ha perso una guerra mondiale ed è parte di una sfera di influenza d’Oltreoceano, non si capisce. E in fondo a nessuno interessa degli americani o del definirsi anti-americani, se non a raccogliere consensi per la propria parte e per la propria campagna elettorale. Tradotto: il dibattito è sporcato. Privato di profondità. Sospeso perché caotico e polarizzato. La politica è ovunque, sotto forma di opinione. Mentre l’azione politica si riduce a macchietta. Da chi da destra difendeva una riforma della giustizia, spacciandola per la risoluzione di tutti i mali del paese, evocando lo spettro di un’Italia invasa da spacciatori e pedofili in caso di vittoria del “No”; fino a chi, da sinistra, evocava improbabili svolte in direzione ventennio. Traumi psicologici (diremmo, psichiatrici) che nessuna fazione riesce ad accettare, quella della sindrome di accerchiamento centro-destrorsa o della fobia fascista da centro-sinistra. Di svolte autoritarie nemmeno l’ombra, probabilmente. Se non uno sbilanciamento, corretto dalla possibilità di bilanciare e riequilibrare certe storture (riconosciute anche dagli oppositori) alla riforma proposta. E nessuna traccia nemmeno di una auspicata trasformazione miracolosa della giustizia italiana, in grado di risolvere in un sol colpo Garlasco, famiglie del bosco presenti e future, e si proporrebbe anche eventuali voti incerti nel prossimo e nei prossimi festival della canzone italiana. Quelli sì, in grado di unire sotto il segno del Nulla più totale la penisola da Nord a Sud.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Resta solo l’imbarazzo per aver venduto una riforma per ciò che non era. Per aver portato acqua al proprio mulino e aver avvelenato l’acqua del mulino del rivale solo in quanto tale. Non illudiamoci: a parti invertite niente sarebbe cambiato. Nulla della controparte vale la pena di essere sostenuto. Si galleggia nelle nebulose politiche, mentre la politica vera si svolge altrove e con altre regole. Non certo quelle dei “buoni”, checché se ne possa dire. Le complicazioni scambiate per momentanee divengono programmi e promesse da rispettare. Qualunque sia la circostanza. Dal prezzo della benzina alle carenze finanziarie.

Vogliamo la pace, ma rifiutiamo gli strumenti per conseguirli. Sosteniamo una parte, senza accettare o comprenderne aspirazioni, possibilità e magari benefici per i nostri interessi. Nel mentre, la Costituzione resta intoccabile e inviolabile. Elemento certo sacrosanto per tutto ciò che significa, ma che lascia spiragli per un certo senso complessi. Noi saremmo ancora quelli della Costituzione. Saremmo ancora il loro prodotto, come tale intoccabile. Preservare, a ogni costo, resta il termine chiave. Tranne se a proporre trasformazioni in un senso o nell’altro è la propria fazione politica, si intende. Allora tutto diviene più sfumato. Le parti si invertono. La giostra ricomincia. Nessuno, da destra o da sinistra, può toccare la sacralità costituzionale. In un verso o nell’altro, bisognerà un giorno discutere se tanta ammirevole devozione, sia frutto di sincera adesione ai suoi valori o di paura di qualunque salto nel vuoto. Il quieto vivere è l’unica ideologia trasversale. Lo stesso per cui la guerra non ci piace, ma il nostro risolverla si limita a dire quanto sia brutta la guerra (incredibile).

Il quieto vivere implica avversione al cambiamento. Se non a parole, ovviamente. Molto facile è auspicare o idealizzare, molto difficile capire con chiarezza la fattibilità. Così tra il dirsi europeisti e un’Europa unitaria passa un abisso. Non esiste uno Stato in grado di unificarla. Non esiste un sentire tattico comune. Non esiste nulla, se non un’unione economica (grandiosa fonte di benessere, ineccepibile) e la protezione militare statunitense. Il resto sono ideali. Ideali per non pensare. Come un guardare talmente avanti da uscire dal concreto. Perché il concreto va risolto, l’ideale molto meno. E implica decisioni. Ciò di cui siamo incapaci, se non guardandoci le spalle, proteggendo ciò che abbiamo, senza neanche saperne bene il motivo, da cosa origina, perché, con quali conseguenze. Grandi affluenze si associano a grandi paure. Indotte dall’una dall’altra parte. Il nemico va sconfitto. Solo di questo si tratta. E la Costituzione non si tocca. Mai. Qualunque casa accada.

Solo in questi casi viene esaltata la sincera devozione democratica del popolo italiano. Contemporaneamente viene sostenuta l’attenzione italiana alla tematica proposta e l’interesse a dare un segnale a favore o contro il governo. Delle due l’una. Ha vinto l’opposizione alla riforma o l’opposizione al governo? Hanno perso i riformisti o i governativi? E quale popolo italiano, democraticamente devoto, starebbero definendo? Lo stesso criticato per l’astensionismo in sedi europee o in referendum privi di quorum? Vale il principio di non contraddizione. O siamo democraticamente vivi, politicamente consapevoli, o non lo siamo. Oppure tutto è più complesso, semplicemente più complesso. Più di qualsiasi polarizzazione.

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