Breve teoria del "nicodemismo"

Calamandrei, Longanesi, Prezzolini, o l'arte tutta italiana di tirare a campare, e in cui sono sempre gli altri a morire.

Giuseppe Conte che chiede un chiarimento a Mario Draghi e a Luigi Di Maio, quest’ultimo che gli risponde “l’ho chiesto prima io”; Matteo Salvini che punta il dito su chi non ha voluto accettare le sue tante proposte proclamandosi “l’uomo dei ponti”; Giancarlo Giorgetti che fa il risentito perché si sente ostacolato (non si capisce se più dal collega ministro Orlando o più da Salvini); Matteo Renzi che accusa gli altri (“parte della classe politica perde la sua credibilità”); Enrico Letta che esibisce buonismo di stampo prodiano (“Il governo esce con maggiore coesione tra di noi, con minore voglia di ognuno di mettersi di tirare gomitate agli altri”); Antonio Tajani che a giochi fatti annuncia “Berlusconi aveva i numeri”; Giorgia Meloni che lamenta la fine del centrodestra per colpa di Forza Italia e della Lega; il democristiano di lungo corso Pierferdinando Casini che fa capire come il “fantastico”  Mario Draghi e la sua voglia di trasferirsi al Colle sia quello che in fondo, ha sbarrato la strada alle sue ambizioni.

Benvenuti nel mondo del Mattarella Bis, anzi bentornati in Italia, nel Paese dove per dirla con Duchamp “sono sempre gli altri a morire”, nel microcosmo politico che già trent’anni fa, con Tangentopoli, conobbe il collasso dei partiti, ma che da allora -complice un’informazione tradizionalmente filo-governativa e autoreferenziale (quella dei famosi “millecinquecento lettori” denunciata da Forcella nell’ormai lontano 1958) non ha fatto mezzo passo in avanti, tanto solerte a invocare fantomatici cambi di passo quanto incapace di dar corso a quella “concretezza”, chiesta a più riprese negli ultimi anni dallo stesso Sergio Mattarella.

Un richiamo, un appello destinato a finire nello stesso cassetto dove è riposto quello fatto a suo tempo da Giorgio Napolitano: “E’ il momento, per tutte le forze politiche, di dar prova del senso di responsabilità richiesto dalle complesse prove cui l’Italia è chiamata a far fronte”. Era il 2008, e noi siamo sempre qui, sperduti nel buio, ad aspettare. Perché quella “responsabilità” lì, nel Paese il cui simbolo più fedele resta Pinocchio, è la stessa responsabilità che ha portato la nostra classe dirigente a dimenticare quanto siano interdipendenti democrazia e conoscenza dando origine a una spaventosa questione culturale; è la stessa responsabilità che portò poi lo stesso Napolitano, rieletto nel 2013, con le sue ripetute chiusure a condurre alla bancarotta un’élite tiranneggiata dall’ignoranza che non merita più nemmeno di essere definita, tecnicamente, élite; la stessa “responsabilità” che ora fa parlare di rivincita parlamentare dal basso per una rielezione di Sergio Mattarella che al contrario ha tutti i caratteri della tanto vituperata “anti-politica”: non per Mattarella in sé, ovviamente, ma in quanto risultato dell’interesse predominante tra i parlamentari, convinti tutti (o almeno quelli ancora incerti sul loro futuro politico) che meno si cambiava e meglio era…

Qualcuno ricorderà che nel 1992, il verbo sparato a raffica -quasi fosse la parola d’ordine di un sistema terremotato e terrorizzato- era “delottizzare”, mettere cioè la museruola cioè allo strapotere dei partiti. Fu il momento “dei professori”, di una politica stordita che si ritraeva, che però, invece che a ragionare sui propri errori sul concetto di rappresentanza, li portò a individuare come Valpreda di turno, il nemico numero uno, la causa della corruzione e di ogni male possibile: il sistema proporzionale, sconfitto a favore del maggioritario col referendum organizzato a spron battuto, del 1993. Strattagemmi burocratici come il “certificato anti-mafia” e le varie, costosissime Authority, ci assicurarono allora politici e giornalisti, avrebbero annichilito ogni tentazione truffaldina.

E ora eccoci di nuovo qui, dopo questi trent’anni in cui il potere dei partiti è ulteriormente cresciuto, con un federalismo scelleratamente approvato e firmato proprio dal Presidente della Repubblica che non perdeva occasione per ricordare a tutti l’importanza dell’unità d’Italia (Ciampi), con i partiti collassati strutturalmente, divisi (Fratelli d’Italia a parte, non per nulla all’opposizione) al loro interno e tornati guarda caso ora a invocare una nuova stagione di riforme, a cominciare naturalmente da quella elettorale, che molti vorrebbero vedere riscritta à rebours, in senso proporzionale, contro quel maggioritario propagandato allora come panacea di tutti i mali.

“In Italia non ci sono né antenati né posteri: ci sono solo contemporanei”, diceva il disincantato Prezzolini, e forse mai sintesi fu più felice di questa, perfetta per illuminare una dimensione autoassolutoria originaria, antropologica e culturale prima ancora che politica. Cos’altro significa infatti non avere né antenati né posteri se non sentirsi liberi contemporaneamente da obblighi e doveri nei confronti sia di chi ci ha preceduto che di chi verrà dopo? Cos’altro significa se non spostare in continuazione, come un clown d’antan, il cappello in avanti, sicuri che tutto comunque col tempo scolorirà nel confortevole regno dell’indistinto, là dove le responsabilità sono troppo distribuite e allargate per essere prese davvero perseguite e dove l’informazione non ha alcun interesse ad arrivare? Solo alla luce di questo “contemporaneismo” da strapazzo si può capire quell’altra specialità sportiva nostrana che è il trasformismo, figlio prediletto del longanesiano “tengo famiglia”, declinato dalla classe intellettuale al punto da assumere il ben più nobile nome di “nicodemismo”, alibi di cui molti si servirono nel dopoguerra per ripulire il proprio passato. La “teoria del nicodemismo” voleva significare, che gli intellettuali “progressisti” durante il fascismo avevano recitato sì la parte dei fascisti pur essendo in cuor loro, sinceramente antifascisti, forti di quella stessa spiegazione che uno storico come il fascista-antifascista Delio Cantimori utilizzò per giustificare il filoprussianesimo di Hegel: “La critica ad un grande pensatore non può essere fatta su una base di critica al suo atteggiamento pratico, ma si deve compiere sulla base della critica al pensiero stesso”.

Acutamente, uno dei padri della nostra costituzione come Piero Calamandrei era arrivato ad eleggere il rinvio a:

“simbolo della vita italiana: non fare mai oggi quello che potresti fare domani. Tutti i difetti e forse tutte le virtù del costume italiano si riassumono nella istituzione del rinvio: ripensarci, non compromettersi, rimandare la scelta; tenere il piede in due staffe, il doppio giuoco, il tempo rimedia a tutto, tira a campa’”.

Piero Calamandrei

“L’importante è tirare a campare”, non era del resto il motto andreottiano per eccellenza, coniato dal politico che talmente tanto aveva a cuore la coscienza dal raccomandare di non usarla? Solo alla luce dell’arte del rinvio, si può capire il senso di un Paese dove da sempre si parla di riforma fiscale ma non si è mai fatto nulla per combattere l’evasione; dove il progetto modernista anni Sessanta della grande industria ha fatto la fine che ha fatto, dove gli imprenditori o i commercianti polemizzano così volentieri contro lo Stato senza che nessuno ricordi loro che oltre il 93% delle entrate erariali sono dovute agli stipendiati; dove nove assessori all’urbanistica su dieci dell’ultimo mezzo secolo meriterebbero i lavori forzati per come sono riusciti a distruggere il nostro paesaggio, ma dove si continua a inneggiare a una generica “bellezza” o un ancor più fantasmatico “Rinascimento”; dove rispetto alla competenza si è sempre preferito privilegiare l’affidabilità politica,  amicale e parentale; dove quella classe media che all’inizio dei Settanta sembrava ancora bene o male (nome in codice: “maggioranza silenziosa”) socialmente funzionante è stata alla lunga disintegrata; dove alle crisi si è stati sempre soliti rispondere a colpi di commissioni d’inchiesta; dove dal Banco di Napoli fino al Monte dei Paschi passando da Etruria e tutte le altre Banca d’Italia e Consob hanno vigilato a modo loro (cioè male); dove di riforma della giustizia si parla da una vita e ora che ci hanno aperto il panino “Palamara” i paladini del referendum contro si mostrano alleati dell’ex segretario dell’ANM; dove della famosa “spending review” (una delle poche cose sensate che l’Europa da tempo ci chiede) si è persa ogni traccia, così come della delottizzazione.

Le parole, si diceva, servono a esorcizzare le mancanze. Fino a una ventina d’anni fa, di “eccellenza” non c’era nemmeno l’ombra, mentre di “comunità” poteva parlare solo qualche  studioso “olivettiano”. Oggi, resuscitata da Beppe Grillo e Casaleggio in tempi di effervescente anti-politica, non c’è personaggio istituzionale che non l’abbia fatta sua al posto del già furoreggiante “sistema Paese”, dal presidente Mattarella all’ultimo dei peones che probabilmente non sa nulla di cultura americana e nemmeno chi sia stato Adriano Olivetti, così come quelli che parlano di “persona” non sanno nemmeno chi fosse “Mounier”. In fondo, basterebbe rileggersi il Leopardi critico della società “stretta”, il Leopardi che lamentava che in Italia non ci fossero costumi ma solo abitudini e usanze, perché era mancato un sistema di vita civile fondato sul culto laico e virtuoso di un’emulazione nel controllo reciproco e del desiderio di ricevere approvazione. Lui la chiamava società “stretta”, mica tanto lontano dal Machiavelli che denunciava la mancanza negli italiani di spirito pubblico, insomma l’opposto di quella “aperta” sognata da Popper…

SOSTIENICI !

Tutti i giorni, la nostra sveglia di redazione suona alle 6 del mattino. Dalla primissima alba ascoltiamo la radio, e nel mentre passiamo in rassegna tutte le testate tradizionali e non, nazionali e straniere, dalle riviste ai quotidiani ai siti internet di nicchia. Dopo aver fatto una "cernita", cioè individuato l'1 per cento delle notizie (il restante 99 è letteralmente "cartastraccia") che si pesano come l’oro, che sparigliano, orientano, decidono il corso del dibattito profondo, produciamo un report interno. Successivamente ci riuniamo in presenza o virtualmente per condividere pubblicazioni, visioni, informazioni confidenziali, elaboriamo un timone sui temi da affrontare, per fornirti analisi, scenari, approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo richiede molto tempo, nella ricerca come nello sviluppo. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, siamo qui, pronti ad unire tutti i puntini.
Sostieni

Gruppo MAGOG

Per approfondire

Guerra Russa
inEvidenza

Guerra Russa

Sacha Cepparulo
25 Gennaio 2021
Repulsione & disgusto
inEvidenza

Repulsione & disgusto

Livia Di Vona
21 Novembre 2021
Tolkien? Anarchico & tomista
inEvidenza

Tolkien? Anarchico & tomista

Sergio Flore
06 Dicembre 2020
La casta di carta
Editoriale

La casta di carta

Sebastiano Caputo
21 Settembre 2020
Machiavelli USA & getta
Non categorizzato

Machiavelli USA & getta

Davide Brullo
08 Gennaio 2021